Compagni, in alto le brugole

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di Luca Billi, 5 dicembre 2017

Gli antichi greci credevano che nell’estremo nord del continente europeo ci fosse un paese perfetto – che chiamavano Iperborea – abitato da un popolo bello e felice, che aveva caratteristiche quasi divine: succede quando si immaginano cose che non si conoscono.
Molti secoli sono passati da allora, anche se spesso continuiamo a vivere in un mondo che ci siamo costruiti da soli, abitato soltanto dai nostri sogni e dalle nostre illusioni. Certo da quelle fredde regioni del nord sono arrivate donne come Greta Garbo, Ingrid Bergam, Anita Ekberg, donne che sono state protagoniste dell’immaginario di intere generazioni. E poi è arrivata la prassi di una socialdemocrazia di governo, che era oggetto di invidia per noi “sinistri” dell’Europa del sud, che dovevamo limitarci alla teoria e all’opposizione. E poi è arrivata Ikea. E così ci siamo svegliati.
Anche Ikea, a suo modo, è stata rivoluzionaria. Proprio in quei grandi magazzini, per la prima volta, noi maschi abbiamo visto nei “nostri” bagni i fasciatoi; e questo avrebbe dovuto interrogarci sulle “virtù” dei nostri omologhi svedesi, che evidentemente non si vergognano di cambiare i loro pupi in un luogo pubblico. Non so quanto quei fasciatoi nei bagni degli uomini in Italia siano stati effettivamente utilizzati, ma sono lì, come una sorta di memento: ricordati che gli svedesi lo fanno. Abbiamo visto nei loro cataloghi famiglie che non definivamo ancora tali; facciamo fatica anche adesso a riconoscere che sono famiglie proprio come la nostra, ma in questo un po’ siamo migliorati, anche grazie a Ikea. Ma soprattutto abbiamo visto i prezzi bassi e così abbiamo pian piano riempito le nostre case di mobili svedesi dai nomi impronunciabili, che, armati delle nostre brugole, abbiamo montato, spesso proferendo improperi che anche uno svedese avrebbe capito benissimo.
C’è qualcosa però che ancora fatichiamo a vedere. Quei prezzi abbordabili sono certo frutto delle lungimiranti scelte imprenditoriali dei padroni di Ikea, che con le loro scatole sempre più piccole hanno ottimizzato i costi di trasporto e di stoccaggio, ma anche delle politiche aziendali tese a ridurre al massimo i diritti dei lavoratori. Ce l’hanno ricordato un paio di anni fa i facchini – rigorosamente immigrati, e non dalla Scandinavia – che lavoravano – e lavorano ancora – nel grande centro di smistamento Ikea di Piacenza; ce l’ha ricordato pochi giorni fa Marica Ricutti, licenziata dopo diciassette anni di lavoro, perché – viste le sue condizioni familiari, madre separata con due figli, di cui uno disabile: una famiglia non da catalogo, ma assolutamente vera – non poteva accettare i nuovi orari imposti dall’azienda; ce l’ha ricordato il dipendente Ikea di Bari, licenziato dopo undici anni di lavoro, perché la sua pausa era durata cinque minuti in più del tempo consentito. Per fortuna ce l’hanno ricordato i loro colleghi che hanno deciso, nonostante tutto, nonostante non sia mai facile, di fare sciopero, hanno deciso di mobilitarsi, anche se adesso rischiano, perché i padroni di Ikeavanno per le spicce, non vogliono piantagrane, e magari vogliono solo lavoratori più giovani e ancora più facilmente licenziabili grazie al jobs act.
E ora quei lavoratori ci chiedono giustamente un aiuto, perché la loro lotta è anche la nostra. E’ una nostra lotta non solo perché anche noi siamo lavoratori, ma perché siamo consumatori e, in quanto tali, abbiamo diritto di avere un mobile funzionale a un prezzo ragionevole, ma questo diritto non può tradursi nello sfruttamento di un’altra persona, di quella che lo costruisce, di quella che lo trasporta, di quella che lo vende.
Le grandi dive svedesi ormai le possiamo vedere solo in film in bianco e nero, la socialdemocrazia scandinava non c’è più, perché non è riuscita a capire che quel mondo di cui era stata protagonista è finito e che il capitalismo l’ha spazzata via, senza che fosse capace di organizzare una qualche reazione. Non c’è più un mondo che avevamo idealizzato; e gli Iperborei non sono mai esisti. C’è rimasta Ikea, ci sono rimasti i padroni di Ikea, che possono permettersi di fare quello che vogliono. E noi siamo qui, che brandiamo le nostre brugole.