16 gennaio 1938: la notte dello swing

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di Luca Billi  24 maggio 2019

Evelyn ha detto di sì: domenica verrà con me al concerto di Benny Goodman alla Carnegie Hall. Quando gliel’ho chiesto, è stata zitta per un tempo che mi è sembrato infinito: credevo proprio che avrebbe detto di no. Invece ha detto di sì.
Per trovare i soldi per i biglietti ho dovuto chiedere due dollari a mia zia Esther: a lei ho detto di Evelyn e mi ha promesso che non ne parlerà con i miei genitori. A loro non posso dire che mi piace la figlia del signor Kroptin; è anarchico, Evelyn non è stata neppure battezzata. Lavorando da Joe un po’ di soldi li guadagno, ma cinque dollari e cinquanta non li avevo proprio.

Benny Goodman aveva ventinove anni quando gli fu proposto di tenere un concerto alla Carnegie Hall: la prima volta per un’orchestra swing nel tempio della musica classica di New York. Benny scoppiò a ridere, era il “re dello swing”, i suoi brani erano i più ascoltati alla radio, la sua big band riempiva le sale da ballo e i locali di tutto il paese, ma la Carnegie Hall era tutta un’altra storia.

Aveva una sua big band solo dal ’34, ma suonava il clarinetto da quando era un ragazzo a Chicago. Il suo quasi coetaneo John Hammond, ricchissimo rampollo della famiglia Vanderbilt e fervente socialista, gli aveva suggerito di adottare per la sua orchestra gli arrangiamenti di uno dei più famosi bandleader neri, Fletcher Henderson, che in quel momento aveva meno successo di pubblico e aveva bisogno di soldi. Sempre Hammond gli aveva presentato il vibrafonista Lionel Hampton e il pianista Teddy Wilson, tutti e due neri. E Benny Goodman fu il primo a presentare una big band in cui suonavano insieme musicisti bianchi e di colore: uno scandalo per l’America degli anni Trenta. John Hammond aveva fiuto per la musica e lo dimostrò per tutta la vita: scoprì, tra gli altri, due ragazzi che hanno fatto un certo successo, Bruce Springsteen e un tal Robert Zimmerman.

Sono così emozionata, a New York si parla solo del concerto di Benny Goodman, non ci sono più biglietti da settimane. Sono felice che Moses me lo abbia chiesto: mi piace quel ragazzo. Credo che sarebbe piaciuto anche a mia madre, se ci fosse ancora. So che Moses non ha parlato di me alla sua famiglia; lui non me l’ha detto, ma lo so. Per stasera però non voglio pensarci, mi metterò il vestito più bello di mamma e me ne andrò con Moses alla Carnegie Hall. Non so se a mio padre Moses piace: non è proprio anarchico, ma per il resto dice che non ha importanza. Ci sarà anche mio padre al concerto, ma fuori dal teatro, a raccogliere fondi per i compagni che stanno combattendo in Spagna contro i fascisti.

Fu lo stesso Benny Goodman a volere che i sostenitori della Repubblica spagnola raccogliessero soldi prima del suo concerto. Lui, come Duke Ellington, faceva parte di un Comitato dei Musicisti in aiuto della democrazia spagnola e nel 1937 aveva tenuto un concerto per sostenere la causa antifascista.

Evelyn è bellissima questa sera. Mi stringe il braccio, ci guardano tutti. Mi sento il re della Carnegie Hall.

