4 novembre un giorno da celebrare?

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di Franco Cardini – 4 novembre 2018

EFFEMERIDI DELLA MEMORIA (O DELLA RETORICA?) UN GIORNO DA CELEBRARE?

IL SENSO DI UNA “FESTA”

4 novembre: “festa nazionale”. Una volta di più, mi sento una voce fuori dal coro. Ho sempre pensato – anche quando, da ragazzino e da giovanissimo, militavo in un partito di cosiddetta “estrema destra” e quindi per definizione arcinazionalista – che nel 1915 l’Italia avrebbe dovuto restar neutrale e, in seconda istanza, rimanere fedele alla “Triplice Alleanza” che aveva sottoscritto. Comprendevo, tuttavia, allora, e comprendo oggi, come gli italiani, tutti, potessero gioire il 4 novembre 1918. Non era soltanto la vittoria. Era soprattutto la fine dell’incubo, il ritorno alla pace. Anche tanti italiani che quasi trent’anni dopo, nel ’45, festeggiarono la fine della guerra non intendevano manifestare la loro gioia per la sconfitta (nemmeno i più duri avversari del regime fascista avrebbero in fondo voluto che la liberazione costasse tanto cara al paese), bensì esternare la loro gioia per la guerra comunque finita.

Comunque, nel ’18,  per festeggiare c’era una forte ragione in più, al di là del trionfo militare e delle rosee aspettative (alquanto egoistiche, sul piano internazionale) relative ai “frutti della vittoria”. Molti poveri, soprattutto contadini e braccianti, avevano combattuto anche perché i governi del nostro paese, durante lo sforzo bellico, avevano incessantemente ripetuto che “nulla dopo sarebbe stato come prima”, e che anzitutto ci sarebbe stata una bella riforma agraria per strappare dalla miseria milioni di contadini (il paese era allora soprattutto agricolo). In quelle promesse ci speravano davvero. Poi successe quel che successe. Il fascismo fu una delle conseguenze di quelle promesse non mantenute, di quell’inganno.

Né le cose andarono meglio sul piano internazionale. E’ noto che Eric Hobsbawm ha proposto una testi storica secondo la quale il Novecento – in realtà cominciato nel 1914 e concluso secondo lui con il 1991, l’anno del tracollo dell’Unione Sovietica – sarebbe stato un “Secolo Breve”: caratterizzato poi da quella che molto felicemente Ernst Nolte ha definito la “Guerra dei Trent’Anni” 1914-1945. A mio giudizio, tuttavia, la “cattiva pace” del 1918-20 è stata fondata su tanti e tali errori, su tanti e tali crimini contro i popoli e le loro speranze – non solo in Europa, ma anche e soprattutto nel Vicino Oriente – da provocare le tensioni e  le guerre le premesse delle quali si erano già presentate durante il conflitto stesso (basti pensare alla “questione araba” e alla “questione sionista”) da doverci indurre a concludere che il nostro sia stato, invece, un “Secolo Lungo”, aperto immediatamente con la guerra civile russa del ’17-’21 e il conflitto greco-turco del 1918-24, proseguito in Asia con le reazioni giapponesi all’assetto coloniale postbellico, l’inquietudine indiana e l’insorgere del conflitto arabo-sionista, nonché destinato a prolungarsi nel XXI; e chissà che, per analogia con la felice formula noltiana, per indicare la generalizzazione del conflitto avviata già all’indomani della “cattiva pace”, non si debba cominciar a parlare ormai di una “guerra dei Cento Anni” dislocata su almeno quattro dei Cinque Continenti (Oceania per ora esclusa) e che non accenna a finire.

