Flavia Perina: Censura o stupidità, l’autogol della destra meloniana

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Flavia Perina
Fonte: La stampa

Il punto di vista di Flavia Perina sulla censura a Antonio Scurati è assai assolutorio, di fatto lo considera un gesto solo di stupidità autolesionista. Tuttavia se basta citare l’assassinio fascista del 1924 del deputato socialista Giacomo Matteotti per essere censurati, la domanda da porsi è che cosa censurano gli stessi zelanti dirigenti Rai sui fatti di oggi? e il dubbio  che lo spettro del fascismo continui a infestare le fragili lastre di vetro delle istituzioni “democratiche” italiane. (gf.)

 

Flavia Perina: Censura o stupidità, l’autogol della destra meloniana

Pure quelli di destra sui social sembrano stupiti: «Antonio Scurati ha detto cento volte queste cose, lo avrebbero ascoltato in dieci, non era meglio lasciarlo parlare?». Che sia censura o atto di stupidità tuttavia poco importa, è possibile pure che le due cose stiano insieme: la censura stupida è una vecchia storia, e la peggiore è quella dei generali che si fanno più realisti del re (o della regina, come in questo caso). L’enorme inciampo dei vertici Rai sul caso Scurati – un monologo di un minuto e mezzo in un programma che fa pochi punti di share – visto da destra è una terremoto che si poteva evitare, l’incipit in desiderato di un altro 25 aprile ad alta intensità polemica.

Il testo dell’intervento proponeva una lettura del presente che lo scrittore (e non solo lui) ha sviluppato più volte nei suoi scritti e in tv sul “fascismo mai ripudiato” dalla classe dirigente della destra. Conclusione: «finché la parola antifascismo non sarà pronunciata da chi governa lo spettro del fascismo continuerà a infestare la democrazia italiana». Dedicare novanta secondi a questa opinione non avrebbe fatto cascare il mondo, anzi avrebbe smentito l’idea di una Rai col manganello, appiattita sulla difesa bruta del potere politico. Il vade retro Scurati, qualunque sia il motivo (a maggior ragione se è questione di duemila euro di compenso, come sostengono alcune fonti) ha moltiplicato in modo esponenziale il danno. Il monologo è ovunque sul web, sulla carta stampata, sui social, nei talk show di ogni rete privata, il Pd invita i sindaci a leggerlo sui palchi del 25 aprile e nei teatri. È diventato una bandiera. Viene utilizzato come controprova di accuse che la destra cerca di smentire da mesi: l’intolleranza alle critiche, le tentazioni autoritarie, la scarsa attitudine al confronto democratico.

Il peggio è che questa tempesta perfetta colpisce la destra proprio mentre, su scene lontane dalla Rai, i fatti smentiscono le Cassandre della sostituzione culturale all’olio di ricino. Pietrangelo Buttafuoco ha appena aperto la Biennale degli “Stranieri ovunque” con un magnifico intervento sulla «bellezza marginalizzata, esclusa, punita, cancellata da schemi di geo-pensiero dominante». Mauro Mazza, commissario straordinario per la Buchmesse di Francoforte, ha da poco annunciato gli assolo in apertura di Dacia Maraini, Claudio Magris e Alessandro Baricco, nomi rispettati a ogni latitudine politica. Insomma, la normalizzazione del rapporto destra-cultura, destra-storia, destra-intellettuali, appariva non soltanto possibile ma avviata nel modo migliore.

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