C’è piazza e piazza, c’è popolo e popolo

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di Alfredo Morganti – 11 febbraio 2019

Le ‘piazze’ non sono tutte uguali. Ci sono quelle in cui il conflitto esplode brutalmente e senza mediazioni, e perciò si ‘mostra’ nella sua spettacolarità mediatica. E quelle dove prende forma ‘discorsiva’, si ‘ regola’, assume una misura, diventa dialogo, ragionamento, esibizione di maturità che non significa minore combattività, anzi. La #piazza dei gilet gialli appartiene alle prime, quella sindacale di San Giovanni alle seconde. La storia della sinistra è contrassegnata da questa divaricazione: la sinistra storica ha sempre scelto questa secondo modalità, almeno in Italia, e così il sindacato, il cui obiettivo è sempre stato quello di dare ‘forma’ alle energie sociali, organizzandole, mostrandone la potenza ‘discorsiva’, la capacità di fare ‘massa critica’ in vista di obiettivi progressivi.

La crisi della #sinistra è, innanzitutto, l’attuale incapacità di mettere in atto questa mediazione partecipata e organizzata di lavoratori e cittadini (non solo in piazza, ma presso l’intera società). Perciò riducendosi alle forme della comunicazione e dell’apparenza mediatica, indicando l’immediatezza e la fretta come cifre possibili (ricordate ‘Adesso’?) oppure la brutalità ‘tecnica’ del mero gesto di rifiuto o diniego (NoEuro, NoTav, Noquesto, Noquell’altro) come surroga di una strategia più vasta e articolata. Una specie di affanno continuo, di fretta infinita, di immaginario antidiscorsivo, dinanzi alla necessità invece di raccordare, mettere in relazione, esprimere piattaforme e offrire forme di #partecipazione organizzata in vista di obiettivi concreti. Non per rinunciare alle passioni e agli impulsi, ma per governarne l’impatto e l’efficacia. Per non bruciarli in un ‘vaffa’. Il salto dai vecchi #partiti agli attuali contenitori elettorali e mediatici è tutto qui. Lì avveniva partecipazione, elaborazione, confronto anche duro – qui ogni cosa si riduce al metodo delle primarie: voto il leader (o lo acclamo) e quindi gli delego tutto. Punto.

Non sto criticando il ‘radicalismo’. È più radicale una piazza forte, coesa, matura, partecipata, civile come quella di San Giovanni, che il ribellismo dei ceti medi impauriti in quella parigina. Bisogna vedere cosa si intende per radicalità, difatti. La partecipazione organizzata e il conflitto regolato sono più radicali (come intensità, efficacia, concretezza, visione) delle vie brevi (petardi, blocchi stradali, vetrine scassate, grida, caciara organizzata) reclamate, di solito, dagli impolitici che si trovano in piazza a fare un esasperato casino, con piattaforme che si riducono alla fine alla richiesta banale di Notasse. È più radicale pensare e progettare (e ancor prima difendere) quella che Landini ha chiamato ‘infrastrutturazione sociale’, piuttosto che chiedere meno burocrazia e meno imposte in vista della propria ricchezza individuale, sperando che la sanità pubblica, i servizi, la scuola campino comunque d’aria fritta o con i soldi dei dipendenti.

Mi capita spesso, a questo proposito, di parlare con piccoli imprenditori o artigiani che si lamentano del peso fiscale, ammettendo comunque di evadere, e che poi sono scandalizzati e indignati che la sanità non funzioni. Mao le avrebbe chiamate ‘contraddizioni in seno al #popolo’. Io mi chiedo invece che cosa sia il ‘popolo’, quanti ne esistano di differenti, anche contrapposti, e se valga la pena demolire le istituzioni democratiche, a fini di consenso, usando come maglio questa ‘rabbia’ popolare privata ad arte di forme politiche. È tutto legittimo, anche che orde imbufalite assaltino i forni alla ricerca di brioche. Non è legittimo che questo lo si scambi per sinistra, o che questo venga utilizzato per rimarcare i ‘ritardi’ della sinistra, ancora attardata a difendere e sviluppare lo Stato (definito dai nemici ‘burocrazia’) Sociale (ossia la ricchezza ‘pubblica’, quella vera dei poveri, non le mance) invece di essere codista rispetto a quanto si muove attorno. Oggi viviamo un momento difficile, confuso, che spesso prelude a qualche avventura politica. Ma io sabato sono stato a San Giovanni e la cosa mi ha rinfrancato. Sui media e nell’immaginario dominante quel ‘popolo’ pacifico e democratico che ha sfilato per le strade di Roma quasi non esiste. Pur tuttavia c’è, e ‘parla’, ed esibisce una civiltà e una speranza democratica inattuali, ultimo baluardo forse alle urla sguaiate di chi ha paura e non riesce proprio a nutrire speranze collettive.