Per far capir meglio la mia posizione – e magari per rilanciare l’idea – mi permetto di citare per intero un articolo che mi capitò di redigere il 10.10.2002 per la rivista “Percorsi”, diretta dall’ottimo amico Gennaro Malgieri allora deputato di “Alleanza Nazionale”. Si era all’indomani di un referendum indetto a Bolzano a proposito di un nome nuovo da dare alla centrale Piazza della Vittoria (quella dell’Arco di Trionfo di Marcello Piacentini), che secondo il sindaco di allora avrebbe dovuto essere ribattezzata “Piazza della Pace” e i risultati del quale andavano nel senso che quel partito – e per la verità molti altri – auspicavano. Mi limitavo a consigliare i vincitori a fare (nel piccolo) quel che i vincitori del 1918 non avevano né potuto, né saputo né (soprattutto?) voluto fare: un gesto di generosità e di fratellanza, in vista del futuro. Che, alla fine della prima guerra mondiale, la pace stipulata tra ’18 e ’20 sotto il coordinamento di Thomas Woodroow Wilson sia stata – contrariamente a quanto era stato proclamato – “una pace per farla finita una volta per tutte con le paci”, oggi lo sappiamo bene. Che nel 2002 il mio appello fosse accolto – come si vide dalle reazioni “a caldo” della stampa – con scandalo, o con degnazione, o con ironia, è stata una delle pietruzze sul selciato della strada in discesa che ci ha condotti al fallimento dell’Unione Europea in quanto costruzione edificata senza il consenso, la partecipazione, diciamo pure la passione degli europei. Chiedevo, allora, l’inizio di un percorso teso a costituire una coscienza civica dei cittadini europei: fui confutato e perfino deriso. I risultati della direzione assunta dai miei confutatori e derisori di allora sono sotto gli occhi di tutti.

Ecco il testo di quella proposta-appello:

PIAZZA DELLA CONCORDIA EUROPEA

Dunque, il referendum di domenica 6 ottobre a Bolzano è andato nel senso desiderato da Gianfranco Fini, che vi si era personalmente impegnato. Piazza della Pace, ex-Piazza della Vittoria, tornerà ad assumere il vecchio nome che era del resto noto e familiare da oltre settant’anni. Felicitazioni al Vicepresidente del consiglio per quest’altro successo.

Ma, quando si vince, non è né elegante né prudente stravincere. Fini sa meglio di qualunque altro – perché è un politico equilibrato e misurato – che, dopo aver vinto, bisogna semmai convincere. E, a dire la verità, tutta questa storia di Bolzano non mi aveva – non mi ha – convinto. Di più. Non mi era piaciuta. Spiego il perché.

Tutto è cominciato male. Quella fascista in Alto Adige fu una politica dura, ottusa, ingenerosa e inintelligente: si costringeva la gente a italianizzare il cognome, si cancellavano perfino le lapidi funebri. A Bolzano, si distrusse il monumento ai valorosi Kaiserjäger, tra i quali c’erano tanti altoatesini italianissimi che si erano comportati con onore e valore nell’Imperialregio Esercito sul fronte serbo e su quello rumeno: e che mai avevano sparato un colpo di fucile contro i soldati del regno d’Italia. L’arco di trionfo eretto al suo posto, con la sua retorica e offensiva iscrizione (“barbara” la cultura di Mozart, di Hoffmannstahl, cui avevano tanto collaborato anche italiani come il Montecuccoli e il  Metastasio e semi-italiani come il principe Eugenio di Savoia?) è opera che trasuda pesante archeologismo d’un Piacentini non al meglio.

Poi ci si si è messo il sindaco ulivista, con il suo noioso e astratto buonismo. L’espressione “Piazza della Vittoria”, ormai, non offendeva più nessuno, nemmeno i più decisi fans della signora Klotz: era come dire “Porta Vicentina” o “Ponte al Pino”, una pura indicazione topografica. Ma ribattezzarla “della Pace” è stato uno schiaffo per gli italiani, una provocazione inutile che ha scatenato dall’altra parte passioni sopite o dimenticate.

