Back to Renzi? Ci mancherebbe solo questo

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti, Francesco Calvo, Daniela Preziosi
Fonte: huffingtonpost / Il Manifesto

di Alfredo Morganti – 13 luglio 2019

Back to Renzi? Ci mancherebbe solo questo.

Al teatro Puccini di Milano Renzi ha sferrato l’attacco contro “una parte dei nostri che non ci credeva”. Non credeva evidentemente ai suoi mirabolanti progetti, alle sue fanfaronate, ai suoi bonus, al suo provincialismo politico. Be’, col senno di poi, ma anche senza sapere con certezza come sarebbe andata a finire, facevano bene, altro che. Ma lui e “i suoi” oggi sono pronti a scommettere che qualcuno ci possa ricascare con tutte le ciabatte. E magari l’ex tutto si sente in pista per riagganciare in futuro l’orbita di governo, con nuovi bonus e altre inedite fantasmagorie. Venghino signori, venghino.

L’unica cosa che so è questa: se Sala facesse un nuovo partito liberal come lui stesso minaccia, il parassita Calenda gli si accoderebbe subito, e Renzi sarebbe pronto a lanciare un’Opa alla neonata formazione. Aridanga, insomma, come un disco rotto. L’ennesimo balletto politico di cui non sentiamo affatto la necessità, semmai il contrario. Sarebbe bello voltare pagina, invece. Lasciarsi dietro tutta questa roba, che un po’ fa il voltastomaco. Ribaltare tutto. E scomporre e ricomporre un’area che oggi sembra terremotata.

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Il resoconto dell’assemblea del Pd di ieri, 13 luglio, di Francesco Calvo per l’Huffingtontost  e di Daniela Preziosi per Il Manifesto

La “rigenerazione” di Zingaretti ricompatta il Pd. Almeno per oggi

di Francesco Calvo

All’Assemblea nazionale il segretario lancia la riforma dello Statuto e la Costituente delle idee per un nuovo programma partecipato. Le minoranze si allineano, ma mancano molti renziani

Nicola Zingaretti lo ripete in maniera quasi ossessiva nella sua relazione all’Assemblea nazionale: “Non voglio un partito del leader, non ci credo e non lo farò mai. È il preludio della solitudine e della sconfitta”. Il segretario dem lo chiama “modello Salvini”, ma ricorda anche le modalità in cui è stato gestito il Pd negli ultimi anni. E oggi che è lui a promettere “partecipazione”, “apertura”, un “pluralismo interno per costruire il futuro e non per discutere sul passato” trova attorno a sé un consenso quasi unanime: nessun contrasto sulle nomine interne alla commissione che dovrà elaborare le proposte di riforma dello Statuto, nessun voto finale su cui contarsi, pochissimi interventi critici (e quasi tutti su questioni collaterali), ampio applauso e standing ovation lungo tutta la sala al termine del suo intervento.

I renziani assicurano una presenza con il contagocce. Non c’è l’autosospeso Luca Lotti, ma nemmeno Lorenzo Guerini e il capogruppo al Senato Andrea Marcucci. I delegati presenti, fanno sapere fonti interne, sono una ottantina su circa duecento. Più compatta la presenza dei giachettiani, compresa Maria Elena Boschi. Ma nessuno ha intenzione di dare battaglia, tanto che perfino il voto sulla nomina dei vicesegretari Andrea Orlando e Paola De Micheli, che aveva creato non pochi malumori nelle settimane scorse, conta solo 4 contrari e 28 astensioni.

Attenzione, però, a pensare che si sia trattato di un’Assemblea balneare. Innanzitutto, perché da qui è partita oggi quella ricostruzione del partito che porterà, attraverso la riforma dello Statuto, a garantire nuove forme di partecipazione (anche on line), a superare la coincidenza tra segretario e candidato premier e, in definitiva, a provare a eliminare il correntismo interno, pur mantenendo un pluralismo di idee. “O facciamo una rivoluzione o non ce la faremo”, è lo slogan usato dal segretario.

Quindi perché Zingaretti ha messo in fila le proposte su cui articolare la Costituente delle idee, una sorta di programma partecipato su cui ha aperto la discussione nella apposita piattaforma on line e nei prossimi appuntamenti sui territori, fino alla Convention per l’alternativa fissata per l’8-10 novembre a Bologna. Meno tasse sul lavoro, 50 miliardi da ridestinare a un “green new deal”, istruzione a costo zero per le famiglie con Isee inferiore a 25mila euro, investimenti per nuove assunzioni nella sanità, riforme istituzionali per semplificare la burocrazia e ripensare un modello di autonomie regionali, la possibilità di investire 200 miliardi (di cui 170 già stanziati, ma tenuti bloccati) in infrastrutture strategiche, una politica industriale socialmente sostenibile e attenta alla parità di genere, la sicurezza declinata in termini di vicinanza sociale, sostegno per l’occupazione dei più giovani. Sono le bozze di un nuovo programma di sinistra, sul quale costruire l’alternativa all’attuale maggioranza.

