Per i 109 anni della Cgil

per Luca Billi
Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://ipensieridiprotagora.blogspot.it/2014/09/verba-volat-127-sindacato.html

di Luca Billi 29 settembre 2015

A me piace partire dall’etimologia, perché in genere questa aiuta molto a definire meglio una parola, ma in questo caso è essenziale, non tanto dal punto di vista lessicale, quanto da quello politico. Spero che sarà più chiaro alla fine, ma io penso che noi tutti dobbiamo riscoprire il senso di questa nostra organizzazione, anche a partire dal termine che la definisce.
Noi italiani abbiamo preso questa parola dal francese syndicat, che deriva da syndic, che significa prima di tutto rappresentante, procuratore; a sua volta questo termine deriva dal greco syndikos, che significa difensore, protettore. Mi scuserete se la prendo alla lontana, e parto dalla storia delle Danaidi, le cinquanta figlie di Danao, che preferirono fuggire ad Argo piuttosto che sposare i cinquanta figli di Egitto: la vicenda è raccontata in maniera poetica nella tragedia di Eschilo Le supplici. Verso la fine della tragedia, quando l’ambasciatore di Egitto minaccia di attaccare Argo se le ragazze non saranno lasciate andare, di fronte al timore delle Danaidi, il re Pelasgo, portavoce dell’assemblea che aveva votato – alzando la mano – di proteggere le giovani, ad ogni costo, dopo aver cacciato l’ambasciatore, dice loro, per rassicurarle:

Difensore vostro sono io, e tutti i cittadini, il cui voto ora si compie.