Ora, comunque, la Bolzano italiana – il centro urbano è sempre stato prevalentemente tale: è un dato storico – ha affermato la sua identità e i suoi diritti. Ha detto bene Fini, il 4 ottobre, durante il suo comizio di chiusura: la storia non si cancella. Di più: non si deve cancellare. Il fatto è, tuttavia, che la storia va riletta, riconsiderata, reinterpretata di continuo: e ciò non è affatto “revisionismo”. La storia non è un catalogo di fatti, un archivio di documenti e di memorie in bell’ordine: o è revisione continua, o non è nulla. La storia, inoltre, quando non viene praticata come disciplina scientifica bensì insegnata e studiata nelle scuole, non è affatto una “scienza pura”. Al contrario: serve a qualcosa, deve servire. A veicolare valori, a costruire i cittadini del domani. Questa è la nostra tradizione didattica e intellettuale: di noi europei.

E allora, dopo la vittoria di Bolzano, è necessario far seguire al vincere il convincere. In Italia, negli ultimi decenni, ci siamo sforzati – contro  i nostalgici della faziosità e i vedovi inconsolabili della guerra civile del ’43-‘45 – di far trionfare la comprensione reciproca, il rispetto e la pacificazione. Un compito più arduo e delicato, ma anche più alto e urgente, ci aspetta se vogliamo far sul serio decollare la nostra Europa costruendo – e già troppo tempo è andato perduto – un’effettiva coscienza identitaria europea.

In tutta Europa ci sono ancora troppe Piazze, troppe Vie, troppi Ponti dedicati alla “Vittoria”. A una qualunque delle molte vittorie in guerre fratricide che gli europei hanno combattuto gli uni contro gli altri dal medioevo ai giorni nostri. Francesi contro inglesi, tedeschi contro francesi, inglesi contro spagnoli, spagnoli contro francesi, inglesi contro olandesi, tedeschi contro svedesi, italiani contro austriaci, greci contro italiani, austriaci contro tedeschi, polacchi contro tedeschi e contro russi, ungheresi contro rumeni e via discorrendo: troppo lungo sarebbe l’elenco. La storia d’Europa è anche storia di questi conflitti, di queste divisioni. Le nostre patrie europee non sono il Minnesota e il Montana, ne hanno di storia, perdinci: e bisogna che ne vadano fiere. Dimenticare, non si può e non sarebbe giusto. Ma ricordare per fondare sul ricordo – e sulla memoria devota e riconoscente di tutti i caduti – le basi di una nuova fratellanza, di un più ampio e profondo comune senso patriottico europeo, questo si può e si deve fare.

E sarebbe un bell’impegno proprio per i partiti europei che, come AN, partono da una base di rivendicazione della dignità e del senso della nazione. Non per costruire un metanazionalismo europeistico, ma per riconoscere tutte le nostre identità nazionali in una sola che ne sia la sintesi senza perdere né tantomeno rinnegare nulla delle specificità che concorrono a costituirla.

E allora, perché non chiedere ai nostri eurodeputati di farsi portatori di un’iniziativa davvero coraggiosa e innovatrice, ora che la campagna di Bolzano è vinta e nessuno può vedervi un ripiego? Prendiamo esempio dalla Francia e dalla parigina Place de la Révolution, ribattezzata “de la Concorde”. Eliminiamo in tutti i paesi della Comunità, d’un colpo solo e di comune accordo, tutte le dedicazioni alla “Vittoria”, alla “Victoria”, alla “Victoire”, alla “Victory”, al “Sieg”, alla  “Nike”, alla “Pobieda”; e sostituiamole  con una sola: alla Concordia Europea.

E voi, ragazzi di Bolzano, continuatela pure a cantare la vostra Guantanamera. Ma provate a sostituirne un paio di parole: “Siamo in Europa – fratelli, siamo in Europa. Siamo in Europa!”

Franco Cardini

Quella proposta, derisa e snobbata 16 anni or sono, la rinnovo oggi così com’è, parola per parola, in tutt’altro e ben peggiore clima. Ci sarà bene qualche illuso che vorrà farla propria. Forza ragazzi, facciamo insieme anche questa battaglia perduta.