Ci toccherà rimpiangere Trimalcione

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://ipensieridiprotagora.blogspot.it/2015/06/verba-volant-192-volgare.html

di Luca Billi 08 giugno 2015

Ci sono molte ragioni per essere preoccupati ed arrabbiati per tutto quello che è emerso – e per quello che emergerà ancora – dall’inchiesta che, grazie ai giornali, ci siamo ormai abituati a chiamare Mafia capitale. Lascia sbigottiti – perfino noi pessimisti cronici – il livello di pervasività raggiunto da questo sistema di corruzione, la sottomissione di moltissimi politici e di tanti funzionari pubblici ai voleri di questa banda criminale, capace di condizionare il voto, di far eleggere e nominare consiglieri, assessori, dirigenti in Comune e in Regione, di determinare le scelte politiche di queste amministrazioni. Ormai non siamo più davanti a fenomeni di ingerenza, più o meno radicata, della criminalità nella politica, ma alla sua sostituzione tout court: è la criminalità che ha preso il posto della politica, che si è fatta sistema. Qui – deve essere ormai chiaro a tutti – non abbiamo a che fare con alcune mele marce, ma con un fruttivendolo disonesto.
Poi mi fa infuriare l’ipocrisia di chi da un lato lucra sull’accoglienza ai migranti, guadagna sulla pelle di questi poveri cristi, attraverso la loro permanenza sine die in centri inadeguati, senza offrire loro alcun servizio, e dall’altro lato sobilla l’opinione pubblica, lamentando che si assegnano troppe risorse a queste persone. Così come mi fanno infuriare quelli che nella mia città affittano in nero le loro case fatiscenti agli extracomunitari, poi si lamentano, quando vengono allo sportello, perché hanno dovuto aspettare, seduti accanto a cittadini stranieri. Sono questi “bravi” italiani che puzzano di carogna e non i “negri” che loro osservano con aria schifata e ipocrita.
C’è però un altro aspetto su cui mi voglio soffermare, apparentemente meno importante, ma – almeno secondo me – non meno significativo. Provate ad ascoltare o leggere le intercettazioni che hanno permesso ai magistrati di scoprire parte di questa rete criminale. Nessuno di questi sembra saper parlare italiano, tutti usano per lo più il romanesco, ogni loro conversazione è infarcita di parolacce e almeno ogni tre parole dicono cazzo. Il livello di queste conversazioni è sempre grossolanamente volgare, quando poi parlano di una donna scendono a un livello ancora più basso.
E non solo i criminali usano un linguaggio che sembra scimmiottato da quello dei protagonisti di Romanzo criminale, ma anche i politici, gli alti funzionari, i presidenti delle cooperative, i professionisti a libro paga, insomma tutti gli interlocutori di queste conversazioni parlano così, in questa nuova lingua franca delle classi dirigenti italiote. Il livello culturale di tutti costoro è una miscellanea nauseabonda del Bagaglino e dei peggiori film dei Vanzina, il loro maitre a penser è il compianto Bombolo, che pure quando non recitava non parlava così. Mi ha colpito la foto di uno di questi criminali, uno dei capi: un selfie con Belen e il fidanzato; per questo cretino il potere è farsi una foto con la starlette vista in televisione, come l’ultimo degli sfigati.
C’è un’opera letteraria che racconta meglio di tutti gli storici antichi la decandenza e la lunghissima fine dell’impero romano: il Satyricon di Petronio. La cena di Trimalcione, il lusso ostentato, l’ignoranza volgare dei personaggi, descrivono una società vanamente opulenta e potente, vincente – come direbbero oggi questi “signori” – ma destinata a morire, perché incapace di memoria, disabituata alla cultura, dimentica di qualsivoglia valore etico. Trimalcione e i suoi compagni di libagioni sono destinati a soccombere non perché moralmente cattivi, ma perché sono stupidi. Oggi non c’è un Petronio a raccontare le cene di questi personaggi, ma dalle intercettazioni emerge lo stesso squallore, la stessa ignoranza, la stessa grettezza, la stessa volgarità. Certo sono vincenti, sono loro a dettare le regole del gioco, ma sono destinati alla sconfitta. E noi con loro, perché quelle intercettazioni raccontano anche com’è davvero questo paese.
Non sappiamo come si svolgevano le conversazioni tra i capi mafiosi e i capi della Democrazia cristiana: non ci sono intercettazioni. In un film di qualche anno fa ha provato a descriverli – credo con una certa verosimiglianza – il regista Paolo Sorrentino: non c’è familiarità tra Andreotti e Riina, certo c’è la condivisione di obiettivi comuni, c’è il bisogno l’uno dell’altro, c’è il potere che li lega, ma non c’è – e non poteva esserci – consuetudine tra persone che parlavano comunque lingue diverse. C’è tra i due un rapporto formale, non la volgare familiarità che lega tutti i protagonisti delle vicende di cui parliamo.
E come Trimalcione raccontava la società dei suoi tempi, così, Carminati, Buzzi e tutti i loro compagni di abbuffate descrivono la nostra società, maschilista, ignorante, che riconosce il denaro come unico fine. Fossero soltanto dei criminali potremmo avere la speranza di scoprirli, arrestarli, condannarli, renderli in qualche modo inoffensivi, ma questi sono lo specchio della nostra società, sono la parte peggiore di noi, raccontano il ventre molle di questo paese. E quindi non è sufficiente eliminare queste persone per rendere l’Italia meno indecente. E’ questa volgarità la nostra vera nemica, quello che impedisce al nostro paese di crescere, di scrollarsi di dosso una classe dirigente evidentemente inadeguata al proprio compito, di darsi un obiettivo che non sia avere i soldi sufficienti per comprarsi un’auto di lusso o avere il potere di piazzare in una municipalizzata l’amante di turno. Queste intercettazioni non raccontano un disegno criminale raffinato, ma proprio una serie di comportamenti meschini e di bassezze amorali.
L’unica speranza è che la nostra fine arriverà molto più velocemente di quella dell’impero romano.