Antiantismo

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di Franco Cardini – 1 maggio 2018

IL MIO PERSONALE “MANIFESTO” POSITIVO (ALMENO NELLE INTENZIONI)

Avendo raggiunto ormai le settantasette primavere, l’età pensionabile (nell’Accademia pomposamente definita “emeritato”, che mi dà diritto all’epiteto di “colendissimo” al posto del più banale “chiarissimo”) e una poltroncina di ventottesima fila nella graduatoria degli italiani che hanno una qualche forma di “visibilità”, non vorrei che per questo qualcuno dalla memoria corta si dimenticasse di (come diceva Petrolini) “tutto quel che sono”, che io – tanto per continuar con la citazione del sommo Maestro – non solo “non ve lo posso dire” perché “a dirlo non son buono”, ma non oso nemmeno (proseguo con la dotta citazione cabarettistica) provarmi a cantar. Insomma, non vorrei che per distrazione o per indulgenza mi si prendesse o mi si volesse far passare per una brava persona.

Io sono un pessimo soggetto, cari miei: sarei – tanto per citare una venerabile figura manzoniana – un “vecchio dalla canizie vituperosa”, se soltanto avessi ancora i capelli. O voialtri tutti che sapete manovrare il web, i social networks e tutte le altre diavolerie che vi esimono dallo sgobbar sui libri, non dimenticate che io sono sputtanato su molteplici “siti”, da quelli dei cattolici teocons a quelli degli “antifa” in servizio permanente effettivo, in tutto l’arco costituzionale ed extracostituzionale e metacostituzionale: mi si accusa in sintesi, anzi forse in sincresi, di essere un asburgoclericofasciocomunista, e di tale ircocervico epiteto, vi dirò, mi onoro: anzi, me ne sono sempre fregiato e me ne fregio.

Come tale, lasciatemelo dire, le recentissime celebrazioni del 25 aprile mi hanno proprio frantumato e polverizzato le scatole: e dico le scatole perché, oltre che un pirata, sono anche un signore. Posso anche capire che il “passato-che-non-passa” non debba nemmeno passare, nella misura in cui sul suo “non esser passato” poggia un immenso edificio retorico sul quale hanno fondato la loro fortuna migliaia di political climbers, di voltagabbana, di professorini, di maestrucole-dalla-penna-rossa, di pennivendoli, di arruffapopoli compresi molti senzapopolo, di furbastri del partitino (o del giornalino), infine di quel nutrito manipolo di vigliacchetti che sono così vigliacchi da non accontentarsi di accodarsi alla torma delle maggioranze tumultuose, ma che per esser più sicuri di non correre dei rischi (e lì talora sbagliano) vogliono addirittura porsene alla testa.

Questo nostro disgraziato paese, anzi questa nostra povera Europa, anzi questo nostro  pericolante mondo sta attraversando un lungo tunnel cominciato forse oltre cento anni fa, con la guerra del 1914-18 e le paci del ’18-’20 (che, come le ha definite in blocco David Fromkin nel suo splendido libro del 1989, sono state a peace to end all peace).

Siamo ancora lì, ancora a quel punto: i Thomas W. Wilson, i David Loyd George, gli Winston Churchill e i Georges Clemenceau che un secolo fa, negli ovattati studi e nelle luminose sale di Versailles e di Parigi, inventarono Hitler e il nazismo, inventarono anche – a “scoppio più ritardato” – la crisi vicino- e mediorientale. Ma da tutto ciò, di crisi in crisi, di guerra in guerra, di delitto in delitto, di genocidio in genocidio, non siamo stati capaci d’imparare nulla. I Lager, la Corea, il Vietnam, l’esplosione dell’India, la tragedia cambogiana, il disastro mediorientale, il pluridecennale macello afghano, i Balcani, il malessere latino-americano, l’esplosione dell’Africa, il tragico impoverimento del mondo, la scandalosa sperequazione tra le immense legioni del troppo poveri e i sempre più ristretti e fortificati compounds degli arciricchi, dei Signori delle Lobbies: tutto ci è passato sulla testa e noi abbiamo continuato imperterriti a incensare le magnifiche sorti e progressive della democrazia parlamentare in cui non crede più nessuno, della “società del benessere” che è finita da tempo, del nostro felice Occidente che ormai ha sostituito le cattedrali e le officine delle quali un tempo andava fiero con i Centri Commerciali (ogni tempo ha le cattedrali e le officine che si merita) e che adesso vive nella felice incoscienza della realtà eternamente virtuale che le sempre rinnovate risorse dell’informatica gli porge.

