Chiamatela fascista, non lesbica

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di Luca Billi, 27 settembre 2017

Guido Westerwelle è stato per diversi anni il leader del Freie Demokratische Partei, ossia dei liberali tedeschi, un partito fieramente di destra, sostenitore di una forma non temperata di ultracapitalismo, nemico di ogni forma di welfare, anche quello compassionevole della cancelliera Merkel. Grazie al successo del suo partito nelle elezioni politiche del 2009, è stato vicecancelliere e ministro degli esteri. Westerwelle era omosessuale dichiarato e si era sposato con il suo compagno nel 2010. Immagino che tra i cattolicissimi conservatori bavaresi, pur suoi alleati di governo, questo aspetto della sua vita – non esibito, ma neppure celato – non fosse particolarmente popolare, ma Westerwelle tirò dritto, godendo per questo anche di una certa popolarità. Per i giornali l’omosessualità di Westerwelle non era una notizia e comunque, se era necessario parlarne – ad esempio quando la coppia partecipò alla festa per i cinquant’anni di Angela Merkel – si usava per lui e il suo compagno l’aggettivo omosessuale, neutro.

Alice Weidel è la leader di Alternative für Deutschland, il partito di destra, dai tratti ideologi inquietanti, che è stato la sorpresa delle elezioni tedesche di quest’anno. Alice Weidel è sposata con una donna e la coppia ha due figli. Per i giornali Weidel è lesbica, senza tanti giri di parole.

So bene che le donne dagli anni Settanta si sono riappropriate di questa parola dalla storia antichissima, le cui origini si perdono nell’Egeo, e rivendicano con orgoglio di essere lesbiche. Ma, nonostante questo, rimane una parola quantomeno complicata, perché per molti è ancora un insulto. E molte volte viene usata come tale. E con questo significato viene usata per un personaggio controverso come Alice Weidel. E per questo credo dovremmo usare questa parola in modo saggio.

Lungi da me difendere Weidel. Ho sempre considerato una solenne stupidata la frase “non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo” e Voltaire era davvero troppo intelligente per aver detto un’assurdità del genere. Proprio perché non sono democratico, secondo me i fascisti non hanno diritto di parlare e quindi anche Weidel ha perso tale diritto, ma non vedo perché tra i molti insulti che posso usare per rivolgermi a lei devo per forza usarne uno che la colpisce in quanto donna, per le sue scelte sessuali. E non capisco perché non valga per lei quello che valeva per Westerwelle.

Siamo una società con un linguaggio così maschilista che discriminiamo anche tra i discriminati. Ovviamente a scapito delle donne.