Tragedie, mal di vivere, che succede?

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Andreas Lubitz aereodi Giangiuseppe Gattuso – 30 marzo 2015

Avevo qualche dubbio a trattare l’argomento, ritenendolo non del tutto attinente allo spirito del blog.

Ho pensato di farlo dopo avere letto l’articolo di Mario Botteon sulle speculazioni politiche, anche su una tragedia come questa. Per riflettere su una questione a forte rilevanza sociale, spesso sottovalutata. Sulla quale, ancora oggi, c’ė ignoranza e superficialità, disattenzione colpevole, causa di gravi conseguenze. E non parlo di chi ne soffre, a volte inconsapevolmente. Mi riferisco a chi, amici, familiari, colleghi, e datori di lavoro, il più delle volte, non fanno tutto quanto possibile e necessario.

La parola chiave è “depressione”. Il male oscuro, a volte indecifrabile, tenuto nascosto, inaccettabile, e, appunto sottovalutato. Sofferenze infinite, malessere sottaciuto, vite vissute malamente. La si sfugge, si evita di parlarne, perché non è una malattia normale, siamo nella sfera della cosiddetta ‘psiche’, quel qualcosa ancora impenetrabile, fuori dalla portata per i più. E c’è, molto diffusa, una sorta di rassegnazione, “era destino”. Ma, invece, nella casistica conosciuta, spesso sarebbe stato possibile intervenire adeguatamente e con ottime probabilità di successo. Prima di tante, troppe, ingiustificate tragedie. La natura biologica della malattia, infatti, è acclarata e i trattamenti farmacologici hanno spesso esiti risolutivi. Basta affidarsi a gente competente e non solo a chi affronta tali gravi disagi con infinite sedute psicoanalitiche.

parenti_vittime_airbus_germanwings4_1Martedì 24 Marzo 2015 sul fianco delle Alpi francesi l’ultima immane sciagura. E, pare ormai molto probabile, una ‘lucida’ pervicace volontà di un ragazzo di 27 anni che ha ritenuto ingiusto il verdetto medico sulla sua inadeguatezza a pilotare un aereo. Una vendetta contro tutti per dimostrare le sue capacità. Dall’interno della cabina di pilotaggio Andreas Lubitz ha azionato il cockpit door, ha chiuso definitivamente la porta d’ingresso, lasciando fuori il pilota comandante. In questo modo è diventando il padrone assoluto della vita degli altri 149 passeggeri dell’Airbus A320 della compagnia Germanwings. Niente da fare, nessuna possibilità di salvezza, nessun intervento per bloccare la lucida follia.

Aereo GermanwingsEcco la questione delicatissima. Lufthansa, la compagnia da cui dipende Germanwings, non ha informazioni sulle malattie dei suoi dipendenti. L’idoneità o meno di un pilota è stabilita da un ente federale. Come se il “mestiere” di pilotare un aereo di linea fosse come quello di un impiegato qualsiasi. Di un addetto al recapito della posta o di uno sportellista, con tutto il rispetto. Stiamo parlando di individui ai quali affidiamo la nostra vita, ciecamente, senza dubbi sulle loro capacità e condizioni di salute. E, quindi, che senso ha invocare la privacy. Che senso può avere per una compagnia l’impossibilità di conoscere sempre e comunque le reali condizioni di salute psicofisica di chi ha, per professione, la responsabilità della vita di se stesso e quella di tanti altri.

E lo so bene che è e sarà impossibile evitare altre tragedie. Perché ci sarà sempre un motivo, un fattore scatenante, un guasto tecnico, un incidente qualsiasi.

Ma la malattia nascosta, no. Il disagio, il malessere oscuro, la depressione in tutte le sue sfaccettature e livelli di gravità, no. C’è una letteratura scientifica e consolidate metodologie diagnostiche alle quali non si può sfuggire. Anche facendo di tutto per nasconderle. Credo ci sia qualcosa da rivedere nel rapporto tra datore di lavoro e dipendente, tra istituzioni sanitarie e enti che sovraintendono ai settori del trasporto passeggeri, a quello aereo e non solo.

Insomma, è arrivato il tempo di cambiare qualcosa nei regolamenti, nei contratti di lavoro, anche a scapito di un po’ di privacy in meno. Ne va della vita degli altri.