Contro il “capitalismo agrario”

0
539

di Antonio Gaeta

La circostanza che vede il governo Zelenssky in Ucraina favorevole all’accesso dei capitali stranieri nelle operazioni di acquisto delle celeberrime «terre nere» della Rus’ (tra le più fertili al mondo) é dettata da analoghe aspirazioni di industrializzazione agricola, che hanno ispirato anche il governo Bolsonaro in Brasile, rispetto alla disponibilità alla distruzione dell’Amazzonia, per anche far posto agli insediamenti produttivi «ad elevata tecnologia».

Come in Brasile anche in Ucraina i grandi gruppi mondiali del settore agro-alimentare attendono tali liberalizzazioni, per appropriarsi a poco prezzo di preziosi territori, da sottoporre a intensa coltivazione (drogata), a scopo produzione alimentare. Anche in Russia, con il pretesto dell’introduzione di macchinari di più elevata tecnologia, le terre vennero fatte passare ai privati a prezzi artificialmente bassi, lasciando sul lastrico molti contadini dei Kolkoz. Non é un caso che negli ultimi anni é rinata la figura del «contadino povero» di leniniana memoria.

Per millenni l’umanità ha provveduto ai propri bisogni materiali lavorando la terra. E quasi certamente sin da quando è stata impegnata nell’agricoltura essa ha conosciuto la divisione in classi, tra coloro che lavorano la terra e coloro che si appropriano del prodotto di lavoro altrui. Divisione tra appropriatori e produttori che ha assunto molteplici forme in tempi e luoghi diversi, ma con una comune caratteristica, ossia che i produttori sono sempre stati contadini, ovvero rimasti in possesso dei loro mezzi di produzione, in particolare la terra.

La fondamentale differenza tra società pre-capitaliste e società contemporanee a capitalismo avanzato consiste nel fatto che ora la forma dominante di appropriazione del surplus generato dal lavoro è basata sulla espropriazione dei produttori diretti, il plus-lavoro dei quali viene sottratto con metodi puramente “economici”: in particolare con la progettazione finanziaria di potenti istituzioni bancarie (Fmi, Banca Mondiale e altri ancora).

Nei modi che seguiremo in questa rubrica, apprenderemo come anche piccoli e medi agricoltori possono essere espropriati del possesso delle loro terre e in prospettiva trasformati (soprattutto i loro figli) in braccianti agricoli. Processi attualmente in atto sono in corso oltre che in America Latina e in Europa dell’Est, anche in Asia (vedi movimento Navdanya) ed Africa.

Prima di mostrare il Manifesto del movimento di protesta internazionale, c’è da dire che la relazione tra produttori e appropriatori è mediata dal “mercato”. Nel corso della storia sono esistite svariate tipologie di mercati, avendo gli uomini scambiato e venduto le loro eccedenze in modi differenti e per i più diversi scopi. Ma nel capitalismo il “mercato” ricopre una funzione distintiva e senza precedenti. In una società capitalistica praticamente tutto è una merce prodotta per il “mercato”. Sia il capitale sia il lavoro sono totalmente dipendenti dal mercato, per quanto riguarda le più elementari condizioni della loro riproduzione.

Esattamente come i lavoratori dipendono dal “mercato” per vendere la propria forza-lavoro come merce, anche i capitalisti ne dipendono per gli acquisti dei fattori di produzione (forza-lavoro e beni strumentali), oltreché spese per realizzare i loro profitti (vedi pubblicità) con la vendita dei prodotti. Una simile dipendenza dal “mercato” conferisce a quest’ultimo un ruolo inedito nelle società capitaliste: non solo come meccanismo di scambio e distribuzione, ma (come scritto sopra) anche come principale artefice e regolatore della riproduzione sociale. Infine, l’assurgere del “mercato” a un tale ruolo presuppone la sua penetrazione nella produzione del più basilare dei beni, il cibo.

