Come ci hanno cambiato le riforme fiscali

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di Antonio De Lellis (Attac – Cadtm Italia)

Quando parliamo di fisco pensiamo ad un settore di esclusiva competenza di commercialisti e consulenti fiscali, ma esiste una prospettiva che dovrebbe accomunarci tutti, fatta di conoscenze minime di base condivise. Sicuramente molti conoscono l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) che paghiamo per lo più quando presentiamo il 730 o l’unico e l’Iva (l’imposta sul valore aggiunto) pagata ogni volta che acquistiamo qualcosa. In Italia l’introduzione dell’Irpef, ad esempio, è avvenuta nel 1974 ed era formata da 32 scaglioni, il primo con aliquota al 10% e l’ultimo al 72 %. Questa riforma era fortemente progressiva nel senso che era rispettosa del dettato costituzionale previsto dall’articolo 53, il quale prevede due principi: il pagamento delle imposte in funzione della capacità contributiva e la progressività nella tassazione ovvero il principio dell’eguale sacrificio nel pagare le imposte.

Nel 1983 la prima riforma segna un passaggio da progressiva a regressiva, da 32 aliquote a 9 aliquote, e fino ai nostri giorni in cui le aliquote addirittura sono 5, dal 23% al 43%. Da un recente ricerca condotta da Rocco Artifoni, Francesco Gesualdi e Antonio De Lellis, per conto del CADTM Italia (comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi), che verrà presentata nella versione integrale il 27 ottobre a Roma, emerge che il sistema fiscale regressivo ha sfavorito i redditi medio alti e favorito i redditi molto alti, tanto da essere progettata per sottrarre, ad oggi, al sistema Italia circa 900 miliardi di € che solo in minima parte sono tornati indietro alle stesse famiglie (oggi solo il 6% dei titoli è in mano a famiglie residenti).

Ma il sistema fiscale nel tempo è stato riformato anche nel senso di non favorire il cumulo del reddito. Ciò ha aiutato molto i super ricchi con una media di risparmio fiscale a contribuente pari a 100.000 € all’anno (valori 2016), e sfavorito tutti gli altri, con una perdita media netta di ricchezza a contribuente pari a 23.000 € per tutto il periodo preso in considerazione 1983-2017. Tale perdita va moltiplicata per ogni contribuente della vostra famiglia, delle famiglie del vostro condominio e per tutti i condomini della vostra città e avrete la risposta alla domanda che tutti si fanno: perché ci siamo impoveriti?

Allarghiamo il discorso a livello globale. Secondo una recente ricerca riportata nel World Inequality Report della scuola di Parigi, guidata, tra gli altri, da Thomas Piketty, gli squilibri economici nel mondo rappresentano un fenomeno di lungo corso e non il portato della crisi degli ultimi 10 anni.

Il drastico allargamento della forbice tra top e down della scala sociale è un tratto caratteristico degli ultimi 30 anni della nostra storia mondiale.

Fino agli anni ’80, nei paesi avanzati il divario di ricchezza si era attenuato, ma proprio a partire dagli stessi anni le disuguaglianze aumentano in tutti i paesi dell’Europa occidentale. Questo è stato causato da una riduzione delle imposte a favore dei ricchi, come in Italia, ma anche dal declino del capitale pubblico in economia e l’aumento del ruolo delle privatizzazioni che non restituiscono più i profitti tra la collettività. Inoltre, il maggior peso dalla ricchezza offshore impedisce che patrimoni formatesi all’interno di una nazione possano essere redistribuiti. Nella disuguaglianza c’è un forte vissuto di deprivazione relativa: uno “smottamento” lo definisce il Censis. La perdita relativa di ricchezza dei molti nei confronti delle élites accresce l’invidia e il risentimento sociale, alimentano il populismo e l’avventura politica.

Si è sbagliato a pensare che il processo molto accelerato di benessere potesse non avere mai fine! Nel Global Wealth 2018, l’ultimo rapporto del Boston Consulting Group (una società che offre consulenza per gli investimenti di elevato valore): la ricchezza finanziaria privata mondiale nell’ultimo anno è cresciuta del 12%, raggiungendo nel 2017 il totale di 201,9 mila miliardi di dollari. Si tratta di una cifra che è circa 2,5 volte più grande del PIL mondiale annuale, che ammonta a circa 81 mila miliardi di dollari. L’Italia è l’ottava nazione al mondo con 5 mila miliardi di dollari di ricchezza finanziaria personale. Secondo l’Ocse l’Italia è uno dei paesi industrializzati che hanno una aliquota unica su investimenti e risparmi privati e dovrebbe prendere in considerazione un certo grado di progressività in nome della crescente disuguaglianza. “Testualmente: ci potrebbe essere lo spazio per una tassa patrimoniale nei Paesi in cui la tassazione sul reddito da capitale è bassa e dove non ci sono tasse di successione”. L’Ocse infine inserisce l’Italia tra i Paesi in cui sono aumentate maggiormente le disparità tra gli anni 80 e i giorni nostri. Prendendo in considerazione un’altra fonte, possiamo dire che l’indice Gini, che misura tale disparità, è infatti passato dallo 0,29 allo 0,32 nella Penisola, che è quindi al decimo posto per disuguaglianze sui 35 Paesi Ocse. In conclusione, l’Ocse vede tra le opzioni quella di una tassazione complessiva di reddito da lavoro e da capitale con aliquote progressive (dual progressive income tax). Parlando di ricchezza possiamo confermare che in Italia il 43% della ricchezza è appannaggio del 10% più ricco della popolazione, il 20% più ricco della popolazione nella Penisola complessivamente ha il 60% della ricchezza, mentre il 20% più povero ha lo 0,3 per cento.

