Fonte: InfoSannio
D’Annunzio al cinema è una pena
Gabriele d’Annunzio a Fiume era un’occasione ghiotta per costruire un film attraente: un poeta rivoluzionario e guerriero conosciuto in tutto il mondo, un’impresa folle ed epica, una gioventù di combattenti e reduci della prima guerra mondiale, un gruppo di personalità eccentriche al seguito, tra eroi, artisti, letterati, sindacalisti, donne e qualche frate. Fiume fu una festa dionisiaca non priva di trasgressioni anche erotiche e orgiastiche, intorno a una mitica Costituzione e alla leggendaria reggenza dannunziana del Carnaro. Tutti gli ingredienti per fare un film d’eccezione all’altezza del poeta e della sua storia. Poi invece ti esce un film dal titolo bello e promettente, Alla festa della rivoluzione, ma dall’esito un po’ torvo e modesto, pur ispirato da un buon testo di Claudia Salaris; con un d’Annunzio un po’ woke, molto di sinistra, tra forzature e soliti ingredienti, fascismo e antifascismo, buoni e cattivi. Non è il primo film dedicato a D’Annunzio che delude le aspettative, non riesce a restituire la smagliante ebbrezza del poeta e della sua vita inimitabile, leggendaria, carica di eccessi. Eppure D’Annunzio si presta al teatro e al cinema, di cui è stato pure autore e sceneggiatore ai tempi del muto. E sparisce al cinema l’essenza poetica e civile di d’Annunzio, il suo messaggio politico e ideale.

Dalla loro sintesi nacque il fascismo. Con il fascismo e con il Duce il Vate ebbe un rapporto tormentato, sin dalla sua fondazione e dalla vicenda fiumana. A chi sottolinea che d’Annunzio non fu mai fascista, io osservo che il rapporto è inverso. Non fu d’Annunzio a essere fascista, fu il fascismo a essere dannunziano, a ispirarsi a lui nello stile e nel linguaggio, negli atteggiamenti e nei riferimenti alla sua visione; esteta armato e oratore che parla ai militi e alle folle e porta per così dire Zarathustra dai monti alle masse. Non capiremmo il fascismo senza d’Annunzio; mentre non vale l’inverso, perché d’Annunzio precede il fascismo, anche anagraficamente: abitò per metà esatta nell’ottocento e per l’altra metà della sua vita nel novecento, è di vent’anni più grande di Mussolini e quando il fascismo va al potere ha già quasi sessant’anni, gran parte della sua opera e della sua fama, sono già noti in tutto il mondo. Del resto fu enfant prodige, assurto agli onori della letteratura quando non aveva vent’anni, ancora nel pieno dell’Ottocento. Col fascismo l’ultimo suo capolavoro non fu un’opera ma il Vittoriale sul Garda, un monumento al suo stile prima che una sontuosa dimora: i capolavori erano già stati scritti prima che il fascismo apparisse e poi andasse al potere, l’arco della sua poesia era già compiuto, resta solo la ricchezza di una testimonianza, il carteggio e gli ultimi scritti. Non ha dunque molto senso insistere sull’antifascismo di d’Annunzio, che riguardò semmai alcuni suoi adepti, come quelli di Alleanza Nazionale, un movimento dannunziano sorto nel 1930. Lui restò l’Inimitabile, nonostante i tanti imitatori. E visti certi film, l’Intraducibile, nel cinema di oggi.