Nel tentativo di ostacolare i danni sempre più ingenti (deforestazione gradi estensioni boschive e introduzione massiccia veleni in campo alimentare), procurati dallo sconcertante livello di penetrazione del “capitalismo agrario” sono nati movimenti di forte contrapposizione, tra i quali si distingue quello di Navdanya. (1)

Il movimento Navdanya fu creato 30 anni fa dalla dott.ssa Vandana Shiva in India, per difendere la sovranità dei semi e degli alimenti e piccoli agricoltori in tutto il mondo. Navdanya ha aperto la strada al movimento per il risparmio e la libertà delle sementi , iniziato in risposta alla crisi dell’erosione della biodiversità agricola e all’introduzione di OGM e brevetti sulle sementi attraverso i diritti di proprietà intellettuale (DPI) e i cosiddetti accordi di “libero scambio”. Ha combattuto a lungo contro la bio-pirateria, il brevetto della conoscenza indigena da parte delle multinazionali egoiste e ha vinto casi relativi al Neem (2), riso basmati e grano in India.

Di seguito possiamo leggere alcuni stralci di un importante Manifesto:

dal Manifesto sul futuro del cibo. Redatto dalla Commissione Internazionale per il Futuro dell’Alimentazione e dell’Agricoltura (3)

Le tendenze negative della seconda metà del secolo scorso sono state accelerate dai recenti regolamenti commerciali e finanziari redatti da burocrazie globali di istituzioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale ed il Codex Alimentarius, tra gli altri. Tali istituzioni hanno trasformato in leggi le politiche finalizzate a servire gli interessi delle multinazionali agricole facendo prevalere questi interessi su tutti gli altri, abolendo i diritti degli agricoltori e dei consumatori e riducendo in maniera drastica i poteri degli stati di regolamentare il commercio internazionale sulle loro frontiere, per mezzo di restrizioni adeguate alle proprie comunità. Le norme dell’Accordo sui Diritti di Proprietà Intellettuale relativi al Commercio del Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio), hanno consentito alle multinazionali agricole di impadronirsi di gran parte delle risorse primarie di semi, alimenti e terreni agricoli a livello mondiale. La globalizzazione dei regimi di brevetto, compiacenti con gli interessi delle multinazionali, ha anche direttamente intaccato gli specialissimi diritti, originari e tradizionali, degli agricoltori, per esempio, di conservare i propri semi e proteggere le varietà indigene che le popolazioni rurali hanno sviluppato nei millenni.

L’intero processo di conversione dalla produzione alimentare su piccola scala per le comunità locali, alla produzione specializzata su larga scala per l’esportazione, ha portato anche al declino di tradizioni, culture, piaceri, e moltissime forme di collaborazione e convivialità, collegate per secoli ai circuiti locali di produzione e mercati comunitari. Ciò ha ridotto molto l’esperienza della produzione alimentare diretta e le gioie, a lungo celebrate, di condividere gli alimenti prodotti a livello locale su terre locali. Nonostante le considerazioni di cui sopra, c’è un numero crescente di motivi per essere ottimisti. Migliaia di nuove iniziative stanno fiorendo nel mondo per promuovere l’agricoltura ecologica, la difesa dei piccoli agricoltori, la produzione di alimenti sani, sicuri, culturalmente diversificati e la regionalizzazione della distribuzione, del commercio e della vendita. Una migliore agricoltura non solo è possibile ma si sta già realizzando.

Per tutti questi motivi, ed altri ancora, dichiariamo la nostra ferma opposizione alla industrializzazione e globalizzazione della produzione alimentare ed il nostro impegno a sostenere il passaggio a tutte le alternative sostenibili di produzione, appropriate alle specificità locali e su piccola scala in armonia con i principi sostenuti dal movimento.

NOTE:

(1) – Vandana Shiva, Presidente di Navdanya International, Salvatore Ceccarelli, esperto internazionale di agronomia, specialista in genetica agricola e membro del consiglio di amministrazione di Navdanya International, Nadia El-Hage Scialabba, esperta internazionale di ecologia alimentare con 30 anni di esperienza presso FAO, Bernardo Gozzini, climatologo e direttore del Consorzio Lamma, Alberto Bencistà, presidente di Firenze Bio.

  1. La Commissione internazionale sul futuro dell’alimentazione e dell’agricoltura è stata istituita nel 2003 in Toscana, in Italia, a seguito di un incontro internazionale di leader nel movimento agroalimentare riunito da Claudio Martini, presidente del governo regionale della Toscana e dal dott. Vandana Shiva, nota attivista e direttrice esecutiva di Navdanya / Research Foundation for Science, Technology and Environment e presidente di Navdanya International.

(3) – L’Azadirachta indica A. Juss., nota come Neem, è una pianta antichissima, utilizzata da secoli in India come fertilizzante ed insetticida.