E difensore qui è proprio syndikos.
Non era detto che scegliessero proprio questa parola per indicare le organizzazioni dei lavoratori. In Gran Bretagna si chiamavano già trade unions – o solo unions – proprio per valorizzare questa idea di unità. Questa parola indica proprio l’azione di unire, ovvero il fatto di unirsi con altri. C’è uno sforzo dinamico in questa parola, il desiderio, e anche la fatica, di raggiungere un’unità. Anche questa era una bella parola, che ci avrebbe definito bene, ma evidentemente chi fece quella scelta – più o meno consciamente – preferì proprio sottolineare il fatto che il sindacato nasceva per difendere, per proteggere, i lavoratori. Questo ha fatto nella sua storia, continua a farlo – anche se forse meno bene – e questo deve continuare a fare. Perché altrimenti non esiste.
Come sapete, io sono preoccupato per l’attacco che il governo ha portato allo Statuto dei lavoratori e credo che su questo dovremo continuare a lottare con una determinazione feroce. Ma in fondo fa il suo mestiere: tutti i governi di destra del mondo tutelano gli interessi dei ricchi e dei padroni, a scapito di quelli dei poveri e dei lavoratori; e Renzi non fa eccezione. Quello che mi preoccupa molto – forse perfino di più – è che stiano riuscendo – e in gran parte ci sono già riusciti – a rappresentare il sindacato come un pezzo del “potere costituito”, come corresponsabile della situazione in cui siamo.
Parlando con le persone è evidente che sono ormai passati alcuni concetti, molto pericolosi, velenosi: siete tutti uguali, ci dicono spesso, oppure cosa avete fatto fino adesso? – di cui c’è la variante dov’era il sindacato? detto da Renzi – o ancora siete responsabili di quello che succede. Chi mi legge con una qualche assiduità, sa che io non sono tenero con il sindacato, neppure con il mio – ossia la Cgil – mentre quegli altri due non li considero neppure più sindacati; credo che molte di queste critiche che sentiamo anche tra chi lavora siano giustificate. Per questo dobbiamo fare di tutto per invertire questa tendenza; mentre lottiamo per quel che rimane dello Statuto dei lavoratori, dobbiamo anche lottare per difendere un’idea di sindacato. La nostra idea di sindacato.
Io non credo di essere uguale alla Cisl e alla Uil – e non voglio che la mia organizzazione lo sia – perché in questi anni hanno interpretato in modo radicalmente sbagliato il loro essere sindacato. So che non è sempre stato così, ma da parecchi anni queste due organizzazioni hanno smesso di fare il sindacato, e sono diventati due partiti politici, piccoli ma piuttosto influenti che, pur senza presentarsi alle elezioni, sono riusciti comunque ad ottenere posti di potere e prebende, più o meno lucrose. Io non voglio che la Cgil sia un partito, ma voglio che continui a tutelare i lavoratori.
La Cgil ha sbagliato spesso quando ha cercato l’unità a tutti i costi con questi due soggetti: è il classico caso del morto che trascina il vivo. So anch’io che l’unità è importante – è uno dei valori costitutivi delle unions – ma quello che conta è l’unità dei lavoratori, non l’unità degli apparati. E cercare l’unità delle sigle, ci farà perdere l’unità dei lavoratori: ed è questo su cui stanno puntando i padroni, perché lavoratori divisi sono più deboli. Sempre. Fondamentale adesso è lasciarli andare per la loro strada e spiegare che loro non sono più sindacati o lo sono in una maniera che a noi non piace. Fare uno sciopero insieme o firmare una trattativa insieme a loro, se ci farà perdere identità – come troppe volte è successo in questi anni, per salvaguardare il feticcio dell’unità – porterà solo danni alla Cgil.
Questo si porta dietro il problema di come rispondere a chi chiede: “cosa avete fatto fino adesso?” e quindi rispondere anche a Renzi. Spesso la Cgil non è stata adeguata, anche culturalmente, alle sfide che ha posto il cambiamento del mondo del lavoro. Troppo spesso abbiamo pensato che si giocasse ancora la stessa partita, sullo stesso campo e con le stesse regole, invece i padroni hanno cominciato a barare, hanno ignorato e stravolto il regolamento e, per essere sicuri di vincere, si sono comprati l’arbitro. Visto che la situazione è questa, non possiamo continuare a invocare il fuorigioco, sperando che l’arbitro fischi; visto che ormai abbiamo capito che non fischierà, dobbiamo o giocare molto più duro o smettere di giocare e portare il via il pallone. Fuor di metafora, di fromte alla lotta di classe, violenta e furibonda che hanno scatenato i padroni contro i lavoratori, noi non possiamo continuare a prenderle, dobbiamo anche noi lottare, con radicalità, senza aver paura di questa parola. Per onestà bisogna dire che questa non è una colpa della sola Cgil, ma di tutta la sinistra italiana ed europea. Anzi in qualche modo la Cgil ha perfino resistito, se pensiamo che il maggior partito del centrosinistra italiano è regredito fino al punto di eleggere come segretario uno come Renzi. Però adesso non basta più essere un po’ meno peggio, anche perché ci vuole davvero poco per essere meno peggio del Pd.
Per questo è fondamentale recuperare il valore etimologico del sindacato, come ho detto all’inizio. Raccontare che il sindacato è quello che in mezzo alle difficoltà prova a tutelare i lavoratori più deboli; vi assicuro che lo fa ancora, spesso in un lavoro oscuro, perché è sempre più difficile tutelare lavoratori che anche in una stessa azienda hanno una miriade di contratti diversi, e quindi capita che provando ad aiutare uno rischi di fare un danno all’altro. Ed è anche difficile farlo, perché si parte dalla situazione di sfiducia che ho descritto prima, per questo c’è bisogno di riacquistare fiducia, anzi questa è una precondizione per tornare a essere un sindacato che fa il sindacato, ossia che tutela i lavoratori, partendo da quelli che sono più deboli, le donne, gli stranieri, i giovani.
Proprio come le Danaidi, che erano giovani donne immigrate che però hanno trovato una città che le ha protette. Oggi dovrebbero trovare il sindacato.

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