La critica al Governo emerge solo in alcuni passaggi ed è più incentrata sui temi che sulla cronaca. Certo, non manca l’accenno al Moscagate di Salvini, per il quale secondo Zingaretti non è importante tanto l’eventuale passaggio di denaro da Mosca a via Bellerio, quanto la “inquietante strategia politica che rinnega il posizionamento internazionale dell’Italia dal Dopoguerra a oggi”, con il tentativo di “distruggere le istituzioni europee” e di allontanarci dal “multilateralismo internazionale costruito dalle democrazie occidentali”.

Ma il dato politicamente più interessante dell’Assemblea di oggi è il colpo d’occhio politico che regala. Sembra che attorno al tentativo di “rigenerazione del Pd” approntato dal segretario si stiano ritrovando un po’ tutti, chi per convinzione, chi per mancanza di alternative, chi per provare in qualche modo a star dentro a questa fase. Si tratta, si partecipa agli organismi, qualche volta si applaude pure. Ci si astiene, più che votare contro. Gli steccati sono più fragili di un tempo ed è un dato che si nota maggiormente negli organismi pletorici come questo, al quale partecipano i quadri intermedi.

Il clima è ben lontano da quello plebiscitario delle precedenti Assemblee o da quello che si è visto ieri all’iniziativa dei Comitati renziani a Milano. È il dato più evidente del superamento del renzismo, almeno di quello radicato dentro il Pd. E Zingaretti prova a incarnarlo al meglio quando chiama “tutti in campo”, contesta i “gruppi di potere” e le divisioni in “gruppi e sottogruppi”, eleva il tasso retorico sostenendo che “è una formula bellissima sentirsi parte di una comunità”.

Certo, le componenti interne restano e il segretario è sempre ben attento a dare a ciascuna di loro lo spazio necessario. Nella Commissione di riforma dello Statuto, presieduta non a caso da Maurizio Martina, ogni area ha indicato i suoi nomi con un equilibrio che sacrifica perfino la maggioranza interna rispetto al risultato congressuale. Anche perché in quell’organismo non è previsto che si voti: se ci saranno posizioni diverse su singoli punti, saranno portate all’attenzione della Direzione, dove gli zingarettiani possono contare su una solida maggioranza dei due terzi dei componenti. Ma conta il segnale. E, soprattutto, la risposta ottenuta: almeno oggi, il Pd è apparso come un partito, uno solo.

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Zingaretti e la fase due: «Pd vicino alle persone, serve una rivoluzione»

di Daniela Preziosi – Il Manifesto 14 luglio 2019

#LassembleanazionalePd. «I 5 stelle stampella della Lega, ormai hanno perso l’anima». Il segretario vuole la svolta, ma su Libia e autonomia resta cauto. Il progetto: la Costituente delle idee serve a definire le nostre proposte e imporre una nuova agenda, aprendo un confronto nel Paese, su un grande piano per l’alternativa.

“O facciamo una rivoluzione o non ce la faremo”. All’assemblea nazionale del Pd la standing ovation per il segretario è così esagerata che farà scherzare – ma non troppo – Gianni Cuperlo, «Un applauso sovietico, Nicola però diciamo che non è un modello». Il segretario rassicura, il suo è un «no al modello Salvini». Ma nell’entusiasmo della platea dell’Ergife di Roma c’è tanto non detto. Innanzitutto c’è la speranza che la «seconda fase» che il segretario annuncia faccia uscire dalla clandestinità l’opposizione democratica al governo giallobruno. Anche se Zingaretti ha un’idea tutta sua su questo: «Il voto per il Pd è in aumento: se non parlano di noi non è perché contiamo di meno ma perché temono il nostro recupero». La scommessa è sull’alternativa, cioè su una coalizione che tonifichi le magre forze di partito. Ma nell’applauso c’è anche l’auspicio che il passato passi una volta per tutte: il convitato di pietra è Matteo Renzi e la sua «riconquista» del Pd. Dal palco nessuno lo nomina. L’unico a rivolgersi all’ex segretario, anche lui senza nominarlo, è proprio Cuperlo, che è diventato presidente della Fondazione Pd: «Non dobbiamo tornare al passato remoto ma neanche a quello prossimo, l’Italia ha bocciato l’impianto di alcune delle nostre riforme».