Benny Goodman sapeva che quel concerto era importante e lo preparò con grande attenzione. Dice la leggenda – perché naturalmente quel concerto alimentò molte leggende – che quando gli chiesero quanto doveva durare l’intervallo, Goodman rispose, con una certa baldante insolenza: “E Toscanini di quanto lo fa?”. Ma Benny affrontò quell’appuntamento con grande umiltà e chiese aiuto a tanti altri musicisti, che non facevano parte della sua big band.
Finalmente il concerto comincia: in scena tutta l’orchestra con tre classici del suo repertorio: Don’t be that waySometimes I’m happy e One o’clock jump. Poi Goodman vuole presentare al pubblico della Carnegie Hall una sorta di storia del jazz, cominciando con Sensation rag, un pezzo dixieland di Edwin Edwards. In questa parte del concerto il trio (Goodman al clarinetto, Wilson al pianoforte e Gene Krupa alla batteria) si alterna al quartetto, quando si aggiunge Hampton al vibrafono.
Ma che succede, perché applaudono con così poco entusiasmo. Vorrei alzarmi e gridare in mezzo alla sala: “Questa musica è la nostra vita, la nostra anima”.
A questo punto però succede qualcosa che non è mai successa alla Carnegie Hall: una jam session. Assieme a Goodman e ai suoi musicisti salgono sul palco il clarinettista Harry Carney e il saxofonista Johnny Hodges dell’orchestra di Duke Ellington, il chitarrista Freddie Green, il saxofonista Lester Young e il trombettista Buck Clayton dell’orchestra di Count Basie e dietro al piano il “Conte” in persona. Per quasi quattordici minuti le note di Honeysuckle rose travolgono il pubblico della Canergie Hall.
Mi viene voglia di ballare, capisco come deve sentirsi Moses: questa è la sua musica. Ti prende, ti fa muovere, ti dà un’incredibile energia. Sono felice di essere qui con lui.
Benny Goodman sente che ormai i 2.760 spettatori della Carnegie Hall sono una cosa sola e lo seguono. La big band attacca un altro classico Body and soul, poi due canzoni dei Gershwin The man I love e I got rhythm, e un successo di Berlin, Blues skies. Finalmente è l’ora di Martha Tilton che canta Loch Lomond.
E’ ormai un crescendo. L’orchestra suona ormai come in una sala da ballo e non nell’austera Carnegie Hall. I pezzi si succedono e poi Benny Goodman dà il segnale: attaccano le note di Sing, sing, sing (with a swing): dodici minuti di pura e scatenata energia. Questo brano è di un grande jazzista, Louis Prima, di una famiglia italoamericana di New Orleans. Si succedono gli assolo: Irving “Babe” Russin al sax tenore, Harry James alla tromba e lo stesso Goodman, supportato da Krupa. Il batterista di origini polacche aveva ascoltato con grande attenzione una serie di registrazioni di percussionisti congolesi e quella sera dalle sue bacchette sgorgano le stesse ipnotiche cadenze ritmiche bantu. Poi Goodman, inaspettatamente, concede un assolo al pianista Jess Stacy. In questo brano solitamente Stacy dava il ritmo all’orchestra, ma Goodman ha voluto che fosse proprio uno strumento “classico” come il pianoforte, con tutte le sue sonorità a chiudere il concerto alla Carnegie Hall.
Evelyn sta ballando. La voglio baciare.
Il bis è uno dei pezzi del repertorio di Fletcher Henderson, Big John’s special.

Mamma, che disco stai ascoltando? E’ divertente questa musica; ma perché stai piangendo?

Solo nel 1950 fu pubblicato il doppio ellepi del concerto, grazie al fortunoso ritrovamento degli acetati che si credevano perduti. The Famous 1938 Carnegie Hall Jazz Concert è il primo ellepi a superare il milione di copie vendute. Per essere parte della storia non era più necessario essere stati alla Carnegie Hall quella sera del 16 gennaio 1938.

Anche Evelyn e Moses erano diventati parte della storia. Qualche mese dopo quel concerto si sposarono. E non era certo facile essere una coppia mista nell’America della fine degli anni Trenta. Mentre Evelyn e Moses ballavano al ritmo dello swing di Benny Goodman, in Europa si preparava la guerra, e Moses non sarebbe mai tornato dalle spiagge francesi.
Rimaneva un bambino che, nato un anno dopo il grande concerto della Carnegie Hall, sarebbe cresciuto suonando il rock’n’roll.   

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Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...