Ma se i nostri sonni sono turbati, se i nostri sogni sono infelici e talora paurosi, se il sonno della Ragion Informatica genera mostri, basteranno i rituali esorcisti antifascisti e antinazisti a risvegliarci? O fanno parte anch’essi di quel sopore malefico? “Dovere della Memoria”, si è stradetto e si arciripete: eccome, e quanto! Ma che sia Memoria, perdinci, e non Oblio Selettivo. Perché in caso contrario – e in questa trappola ci siamo caduti da decenni, ci dibattiamo nel suo fondo pieno di pali aguzzi ma siccome ci rifiutiamo di chiamarla col suo nome non sappiamo uscirne – bisognerà pur prima o poi renderci conto che questo continuo “sbattere il Mostro in prima pagina” maledicendo e additando al pubblico ludibrio chiunque si azzardi a timidamente chiedersi e chiedere se davvero sia tale, e fino a che punto lo sia, e se non ve ne siano circolati o circolino altri pari a lui o peggiori di lui, serve solo – appunto – a nascondere altre mostruosità. Il razzismo e l’antisemitismo sono stati delle piaghe orribili e imperdonabili, esplose nella follìa del genocidio nazista: ma erano stati preparati da secoli d’incubazione nel mondo cristiano, nella società dello sfruttamento colonialistico, nella stessa scienza tra illuminismo ed evoluzionismo. La “resistibile ascesa” del caporale austriaco al potere in Germania avrebbe pur potuto esser fermata, se solo i vincitori della prima guerra mondiale avessero saputo limitare la loro hybris e i loro smodati appetiti politici ed economici. Nessun Lager d’altronde giustificherà mai i Gulag, nessuna Auschwitz cancellerà mai Kolyma, nessuna Risiera di San Sabba servirà a passar sopra alle foibe, nessuna memoria della Shoah potrà mai attutire l’orrore del genocidio armeno e nemmeno quello dei native Americans, nessuna distruzione del ghetto di Varsavia potrà servire da giustificazione per i palestinesi ammazzati perché si avvicinano troppo a un “confine”, peraltro arbitrariamente fissato, nella striscia di Gaza. Torniamo a scuola da Dostoevskji, da Gandhi, da madre Teresa: o non s’impara una buona volta la pietas nei confronti di tutta la storia e di tutto il genere umano o non faremo mai un passo sulla via della vera pace. Quella che nasce dalla giustizia, dal raggiungimento d’un livello minimo di dignità per tutti i componenti del genere umano, non dai vaneggiamenti paraideologici dei media.

Per questo sono stufo dell’antifascismo e dell’anticomunismo, che sono miserabili alibi strumentali: mi dichiaro ufficialmente e formalmente “antiantifascista” e “antianticomunista”. Le formule fondate sugli osanna e sui crucifige, superficiali quando non ispirate a faziosa disonestà, sono degli stupidi e miserabili passepartout. Esigo che tutti imparino a comprendere: il che significa sforzarsi di analizzare e di penetrare il più a fondo possibile negli eventi, nelle istituzioni, nelle strutture, alla ricerca delle loro “ragioni” intime, che non coincidono mai con la “Ragione” astratta. Comprendere non è affatto sinonimo di giustificare, non equivale a perdonare (il perdono è una funzione troppo elevata per venir usata come un pretesto o una merce di scambio), tantomeno significa dimenticare. La comprensione serena e severa è la premessa per l’uscita dalla storia come incubo e come angoscia, è la condizione per l’ingresso nella storia come consapevolezza e condivisione universale.

