Bersani/Renzi. Essere segretari

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di Alfredo Morganti – 31 agosto 2015

Lo spunto me lo offre la partecipazione di Pier Luigi Bersani alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia. Le foto della serata, pubblicate dalla Gazzetta di Reggio, non lasciano dubbi in merito alla grandissima partecipazione di pubblico e al successo del dibattito. È chiarissimo come per tutti questi cittadini, militanti ed ex militanti Bersani non sia affatto un pezzo di passato, ma un consistente pezzo di presente e, perché no, anche di futuro (almeno in termini di affetto personale, o di cultura, non solo di politica-politica). È lampante come quel popolo che partecipava alla Festa di Reggio non stesse lì di passaggio (come quelli che votano alle primarie aperte) ma vi si trovasse per profonda convinzione, dinanzi a quello che con molta probabilità ANCORA considerano il segretario del PD.

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Chi ha fatto l’OPA al partito democratico un paio di anni fa circa, utilizzando questo meccanismo ‘astratto’ che lo Statuto del PD ha messo a norma, non sapeva che le cose, quando si tratta di eleggere e legittimare un segretario di partito nella vecchia tradizione del PCI (di cui il PD è seppur lontano erede), non stanno esattamente in quel modo. La legittimazione del capo non avveniva per semplice alternanza o meccanico avvicendamento, ma perché qualcosa impediva al precedente di continuare il suo lavoro al vertice del partito (l’età anziana, una malattia o, purtroppo, la morte). In una grande organismo come il partito comunista i ‘sovrani’ si succedevano in modo apparentemente ‘naturale’, secondo linee di continuità (anche quando producevano delle ‘rotture’ politiche). E, comunque, il sovrano era uno e uno solo, lo scettro uno e uno solo, anche se con l’andar del tempo prevaleva una gestione collegiale dove però l’autorità incontestata (autorità vera, perché nata da una gestazione politica endogena, autonoma, non dalla lotteria avulsa e scombiccherata delle primarie ‘aperte’) era quella del segretario.

Non che Renzi sia stato una novità assoluta. Nella fase post-PCI i segretari erano votati (al Congresso, in consultazioni generali), i candidati si contrapponevano, ma mai in termini di totale rottura personale e politica. Detto in altri termini, i militanti, pur votando in modo contrapposto, si riconoscevano comunque nel vincitore, non gli negavano un apporto, anzi. Presto cresceva nei suoi confronti un vero e proprio affetto collettivo. Si può discutere se questo abbia frenato l’evoluzione del partito della sinistra, oppure ne abbia preservato la natura. Se il legame col segretario fosse una zavorra politica, oppure la garanzia che l’autorità ci fosse e producesse un’efficace e sintetica azione politica. Fatto sta che le cose andavano così. Ecco, rivedendo le foto di Reggio ho pensato questo. Che per una parte ancora molto rilevante del cosiddetto ‘popolo’ democratico Bersani è, non solo, ancora il segretario del partito, ma ne è ancora di fatto il ‘sovrano’ (seppur detronizzato in forme tecnicamente ‘astratte’ dal successore). Viepiù ne deduco che Renzi ha totalmente sbagliato l’approccio al partito (per arroganza, per maleducazione, per scarso rispetto, per supponenza, e forse per tutto ciò) pensando che fosse possibile ‘detronizzare’ con un colpo di rottamazione alle primarie quello che era un legame saldo, autorevole, quasi genealogico del segretario in carica (di ogni segretario in carica) col suo partito, il suo popolo, la sua tradizione, le sue radici popolari, la sua natura in fondo. Renzi, in sostanza, non ha capito ciò con cui aveva a che fare. E pretende di esserne il segretario. Un vero sprovveduto.

Nel Paese dei Presidenti emeriti e persino dei Papi emeriti, nell’Italia delle doppie sovranità, il PD rappresenta ancora una stonatura: oggi il suo vecchio segretario è tutto meno che emerito, a vedere certe immagini. Anzi, sembra abile e arruolato. Il perché in parte lo sappiamo: nella tradizione ex comunista non esiste un segretario emerito, o si è il segretario o non lo si è. Il resto è usurpazione, per parafrasare Renzi che parafrasa il Califfo che parafrasava a sua volta chissà chi. Bersani, per dire, non parafrasa nessuno. Semmai interpreta in modo autentico una lunga tradizione. Per molto ‘popolo’ democratico (ed ex democratico) lui è ancora il segretario del PD. Alla faccia di Matteo Ricci che diceva che la minoranza democratica è ormai composta di gente ‘senza popolo’. Se stava a Reggio, la scorsa sera, gli sarebbe venuto un cerchio alla testa e avrebbe chiesto un Moment Acts al primo comunista che gli passava accanto. Statene certi.

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