1943-45: perchè questi giovani sono morti

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di Gian Franco Ferraris, 25 novembre 2017

Ricordo a 50 anni dalla morte di Paolo Bocca e Alexander, due giovani partigiani uccisi dai nazifascisti a Novi Ligure il 30 dicembre 1944

Ora sono vecchio e da sei anni non faccio politica, a volte penso che di una lunga vita passata nell’ossessione della politica non è rimasto nulla, e non c’è molto da dispiacersi. Tuttavia, qualche giorno fa un amico mi ha portato questo video del 1994 e mi ha suscitato qualche malinconia e mi ha fatto molto piacere.

Il video mi ritrae a una manifestazione, a cui ho partecipato in qualità di Sindaco del mio paese – Rivalta Bormida,  in commemorazione di due giovani partigiani fucilati durante l’occupazione nazifascita nel 1944. Il mio discorso, a distanza di molti anni, mi pare ancora bellissimo; c’è la consapevolezza di un passaggio cruciale della società italiana verso l’individualismo e l’egoismo e la cancellazione dei valori della sinistra che ci avevano accompagnato dalla Resistenza in poi.

Nel 1994 Berlusconi vinse le elezioni, non fu solo una vittoria elettorale ma il segno di un cambiamento dei costumi della società italiana e della progressiva sparizione dei valori dell’uguaglianza e della solidarietà.

Di quel giorno del 1994 ricordo il mio nervosismo, tanto che avevo i capelli “elettrici”, ho preparato un discorso scritto perchè sentivo il bisogno di misurare le parole, consapevole che la vittoria della destra avrebbe cambiato le noste vite. Già non sopportavo la retorica della sinistra; con la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto la sinistra ha abbandonato i suoi valori fondanti e, di fatto, è diventata solo un mezzo per soddisfare le proprie ambizioni personali o di gruppo.

Quando Berlusconi vinse le elezioni passai da mia madre, che non si occupava di politica, e rimasi sorpreso che lei guardasseil telegiornale e mi disse in dialetto “che fine farà l’Italia nelle mani di un carrettiere, un ciarlatano e un fascista”; è la frase più azzeccata che ho sentito e, purtroppo, il centrosinistra allora nascente è stato speculare a questa destra rinata.

Ancora oggi la memoria è divisa se non dimenticata. Bisogna prenderne atto, a poco servono – pare – gli appelli di stampo retorico. Ricordo le parole di Pavese, che nel 1947 ha scritto le pagine più umane, commoventi e di lucidità accecante sulla guerra civile nel libro “La casa in collina”. Riporto un brano che è anche l’esame di coscienza di Pavese e la testimonianza della solitudine e fragilità della condizione umana.

… ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, vuoi dire che anche vinto il nemico è qualcuno. Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Come diceva Norberto Bobbio, non si può confondere chi lottava dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata. Solo così si arriva a una memoria condivisa. Ora non ci sono sentimenti così contrastanti ma c’è quasi l’oblio. Il 25 aprile sembra culturalmente remoto.