Angelo figlio di Bernardo Provenzano deve pagare per il padre?

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Angelo Provenzanodi Giuseppe Bianca -31 marzo 2015

La notizia riportata in queste ore per cui Angelo Provenzano, 39 anni, figlio maggiore del boss Bernardo, sia prodigo nel narrare dettagli di vita vissuta, raccontati a pagamento ai turisti,

come accade ogni settimana ormai da sei mesi, pone un problema di metodo e di coerenza da parte di quanti, in questi anni, hanno vomitato insulti, issato muri insormontabili e sprecato fiumi di inchiostro, fortunatamente negli ultimi tempi, assorbito dal web. Secondo loro un figlio di un mafioso tale rimane fino a quando non ne prende pubblicamente le distanze. Quel desiderio forte di bianco e di nero, quel ragionare per scissioni e separazioni, che costituisce un utile meccanismo di difesa, oggi non può finire nel dimenticatoio, perché la notizia è carina ed intrigante.

overseas-adventure-travelPertanto, unitamente al rispetto personale che ogni individuo merita, ed Angelo Provenzano al pari di questi e di chiunque altro, non serve in questa vicenda né la berlina a cui mettere il protagonista, né, altrettanto, quello spirito assolutorio, quel “che ci fa” che esce proverbialmente geniale come le faccine dei social, quando pensiamo di avere avuto una bella pensata, la vecchia luce che si accendeva nei fumetti con Archimede protagonista, (eureka) che sposta il problema. Questo infatti allontana il baricentro delle cose e mistifica i contenuti della questione.

angelo-provenzano-155470Il peggior padre, fosse anche l’ultimo uomo della terra è sempre un padre per il proprio figlio. Non servono manuali di sociologia per spiegare questa verità di base, come il fatto che il male intriga più del bene, e la virtù unisca meno del vizio.

A questa terra che non riesce ad esportare un’immagine credibile serve un esame di coscienza. Sereno, complessivo ed oggettivo.

Ciascuno di noi sa, infatti, intimamente, come si combatte la mafia, attraverso quali messaggi, con che comportamenti, ed evitando quali omissioni, che possono apparirci anche minime e lievi.

Lo stupore “social” dunque, legittimo, ma tardivo, va accompagnato con la presa di coscienza che il nostro obiettivo deve essere quello di esportare sole, sorrisi e comportamenti di dignità, essere siciliani ricordati non per la talìata, per l’omertà e per il compiacimento di essa, ma per quel profumo di morale che deve salire dalla terra insieme alla zagara.

Il souvenir del primo dentino o della gita in bicicletta di Angelo Provenzano oggi è appetibile per quel manifesto in cui abbiamo incorniciato la Sicilia, consentendo romanzi, sagre, fiction, gadget, schematici e comodi luoghi comuni, il mercato dell’ovvio, che per noi però, non è né gratis, né indolore.