A Bhopal si muore ancora

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di Luca Billi, 5 dicembre 2018
Sono passati trentaquattro anni dal più grave disastro industriale della storia, avvenuto la notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 a Bhopal, una città dell’India centrale: è un anniversario che passa sempre, purtroppo, sotto silenzio.
Quella notte, per un guasto di un impianto, da una fabbrica di pesticidi di proprietà della multinazionale americana Union Carbide si sviluppò una nube di isocianato di metile. Le 40 tonnellate di gas uccisero immediatamente quasi quattromila persone, mentre altre 15mila sono morte nei mesi successivi, a seguito delle conseguenze della fuga di gas. Si calcola che si siano ammalate, di gravi patologie polmonari e oculari, circa 500mila persone. La cosa ancora più drammatica e vergognosa è che a Bhopal si continua a morire per le conseguenze di quell’incidente, avvenuto più di trent’anni fa. Lo stabilimento non è stato ripulito, l’area non è stata bonificata, sono state abbandonate là centinaia di tonnellate di scorie tossiche, l’esposizione alle quali provoca ogni mese dalle dieci alle trenta morti. Le falde sono inquinate, con un danno gravissimo alla salute delle persone – sono frequenti infatti le anomalie genetiche – e alla crescita economica di quella città, che è una delle più povere del paese.
Le uniche persone ritenute responsabili del disastro sono stati otto dirigenti indiani della Union Carbide, giudicati colpevoli di omicidio colposo da un tribunale di Bhopal nel 2010; sono stati condannati a scontare due anni di carcere e a pagare 100.000 rupie di multa (circa 2.000 dollari). Sono stati tutti liberati, dopo il pagamento di una cauzione. Le indagini hanno dimostrato che non sono state applicate diverse misure di sicurezza: non vennero utilizzati i deflettori che avrebbero potuto impedire l’infiltrazione dell’acqua, i refrigeratori e le torri antincendio non funzionavano. Inoltre i medici non furono tempestivamente informati sulla natura del gas, rendendo più complicati i primi soccorsi.
La Union Carbide, a titolo di risarcimento, ha versato 2.000 dollari alle famiglie delle vittime e 550 dollari per i feriti, per un totale di 470 milioni di dollari e con questo si è tacitata la coscienza. Nel 2001 la Dow Chemical, la seconda più grande produttrice chimica al mondo, ha acquistato per 11 miliardi e 600 milioni di dollari la Union Carbide e da allora non c’è più un responsabile del disastro. Warren Anderson, che all’epoca del disastro era l’amministratore delegato della Union Carbide, è vissuto, fino al 29 settembre 2014, con i lauti proventi della sua buona uscita negli Stati Uniti, nonostante su di lui pendesse un mandato di arresto internazionale per omicidio colposo, che nessuno ha eseguito perché il governo indiano, per timore di spaventare gli investitori internazionali, non ha mai chiesto la sua estradizione al governo degli Stati Uniti (e naturalmente il governo americano non avrebbe mai arrestato un proprio cittadino per un reato commesso in India).
La Dow Chemical non prende neppure in considerazione di ripulire l’area contaminata, perché quanto avvenuto a Bhopal non è una propria responsabilità. La stessa azienda nel 2002 ha accantonato la somma di 2 miliardi e 200 milioni di dollari – quasi cinque volte quello speso per i risarcimenti di Bhopal – per affrontare le possibili richieste di risarcimento di tribunali statunitensi in cause per i danni provocati dall’amianto prodotto dalla Union Carbide: evidentemente i cittadini statunitensi valgono molto di più di quelli indiani, alla faccia di qualunque principio sull’uguaglianza degli uomini.
Pianigiani, nel suo dizionario etimologico, definisce la giustizia come “ciò che è giusto e dovuto altrui” e spiega che deriva dal latino jus, in cui si riconosce la radice yu, yug, che indica un legame, da cui anche il termine agricolo giogo. C’è un legame tragico tra la fabbrica e i suoi padroni e quelle famiglie e c’è un obbligo dei primi a risarcire le seconde, un obbligo però che sappiamo disatteso.
Di fronte a un’ingiustizia così plateale noi possiamo far finta di niente, pensare che in fondo sia qualcosa che non ci riguarda; oppure possiamo decidere che è qualcosa che ci riguarda. E quindi dobbiamo ricordare; e arrabbiarci; e lottare. E dobbiamo credere che un giorno ci sarà la giustizia, su questa terra. E fare tutto quello che è in nostro potere affinché quel giorno arrivi, il prima possibile.