Capi e sottocapi. Una politica senza più faccioni

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Ieri ‘Repubblica’ e una bella fetta di critici del possibile nuovo governo rimarcavano la presunta sconfitta di Zingaretti, il quale obtorto collo si sarebbe sottomesso alla fame di poltrone dei suoi. Bravo invece Renzi a ingurgitare prima sacchi di popcorn, per poi mostrarsi responsabilmente uno statista, una specie di De Gasperi con la “c” aspirata. Quanta ipocrisia. Per anni si paventa il rischio della personalizzazione della politica e dell’uomo solo al comando distruttore dei partiti quali organismi collettivi, e poi, quando un leader è pronto ad ascoltare, a mediare, a coordinare voci diverse, senza “metterci la faccia”, senza “Leopolde”, senza “ghe pensi mi”, senza fidanzate, cene eleganti, discorsi del bivacco e tronismi, ma guidando tutti verso l’obiettivo condiviso di un nuovo governo, quel leader diventa un perdente, un sottomesso, uno sfigato, uno sconfitto.

Un leader lo si misura per il tasso di unità che introduce, non per il clima diffuso di calcolata e interessata complicità che si deve al presunto ‘vincente’. Accadde anche a Bersani. Anche lui leader ‘unitario’, anche lui grande ascoltatore, anche lui pronto a lasciare spazio ai suoi avversari, pur di legittimare nel modo più ampio la propria direzione politica, per poi essere accusato di essere stato troppo debole, troppo tollerante, oppure incapace di esercitare un vera leadership. Berlinguer fu leader ‘unitario’, le primarie non lo avrebbero prescelto di sicuro, anzi. Per questo espresse una politica che il partito nel suo complesso, con varie sfumature tuttavia convergenti, seppe far propria. Il ‘carisma’ non nasce dalla sfacciataggine, dalla capacità di comunicazione, né dalla protervia o dall’arroganza. Il carisma è ascolto, comprensione, prassi autorevole. La leadership che ne è priva cadrà nel fango (o giù di lì) al primo stormir di foglie, secondo cicli peraltro sempre più brevi.