Cattivi samaritani

0
30

di Luca Billi, 4 ottobre 2018

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.”

La storia è nota, ma, leggendola con attenzione, non è proprio il racconto edificante che ci hanno insegnato quando eravamo piccoli. Intanto chi l’ha scritta era uno che ce l’aveva a morte con i preti: credo che questo sia uno dei testi più anticlericali della letteratura di tutti i tempi. E già questo mi rende simpatico il suo autore.
E poi c’è un aspetto che a noi tende a sfuggire, ma che era ben evidente a chi l’ha scritta e a chi la leggeva in quei tempi lontani. Sono capaci tutti a scrivere la storia di Oskar Schindler, del tedesco buono che salva la vita agli ebrei nella Germania nazista o di Mimmo Lucano, l’italiano buono che aiuta i neri che arrivano dal mare nell’Italia leghista: noi ci possiamo identificare con quegli eroi, che sono come noi, e in qualche modo loro salvano anche noi e la nostra coscienza non proprio immacolata. E infatti è così che ci hanno raccontato la storia: dovete fare come il samaritano, dovete sempre aiutare gli altri. Ma cosa succede quando – come nel brano che ho citato, in un contesto in cui i giudei guardavano con grande ostilità e con superiorità i samaritani – è il tedesco che sta per morire, è l’italiano che ha bisogno di aiuto e sono l’ebreo e il nero che devono salvarci? Cosa succede quando siamo noi quelli sui barconi? Quando siamo noi quelli rifiutati, picchiati, lasciati morire? In fondo è sempre possibile essere generosi, ci possiamo riuscire tutti – tutti tranne i preti, ci dice l’autore della storia – ma è molto più difficile essere quelli che devono essere aiutati. La storia non è stata scritta per insegnarci a essere generosi verso gli altri, ma perché dobbiamo imparare a essere gli altri.
Chissà come quell’oscuro autore di storie racconterebbe oggi quella stessa vicenda? Se tutti i giorni quel samaritano lungo la sua strada avesse visto un uomo diverso spogliato e percosso dai briganti? Avrebbe aiutato il primo, il secondo, forse il terzo, ma dal quarto giorno immagino avrebbe capito che da solo non avrebbe potuto farcela, non aveva abbastanza olio e non poteva dare ogni giorno due denari all’albergatore, che forse era perfino in combutta con i briganti. Probabilmente avrebbe chiamato gli altri samaritani e insieme avrebbero chiesto alla polizia di fare qualcosa contro quei briganti che rendevano così pericolose le loro strade. E – visto che comunque la polizia da sola non sarebbe stata sufficiente – avrebbero organizzato un qualche servizio per aiutare quelli che, nonostante tutto, fossero caduti nelle mani dei briganti. Un samaritano può salvare un giudeo, al massimo due, ma per salvarne migliaia bisogna organizzarsi. Immagino che non sarebbe stato comunque facile, perché, accanto al buon samaritano, ci sono anche i samaritani che non ne vogliono sapere di pagare per aiutare gli altri, ci sono i samaritani preti, ci sono i samaritani che dicono: “aiutiamo i giudei a casa loro”, e soprattutto ci sono i samaritani che pensano che non valga la pena aiutare nemmeno uno di quelli là, ci sono i samaritani che non hanno mai imparato a essere gli altri.