La sinistra. Un disastro alle spalle, mille ragioni davanti

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di Alfredo Morganti – 30 settembre 2017

Ma cosa serve davvero alla sinistra, a questa sinistra ridotta a percentuali risibili di consenso, con un disastro alle spalle e mille ragioni davanti? Io credo almeno tre cose, più una quarta che nemmeno dovrei citare. Le prime tre le dico così, senza una ferrea gerarchia. Una cultura politica, una organizzazione, una leadership. In tutti questi casi, nulla di ‘quadrato’, di schematicamente determinato. Mai come in questa fase serve apertura, pluralità, ampiezza di riferimenti e di visione. Non si deve mettere una testa sotto un cappello, non si parte dall’astratto per cercare un concreto che vi corrisponda. La pluralità di idee, di visione, di schemi è necessaria ad affrontare nel modo dovuto una fase molto articolata, aperta a sua volta, e che richiede l’impegno di sensibilità, sollecitazioni, suggerimenti e idee riformatrici di varia provenienza. Tanto più se la sinistra è debole e divisa. Ciò non esclude, anzi richiama la necessità di una sintesi, provvisoria quanto volete, ma indispensabile. Sintesi politica, di efficacia pratica, di scopo. Perché poi la politica non è un convegno di intellettuali, ma il modo che gli uomini conoscono di risolvere assieme i problemi pubblici. È l’uovo di Colombo certo, ma non si sfugge dalla necessità di richiamare molte idee e molte sensibilità culturali alla ricerca di soluzioni, per poi trovare una forza pratica comune in vista di un obiettivo alto, quello di rendere la nostra società più giusta e meno diseguale.

Anche l’organizzazione deve avere le caratteristiche di un partito ‘addentellato’ alla società, di un’impresa collettiva più che ‘personale’. Un’organizzazione che sia assieme struttura e apertura, forza militante e passione per la società e per le sue articolazioni anche minute, di base, sino ai nuclei sociali, alle molecole, persino alle singolarità. Così la leadership: non un capo che aspiri solo ad avere un ‘popolo’, né un uomo assetato di ambizione personale, tanto meno una persona che non sappia parlare, ascoltare, cucire, mediare, unificare quello che appare disciolto e persino contraddittorio. E comunque deve trattarsi anche di una leadership larga, collettiva, una rete di tante teste, non tutte singolari, ma associazioni, gruppi, aree, pensatoi. Un bell’equilibrio di verticale e orizzontale, la cui intersezione sia variabile, secondo le esigenze espresse dalla fase. Un partito così dipinto non deve vivere come un atomo, perché serve attorno a esso un forte sistema politico, servono delle istituzioni rappresentative che abbiano autorevolezza ed esprimano funzionalità, uno Stato che si specchi nei cittadini che lo istituiscono, un sistema della formazione e della cultura e un mondo del lavoro a cui non vengano sottratte tutele o negati diritti: condizioni e obiettivi nello stesso tempo. Un partito plurale in una società e in uno Stato che tengano la ‘botta’ dei terremoti economici e sociali, delle globalizzazioni, delle tempeste finanziarie, delle migrazioni, della crisi democratica, della rabbia che sale dal basso. Un complesso di cose, dunque, non solo il miracolo puntuale di un partito nuovo, per quanto ben pensato.

Il quarto ingrediente, di cui nemmeno dovrei parlare, sono le donne e gli uomini, la loro vita pubblica, le gioie e le miserie di un’umanità radicalmente precaria e flessibile, anche in termini esistenziali, più di quanto non esprima in termini di precarietà il lavoro di questo inizio millennio. Senza questa vita palpitante ogni progetto politico perde di consistenza, è carta velina, si sfalda al primo soffio di vento. Senza questa vita palpitante, tutto si riduce a comunicazione, a chiacchiere, a escamotage, a patti segreti, all’artificialità di gesti e parole costruiti in vitro, affidati da qualche guru al capetto di turno. Questo accade, questa vita circola, se la politica unisce, se riesce a combinare individualità, aspirazioni, condizioni, desideri diversi e persino rimpianti, organizzandoli e orientandoli alla trasformazione dell’attuale assetto di società. L’unità è la ciliegina finale (e iniziale) di un progetto di lunga lena. Dove la mediazione politica e culturale segna la strada, e dove le minoranze si percepiscano comunque a casa loro anche da minoranze. Dove le generazioni più anziane non si sentano d’impiccio e quelle più giovani non vengano buttate allo sbaraglio, come carne da cannone in una guerra di cui non si capisce quale sia la logica, e se ne abbia una che riguardi davvero tutti.

E i contenuti, direte voi? Mai stato corbyniano come quest’oggi: lotta durissima alle disuguaglianze, ai divari, agli abissi che si spalancano dinanzi a noi e ai nostri figli, non solo quelli bravi e ambiziosi che cercano di realizzare i loro desideri e i loro progetti anche all’estero, ma tutti, soprattutto quelli che non riescono a uscire da una borgata o dalla provincia per tutta la vita, e nonostante ciò desiderano una vita serena, completa, fatta di lavoro, socialità e amore. Questo non è semplicemente un ‘popolo’ (termine che non dice più nulla), questi sono donne e uomini, ceti sociali, classi, generazioni, giovani, anziani, lavoratori, disoccupati, studenti. Così li chiamavamo nel PCI, in termini ‘soggettivi’. Il ‘popolo’ è sempre più uno stratagemma comunicativo, una sintesi emotiva, una rappresentazione astratta. E quindi, alla fin fine, un elemento ideologico e conservativo. Mentre noi dobbiamo liberare le vite, riformare la società in carne e ossa, non solo un simulacro di essa. Le cose, non le immagini delle cose.