Aspetti politici della precarizzazione

0
224

di Marco Palazzotto 3 febbraio 2017

Io so.* 
Io so i nomi di chi ha appoggiato in Italia lo sviluppo del neoliberismo.
Io so i nomi di chi ha gestito il processo d’integrazione europea, e oggi è colpevole del disastro economico e sociale che colpisce milioni di famiglie in tutta Europa.
Io so i nomi dei responsabili che oggi si trovano alla guida delle istituzioni economiche, finanziarie e politiche europee e che continuano a imporre le politiche di austerità a paesi martoriati da quasi dieci anni di crisi economica.
Io so i nomi dei politici italiani, oggi anche nei partiti di governo, che da più di trent’anni attuano politiche volte allo smantellamento dei servizi sociali e delle leggi a tutela dei lavoratori.
Io so i nomi di chi ha votato il pareggio di bilancio in Costituzione, istituzionalizzando così un credo liberale che non trova riscontro nelle risultanze empiriche.
Io so i nomi di chi nel 2008 ha votato in Italia la ratifica di un Trattato europeo, senza alcun dibattito pubblico.
Io so che le politiche di destra attuate negli ultimi decenni (e adottate soprattutto dal cosiddetto centrosinistra), hanno dimostrato la loro inefficacia nelle dinamiche di sviluppo, di occupazione e di benessere sociale.
Io so che politici, imprenditori, banchieri, economisti che hanno svolto un ruolo da protagonisti nella gestione della cosa pubblica nell’ultimo quarto di secolo sono responsabili della povertà e del sottosviluppo che mi circondano.
Io so tutti questi nomi e tutti questi fatti: ed ho le prove. 

Le prove del fallimento delle politiche neoliberali sono sotto gli occhi di tutti. L’Italia è tra i paesi che in Europa ha applicato i maggiori tagli alla spesa pubblica, al netto degli interessi, a discapito dello sviluppo industriale e dei servizi sociali. Già dal divorzio tra Banca d’Italia e Ministero delle Finanze il nostro paese segue la dieta neoliberista, prima ancora che esistesse l’Euro.

Inoltre l’Italia è anche il paese che più di tutti ha prodotto leggi volte ad abbassare le tutele nel mercato del lavoro. Ma non esiste correlazione tra precarietà e aumento dell’occupazione, come anche studi dell’OCSE hanno dimostrato (Brancaccio 2016).

Già negli anni Quaranta Michael Kalecki, economista polacco di idee socialiste, analizzò il fenomeno della disoccupazione in un saggio intitolato Aspetti politici della piena occupazione (1), evidenziando come le imprese si siano sempre opposte alle politiche  governative volte alla piena occupazione (tranne in alcuni casi storici come quello della Germania prenazista). I riscontri empirici dimostrano che le politiche pubbliche dell’occupazione stimolano produzione e assunzioni, e quindi ne traggono vantaggio anche i capitalisti, non soltanto i lavoratori. Inoltre la politica governativa di spesa pubblica per la piena occupazione non intacca i profitti perché non richiede imposte aggiuntive, se si ricorre al finanziamento in deficit (2).

Le ragioni dell’opposizione degli industriali alle politiche di piena occupazione mediante spesa pubblica sono, secondo lo studioso polacco, di tre tipi:

a) avversione nei confronti dell’ingerenza pubblica nel problema dell’occupazione in quanto tale;
b) avversione nei confronti dell’orientamento della spesa pubblica (investimenti pubblici e sussidi al consumo);
c) avversione per i mutamenti sociali e politici derivanti dal mantenimento della piena occupazione.