Ecco perché il 25 aprile 2018 mi è piaciuto ancora meno dei precedenti: viziato com’era, oltretutto, dall’ombra delle recenti elezioni del 4 marzo scorso con il suo tragicomico epilogo che a quasi due mesi da allora paralizza il paese alla ricerca di un Governo Impossibile: e a risolvere il problema di una società civile ignorante e disorientata che non sa uscire da un garbuglio che si è creata con le sue stesse mani non basteranno certo né l’isterismo politico né la demonologia applicata come quella alla quale stiamo assistendo da ormai una settimana su tutti i canali televisivi, con la pioggia di films “antifascisti” e “antinazisti” (e magari fossero tutti del livello del Pianista!). Le dichiarazioni del presidente Mattarella sui “fascisti di Salò”, spesso “peggiori degli stessi nazisti” ci hanno fatto fare, sul cammino del civismo, un colossale passo indietro rispetto alle sagge, nobili, equilibrate parole pronunziate anni fa da Luciano Violante a proposito delle decorose ragioni dei ragazzi che nel ’43 scelsero in buonafede quella che a loro sembrava la via dell’onore e che corrispondeva all’educazione che avevano ricevuta: il punto non è che sbagliassero o meno, ma che la loro strada – e ce l’ha ripetuto una memorialistica onesta e qualificata, da Mazzantini a Vivarelli a moltissimi altri – venne spesso percorsa con dolore e con dignità; che talvolta pagarono per colpe non loro e che non è né giusto né corretto trattarli in blocco da criminali solo perché, nelle loro stesse file, criminali senza dubbio ce n’erano (e anche “dalle altre parti”: perché erano più d’una). Allo stesso modo, il Berlusca travestito da partigiano cattolico con tanto di fazzoletto verde al collo che si augura la sostituzione della “giornata della Liberazione” con una “giornata della (delle?) Libertà”, che ricorda “a senso unico” i misfatti delle brigate partigiane comuniste e auspica una futura rievocazione del 25 aprile depurata da stelle rosse e da falci-e-martelli, va obiettivamente contro la storia: del resto non mi piaceva nemmeno il Berlusca di anni fa, che nei casi analoghi a quello di pochi giorni fa celebrava la vittoria angloamericana parlando dei “bravi ragazzi che hanno varcato l’oceano per portarci la libertà”: beh, spesso non erano bravi ragazzi e comunque non venivano qui animati da nobili sentimenti altruisti, e se tra quei “bravi ragazzi” comprendiamo anche quelli che hanno fatto la strage di Gela, che hanno distrutto Montecassino e che hanno “marocchinato” donne e ragazze tra Roma e Firenze allora mi dispiace ma non ci sto. Trovo d’altronde obiettivamente ridicoli quelli che a Cascina, nascondendosi dietro la “rievocazione storica”, fanno sfilare comparse travestite da soldati alleati e da  soldati della Wehrmacht conditi dalla timida eppure al tempo stesso provocatoria presenza di altre comparse in uniforme delle SS o della GNR: come se si volesse davvero ottenere un risultato “unitario”, e magari perfino “conciliatorio”, dalla somma e dall’ammucchiata di opposte faziosità. Quelli di Cascina, se davvero intendevano offrire un’alternativa a un modo di celebrare il 25 aprile che non piaceva loro, avrebbero dovuto avviare un confronto serio, non darsi al carnevale con l’alibi delle  “rievocazioni storiche”

Insomma: a tutti lorsignori – rossi, rosa, arancioni, bianchi, verdi, azzurri, grigiazzurri, pastello, fucsia, malva, bruni, fumo-di-Londra o neri che siano o che vogliono giocar ad essere – mi permetto di consigliare di metter da parte i tanti “libri neri” (del fascismo, del nazismo, del capitalismo eccetera) oggi in circolazione e di prendere invece una buona volta in mano l’autentico archetipo di tutti quelli, l’Encyclopedia of genocide pubblicata nel 1999 dalla ABC-CLIO negli Stati Uniti sotto la direzione di Israel W. Charny (direttore generale dell’istituto dell’Olocausto e del Genocidio in Israele) e tradotto in francese nel 2001 dalla Privat di Tolosa col titolo di Encyclopédie mondiale des génocides. Constateranno che ce n’è per tutti e che il più pulito c’ha la rogna.

Quel libro severo, documentato, tragico, non è un lavoro “esaustivo” e “obiettivo”, perché la totale esaustività e l’asettica “obiettività” non esistono: siamo però dinanzi a uno sforzo tanto sapiente e documentato quanto intellettualmente onesto di contribuire a una maggior conoscenza della verità storica (che a sua volta non è certo la “Verità” assoluta) e quindi alla consapevolezza del dato di fatto che la strada migliore – se non unica – per comprendere sul serio il passato e per impedire che gli orrori di esso (che non sono finiti né con la morte di Hitler, né con quella di Stalin, né con quella di Pol Pot) si perpetuino nel futuro, come purtroppo oggi stesso sta già accadendo. Nessuno ci restituirà mai le vittime di Auschwitz, né quelle di Hiroshima: l’unico modo però di onorarle davvero è fare in modo che da domani (un “domani” purtroppo ancora molto remoto, del quale non possiamo aspettarci un’alba prossima) non vi siano più vittime a Gaza, ad Aleppo, a Kabul, nei millanta focolai d’odio sparsi tra Africa e America latina, perfino nelle nostre città e nelle nostre scuole. Per questo non basta invocare la pace: bisogna individuare le ragioni profonde degli odi e delle guerre: che sono sempre e comunque da una parte l’impulso della sopraffazione e del dominio, dall’altra la sofferenza deviante dalla mancanza di giustizia. Quel che non siamo mai riusciti a costruire e che forse è impossibile a costruirsi, ma che non bisogna mai stancarsi di tentare, è un nuovo modo di vivere la nostra condizione di esseri umani: un nuovo modo di considerare e di desiderare le cose, di guardare a noi stessi e agli altri. I greci – e Paolo di Tarso, ch’era un ebreo di cultura greca – lo chiamavano metanoia. Cambiarsi dentro.