Le valutazioni conclusive porterebbero a considerare quanto segue. Vi sono elementi interni all’Italia, confermati da ricerche globali, che indicherebbero come la perdita di reddito disponibile delle classi più abbienti, in termini di maggior esborso fiscale e i maggiori costi sostenuti a seguito dell’introduzione della scala mobile, della tutela del debito pubblico da parte della Banca d’Italia, dal periodo d’imposta 1974 al 1982, fu una delle motivazioni che impose all’establishment di avviare un processo di “restituzione” attraverso:

1) il divorzio della Banca d’Italia con il Ministero del Tesoro per lasciare mani libere a chi aveva la possibilità di investire in titoli di stato enormi fette di reddito, esportandolo dalla quota di cumulabilità alla quota della tassazione secca; dietro il divorzio vi è la visione di una banca centrale senza Stato, che pare l’aspirazione massima di un settore finanziario che non si riconosce nella democrazia costituzionale;

2) una graduale riduzione della progressività fiscale, resa più evidente man mano che la speculazione non consentiva lauti guadagni;

3) l’abbattimento della scala mobile, che entrata in vigore durante il IV governo Moro nel 1975, viene demolita e poi cancellata;

4) l’introduzione definitiva nel mercato finanziario con la concessione alla stipula dei contratti derivati (Governo Craxi). Il debito ancora una volta è la chiave di volta con cui le classi agiate si sono arricchite operando un vero “travaso” attraverso una “restituzione forzata” di ciò che le battaglie sociali e sindacali avevano ottenuto negli anni precedenti.

Svelare questi meccanismi e renderli patrimonio comune può aiutarci ad arricchire il discorso pubblico sul debito e a non restare all’angolo cadendo nelle trappole della illusoria “crescita”, insostenibile dal punto di vista ambientale, e nel gioco al massacro dei “tagli”, ormai insostenibili dal punto di vista sociale. Ci aiuta anche:

• nel non cadere nella ideologia nazionalistica per cui la colpa delle nostre condizioni socio-economiche è da attribuire ai migranti o a categorie sociali fragili, e quindi a smontare la retorica xenofoba e razzista; “l’ideologia dell’ordine delle cose” viene così smontata;

• a comprendere che la verità è che tutti i governi italiani, dal 1983 ad oggi, si sono inseriti nel solco delle riforme neo-liberiste globali che realizzano disuguaglianze scandalose e governano con ogni mezzo il processo autoalimentandolo senza soluzione di continuità;

• a renderci conto che fenomeni mondiali sono alla base dell’aumento del debito pubblico dei paesi vulnerabili e ciò smonta anche l’attribuzione delle responsabilità ad un’Europa che, d’altra parte, con i suoi vincoli e con le sue storture istituzionali, non indica un’uscita democratica dal finanz-capitalismo;

• a rifiutare “l’ideologia dell’ordine dei conti”, facendo pagare un debito pubblico, a questo punto incolpevole per il 99% della popolazione, ai ricchi e super-ricchi con patrimoniali straordinarie ed ordinarie e reintroducendo una reale progressività e cumulabilità.

Altro che Flat Tax nella versione scandalosa ed incostituzionale in cui è stata presentata dal governo in carica! Naturalmente avviare un processo di restituzione da parte delle elitès, non è in contraddizione con la messa in discussione del debito. L’obiettivo resta, a mio avviso, avvicinare i tempi per un ripudio concordato del debito pubblico mondiale, almeno nella parte alimentata dalle speculazioni finanziarie, dagli interessi passivi che non dovrebbero maturare sui titoli del debito pubblico, dalle spese militari, dalle grandi opere inutili e dannose, dalle privatizzazioni di servizi essenziali, dai salvataggi bancari scandalosi, dai contratti asimmetrici come i derivati. Questi approcci e queste ricerche possono ridefinire un discorso pubblico fresco, nuovo, un metodo di approccio sociale e politico che può sortire effetti liberatori nella direzione di una nuova giustizia sociale ed economica mondiale.