Per quanto riguarda il punto a), nel laissez faire il livello di occupazione dipende dallo stato di fiducia. Se questo si logora gli investimenti privati diminuiscono. Questo mette i capitalisti nella situazione di esercitare un controllo indiretto sulla politica del governo: tutto ciò che intacca lo stato di fiducia deve essere evitato. Se il governo spende aumentando l’occupazione, questo meccanismo si inceppa. Ecco perché i capitalisti parlano dell’importanza sociale della dottrina delle finanze sane, subordinando così il livello di occupazione allo stato di fiducia.

b) Nel caso dell’intervento pubblico i capitalisti preferiscono i sussidi al consumo e alla disoccupazione rispetto gli investimenti pubblici, perché questi, per l’effetto di sostituzione nei settori strategici, sottraggono quote di investimenti ai privati. Mentre i sussidi sono semplicemente trasferimento di potere di acquisto che permette di acquistare merci prodotte dai capitalisti.

c) Infine la piena occupazione non conviene perché darebbe maggiore peso politico alla classe lavoratrice, così che il licenziamento smetterebbe di avere la funzione sociale di misura disciplinare. È vero poi che i profitti sono maggiori con la piena occupazione di quanto non siano in regime di laissez faire, ma è anche vero che con l’aumento dei salari aumentano i prezzi e vengono perciò intaccati i profitti dei rentiers. Ad ogni modo disciplina nelle fabbriche e stabilità politica sono più apprezzati rispetto alla piena occupazione.

Riportando queste analisi di Kalecki all’oggi notiamo, ad esempio, che a tre anni dall’emanazione delle ennesime leggi di modifica del mercato del lavoro, quelle del cosiddetto jobs act, abbiamo assistito ad un aumento del contratti a tempo indeterminato solo grazie agli incentivi all’assunzione con gli sgravi contributivi. Dopo la fine degli incentivi i contratti a tempo indeterminato sono calati sensibilmente. Di contro vi è stato l’aumento vertiginoso dei voucher, ovvero buoni-lavoro che, dietro la motivazione di far “emergere il nero”, in realtà servono a precarizzare e sfruttare maggiormente i lavoratori (Forges Davanzati 2016, qui un articolo recente).

Il “ce lo chiede l’Europa” si traduce perciò nello smantellamento delle tutele sociali e lavorative, e nella distruzione dell’apparato industriale italiano, così che il capitalismo mitteleuropeo possa mantenere una posizione di supremazia verso le economie della periferia del vecchio continente. Abbiamo visto quali risultati sono stati ottenuti in Grecia dai diktat della Troika europea. Le evidenze contabili ci mostrano che quel modello di austerità espansiva, sostenuto anche da eminenti economisti  italiani ( ad esempio Alesina e Giavazzi dalle colonne del ‘Corsera’) non ha funzionato. Allora perché insistere con una medicina che non funziona? Una risposta analoga a quella che ci offre Kalecki sopra, la troviamo anche in Lenin, che, criticando il pensiero di Kautsky, proprio 100 anni fa scriveva:

è caratteristica dell’imperialismo appunto la sua smania non soltanto di conquistare territori agrari, ma di metter mano anche su paesi fortemente industriali (…), giacché in primo luogo il fatto che la terra è già spartita costringe, quando è in corso una nuova spartizione, ad allungare le mani su paesi di qualsiasi genere, e, in secondo luogo, per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l’egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio quanto a indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia (…) (3)

(*) La struttura di questo articolo prende spunto, nella prima parte, dal famoso articolo di Pier Paolo Pasolini: Cos’è questo golpe? Io so pubblicato dal Corriere della Sera il 14 novembre 1974, un anno prima della scomparsa dell’autore.

(1) M. Kalecki, Sulla dinamica dell’economia capitalistica, Einaudi (1985)
(2) Se il pieno impiego viene mantenuto con un aumento del debito pubblico, ciò non comporta, secondo Kalecki, alcun problema per la produzione e l’occupazione, “se gli interessi sul debito sono finanziati con una imposta patrimoniale annuale. Il reddito corrente, dopo il pagamento dell’imposta patrimoniale, sarà minore per alcuni capitalisti e maggiore per altri rispetto a quello che sarebbe stato se il debito pubblico non fosse stato incrementato, ma il loro reddito complessivo rimarrà uguale e il loro consumo aggregato probabilmente non varierà significativamente.”
(3) Lenin, L’imperialismo. Fase suprema del capitalismo (1916) https://www.marxists.org/italiano/lenin/1916/imperialismo/