ZINGARETTI ATTACCA LA LEGA e quasi snobba i 5 stelle. La prima «difende gli interessi dei ceti più ricchi», i secondi «stanno perdendo l’anima, sono diventati un’amara stampella che sorregge un progetto non loro». «La destra è stata più brava di noi a rappresentare la protezione di cui ha bisogno una fascia sociale ampia, ma nello stesso tempo, la tradisce. Dobbiamo denunciare questa contraddizione». E proposito di tradimenti, c’è l’Affaire Monopol: sui presunti fondi neri indaga la magistratura, ma «c’è un disegno di partiti europei per tradire l’Alleanza Atlantica?».

ZINGARETTI LANCIA LA ‘FASE DUE’ della sua segreteria, «un secondo atto della rigenerazione del Pd». Le europee non sono andate male e sono finite con l’inaspettata elezione di David Sassoli alla presidenza dell’europarlamento; il sorpasso del M5s è consolidato nei sondaggi, così la crescita del Pd, anche se lenta e mentre la Lega continua a crescere. Il voto anticipato non ci sarà, dunque c’è il tempo per costruire un programma e ricostruire «un Pd più vicino alle persone». Il segretario ha iniziato un viaggio per l’Italia. E da ieri è online la Costituente delle idee, una piattaforma per raccogliere le proposte per il programma, a cui però il segretario dà già un’impronta laburista: su fisco, green new deal, scuola, lavoro. La Costituente finirà in una conferenza programmatica a Bologna dall’8 al 10 novembre . Ma nelle intenzioni dovrebbe fare i conti anche con i contributi dei ’civici’ e dei domitati dati in avvicinamento.

MA C’È ANCHE DA METTERE mano all’organizzazione: «La riforma del partito è necessaria perché lo strumento che abbiamo non è più utile a svolgere la sua funzione. Dobbiamo cambiare tutto», spiega, discutere è «un gran bene» ma troppo spesso nel partito «c’è gruppo dirigente nazionale attorno a leader ma poi c’è un regime correntizio che appesantisce tutto. Ci sono realtà territoriali feudalizzate che si collocano da una parte o dall’altra, con un leader o un altro a prescindere dalle idee». Si sente l’eco delle storiche denunce di Goffredo Bettini, ma la proposta è vaga.

TANTO PIÙ CHE DAL DIBATTITO si capisce che fra la composita nuova maggioranza e la minoranza renziana c’è un abisso, persino nel linguaggio. Se Zingaretti parla di «grande piano per l’alternativa», di vaga memoria berlingueriana, Ascani si ribella, o forse non coglie: quella parola «alternativa», dice, contiene «un errore politico, perché «dicendosi alternativi diventiamo subalterni a chi governa questo paese».

MA LA VERA QUESTIONE, più che le correnti, è la chiarezza della direzione. Del partito e della linea politica. Per quanto riguarda il partito, Maurizio Martina (eletto presidente della commissione statuto) aveva già dato per finito l’automatismo segretariocandidato premier. Ascani anticipa il no dei turborenziani: «Il problema di adeguare lo statuto ce lo dobbiamo porre. Ma non va stracciato». Ed è vero che ha a che vedere con l’idea di partito (vocazione maggioritaria o alleanze), ma anche che in dieci anni a questa regola ci sono state ben tre eccezioni, una delle quali ha consentito a Renzi di partecipare alle primarie per la premiership contro Bersani (2012, ma le ha perse).

MOLTO PIÙ SPINOSI sono i dissensi su altre questioni. La Libia. Un giovanissimo milanese, Giacomo, infiamma la platea gridando «mai più soldi alle bande libiche», ripreso dal Pier Francesco Majorino, già assessore milanese e ora europarlamentare. La pacata Lia Quartapelle risponde «più Italia in Libia», difendendo gli accordi stretti dal governo Gentiloni e del ministro Minniti, tutti e due grandi elettori di Zingaretti. Nella replica Zingaretti (sor)vola alto sull’assenza della politica estera al governo.

POI C’È L’AUTONOMIA REGIONALE. Marco Furfaro, ala sinistra di Piazza Grande, chiede di dire no. «In un Paese in cui 34 bambini su 100 sono coperti dall’asilo pubblico a Milano mentre solo 3 a Napoli, non spacchi l’Italia con un’autonomia che è la secessione dei ricchi del Nord dai poveri del Sud». Gli emiliani però sono con il presidente Bonaccini e il suo progetto di autonomia, diverso da quello lombardo-veneti ma che rischia di fungere da utile idiota alle mire leghiste. Rimandato ad altra sede anche il grido di allarme sulla ricandidatura di Emiliano alla regione Puglia, renziani e Calenda sono contrari. Francesco Boccia è nominato presidente della commissione digitale, Andrea Orlando e Paola De Micheli eletti vicesegretari, il primo sarà vicario.