Compagni, è l’ora di Pietro Grasso

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di Fausto Anderlini – 30 settembre 2017

Dal camellopio al camellograsso

Napoli caput mundi. In una festa che malgrado l’ostracismo dei media si rivela un crocicchio rilevante della politica nazionale, persino a servizio della segnaletica post-renziana di Del Rio e Franceschini, i napoletani non tradiscono la loro destrezza e incoronano per acclamazione Pietro Grasso. I presenti all’evento narrano di una forte e autorevole fisicità dell’uomo nel calcare la scena e del feeling immediato stabilito con gli ammutinati lì convenuti in gran numero. Perchè non v’è dubbio che nella militanza di Articolo uno, pur paziente e disponibile se non ossequiosa rispetto alle scelte del gruppo dirigente, si è fatta largo una crescente alienazione verso Pisapia e il suo ridotto entourage.

L’ondivago politicismo del ‘leader riluttante’ alternato alle prese di cappello a imitazione della permalosità del suo mentore ulivista, quel suo modo impacciato di argomentare, quel modo vacuo di accreditare la sua esperienza milanese, ma soprattutto la dimostrata reticenza ad assumere con tutta l’empatia necessaria il ruolo di sintesi e rappresentanza delle membra desiecta della sinistra, in palese contraddizione con la prosopopea del sedicente federatore, hanno finito per rompere le scatole anche ai più pazienti. Sino a farlo percepire come una novella donna Cecilia, che nessuno più vuole e me che meno la piglia. E Napoli, città emblema del saggio intuizionismo, ha dato la stura a un sentimento ormai difficile da domesticare.

Anche perchè Grasso ha requisiti federanti ben superiori a quelli di Pisapia, addirittura in soprannumero. Tali da farne un candidato naturale alla meta-leadership, cioè alla rappresentanza di un arco complesso di forze e sensibilità. Il mix fra i suoi dichiarati sentimenti di sinistra e l’autorevolezza acquisita come servitore dello Stato e uomo delle istituzioni, ad anni luce dai magistrati giacobineggianti trasformati in mestatori politici (a cominciare dai giustizialisti dell’ex pool di Milano per finire con gli Ingroia e i Demagistris, cupo l’uno sguaiato l’altro, entrambi inquietanti in egual misura) ne accreditano la centralità potenziale: come rappresentante di un campo con una chiara identità ma capace di aggregare ad esso ulteriori segmenti di pubblica opinione.. Sicchè egli può stare sulla frattura sancita dal referendum istituzionale, momento dirimente della fase politica, in modo costituzionalmente consono, laddove Pisapia, per le scelte fatte, è fonte di solo imbarazzo. Infine non è da sottovalutare la charme che emana dall’uomo.

Gentile, elegante, ma sobrio e autorevole. Doti tipiche del gentleman meridionale. Con una fisionomia che lo fa rassomigliare al migliore Alberto Lupo (mentre Macario non fa neanche ridere). Una figura apparentemente perfetta per magnetizzare aspettative di coinvolgimento e autorevolezza in significative componenti anagrafiche e di genere. [Tanto per dire, e sempre sperando che non segua il tragico destino di quel Pescennio Nigro che fu issato nel tardo impero dalle legioni ammutinate di stanza in Pannonia….].