Che cos’è il sovranismo

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di Alessandro Gilioli – 17 settembre 2018

Mentre la parola “populismo” è gravida di significati ambigui – e viene strappata di qua o di là a seconda delle convenienze – la sua compagna di viaggio attuale, cioè la parola “sovranismo”, è molto meno paludosa e scivolosa. Questa sua maggiore chiarezza la rende anche molto più trasparente, più pulita, quindi più utilizzabile.

Spesso diffido di chi usa “populismo” (cosa intenderà dire davvero? Con chi ce l’avrà?); al contrario chi usa “sovranismo” gioca a carte scoperte, senza trucchi.

Inoltre “populismo” è, nella sua complessità, cosa sia di destra sia di sinistra, o quanto meno in proposito ci sono visioni assai diverse – Bannon e Laclau non sono certo assimilabili; al contrario, “sovranismo” è indubitabilmente roba che porta con sé autoritarismo e autocrazia.

Ecco perché.

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C’è stato un periodo in cui le democrazie, seppur imperfettamente, funzionavano. I popoli votavano in un certo modo e gli eletti governavano, realizzando la volontà della maggior parte dei cittadini.

I governi scelti alle elezioni generali, pur limitati dalla Costituzione e dai suoi bilanciamenti tra poteri, più o meno avevano la possibilità di realizzare i loro programmi. Come i democristiani in Italia, i laburisti quando sono andati al potere nel secondo Dopoguerra in Gran Bretagna, i gollisti in Francia. Le differenze rispetto alle maggioranze di governo precedenti o alternative erano visibili e impattanti nella vita quotidiana dei cittadini, perfino quando ci sono stati cambiamenti “minori” come il passaggio al primo centrosinistra in Italia (1963), avvenuto senza che nemmeno cambiasse il maggior partito di governo.

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Tutto questo però gradualmente ha smesso di funzionare.

Ha smesso di funzionare a mano a mano che un insieme di trattati internazionali e di meccanismi economici (sempre non nazionali) hanno iniziato a sottrarre potere reale ai governi democraticamente eletti.

Questa cessione di poteri è stata in parte volontaria, cioé firmata dai governi eletti (es. trattati Ue, fiscal compact nelle Costituzioni etc); in parte determinata da dinamiche che sfuggivano alla politica (globalizzazione dell’economia e della finanza, iperfetazione della finanza stessa, crescente dipendenza dai mercati e dai suoi big player).

Il fatto è che un certo punto queste limitazioni alle democrazie nazionali (autoimposte o imposte che fossero) hanno finito per prevalere sul campo d’azione della politica, dei governi eletti.

Questi, nel giro di pochi anni, si sono accorti che non potevano più decidere quasi nulla, perché il grosso delle decisioni vere – quelle che incidono nella vita delle persone – avvenivano secondo modalità diverse da un voto parlamentare, a seguito di decisioni prese altrove o semplicemente per timore di moloch non eletti (i famosi mercati).

Tutto ciò lo si è visto plasticamente in Grecia tre anni fa. Ma anche in Francia con lo svoltone di Hollande, che non ha potuto fare quasi nulla del suo programma elettorale. E un po’ anche in Italia con la scelta del ministro dell’economia, pochi mesi or sono.

In altro modo lo si è molto rischiato di vedere con il Ttip, un trattato commerciale che vedeva interessi privati prevalere, almeno potenzialmente, su decisioni di organi democraticamente eletti.

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La reazione a questa sottrazione di sovranità popolare prima o poi doveva arrivare – e a un certo punto è arrivata.

E si può riassumere così: primo, (noi cittadini) vogliamo riprendere a decidere il nostro presente e il nostro futuro; secondo, se a questo scopo le democrazie parlamentari “classiche”, compensate ed equilibrate non hanno funzionato e non funzionano, ci rivolgiamo a uno o più leader carismatici perché facciano quello che vogliamo noi; terzo, questo leader non deve avere troppi impicci, troppi ostacoli: mani libere per decidere davvero, quindi meno contrappesi costituzionali, meno contropoteri, più accentramento.

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Questo è il sovranismo – seppur ovviamente in estrema e volante sintesi.

Cioé una risposta sbagliata a una domanda giusta.

Domanda giusta: sono i cittadini e i popoli a dover decidere, non i trattati, gli spread, i mercati, la finanza, gli algoritmi.

Risposta sbagliata: lasciarsi trascinare per reazione dalla tentazione dell’autoritarismo, della monocrazia, della devastazione di un principio fondamentale della convivenza civile: quello della separazione dei poteri, del loro equilibrio.

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Quindi?

Quindi il sovranismo rimarrà culturalmente egemone finché non ci sarà un modello di democrazia partecipativa diffusa che sia altrettanto forte nella contrapposizione ai poteri e ai meccanismi che castrano le democrazie nazionali. Anzi di più, visto che sfida i poteri non eletti sul campo europeo e mondiale, con la forza della sua legittimità condivisa, anziché illudersi di resistere a questi poteri rialzando i vecchi muri nazionali.

Già: il campo in cui si gioca la partita del presente e del futuro è internazionale, non locale, con buona pace dei rossobruni che sognano un ritorno allo Stato dell’800-900, proprio come i sovranisti di destra.

La partita locale è quanto di più provvisorio ed effimero si possa immaginare. Certo, può valere un sondaggio, magari pure un’elezione, ma è sguardo breve e miope.

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Il sovranismo è di destra perché autocratico, autoritario, personalistico, poco parlamentare (anzi “imperiale”); irride le compensazioni e la divisione dei poteri, senza alcun rispetto verso le minoranze e i corpi intermedi sociali e culturali, la magistratura, le corti supreme, gli enti locali, i sindacati, le associazioni, i giornali – insomma qualsiasi possibile intralcio alla monocrazia.

Il sovranismo c’è già, non è un fantasma. C’è in Russia, con Putin, non a caso modello dei leghisti nostrani. C’è in Ungheria – altro modello leghista – dove la magistratura è già stata sottomessa all’esecutivo. C’è in Turchia, con Erdogan.

Tutte quelle che non a caso vengono chiamate democrature, un po’ democrazie e un po’ dittature.

Probabilmente il modello piacerebbe anche a Trump, per ora fermato dagli anticorpi della società e della Costituzione americana. Sicuramente piace a Salvini, che si ritiene al di sopra della legge e mal si dispone verso il bilanciamento dei poteri.

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Il sovranismo è di destra, perché autocratico e post fascista; ma sembra al momento l’unica moneta in circolazione alternativa alla cessione dei poteri a entità e a dinamiche esterne.

Di qui il suo successo elettorale, la sua egemonia culturale. E non solo in Italia, anzi.

La sfida a questo sovranismo nazionalista, autocratico e democraticamente illiberale – la sfida al modello Orbán, Putin, Erdogan – passa attraverso la costruzione di un modello democratico partecipativo e diffuso che restituisca davvero il potere a cittadini, ai popoli, alle democrazie e alle loro splendide regole: che impediscono l’arbitrio di uno solo.

Una sfida globale, difficilissima, affascinante. L’unica che abbia qualche vera chance di battere i sovranisti. Una chance che no, proprio non passa attraverso la fatalistica difesa delle dinamiche che hanno tolto potere ai popoli.