L’oro di Danae

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: https://www.ipensieridiprotagora.com/

di Luca Billi

Siamo onesti: la fortuna del mito di Danae dipende soltanto dal fatto che ha dato la possibilità nel corso dei secoli a molti pittori – e anche a una pittrice – di ritrarre giovani donne, bellissime e nude, nel momento del loro massimo piacere sessuale, senza incorrere in censure. Perché la figlia del re di Argo è stata posseduta da una pioggia dorata: e quindi tutti questi pittori hanno potuto – cosa piuttosto rara nella storia dell’arte – rappresentare una donna che prova piacere senza dover far vedere l’atto “meccanico” che è la causa di questa sensazione, senza dover far vedere un uomo. Ci è riuscito anche Gian Lorenzo Bernini scolpendo l’estasi di santa Teresa d’Avila, ma ci voleva un genio barocco come lui, capace di trasformare il marmo in carne, e così ben introdotto nella Curia romana da essere sostanzialmente intoccabile, per rappresentare il momento in cui quella santa vede l’inconoscibile e l’ineffabile come il culmine di un amplesso. I pittori “normali” hanno dovuto accontentarsi di rappresentare un mito.
Il padre di Danae ha dovuto combattere per diventare re, perché il vecchio Abante – figlio del re Liceo, a sua volta figlio del re Danao – prima di morire aveva stabilito che i suoi due figli gemelli, Preto e Acrisio, dovessero regnare alternativamente sull’Argolide. Si sa che queste “staffette” non vanno mai a buon fine. Morto Abante, Acrisio comincia a regnare, ma al momento di cedere il trono al fratello si rifiuta. Preto organizza un esercito e cerca di reclamare quello che gli spetta, ma, dato che le loro forze si equivalgono, i due fratelli devono a malincuore spartirsi il regno paterno: ad Acrisio spetta il controllo di Argo e dell’entroterra, mentre a Preto quello di Tirinto e della costa.
Il re di Argo non ha figli maschi, ha solo una figlia, la bellissima Danae. Come ogni re dell’antica Grecia che ha un problema, Acrisio si rivolge all’oracolo di Delfi, che gli fa una strana profezia: non è destinato ad avere eredi, ma sarà ucciso dal figlio di sua figlia, che in questo modo diventerà re. Dopo tutto la Pizia è una donna e forse in questa sua arcana profezia pesa proprio una questione di genere: in questo gioco del potere che è solo per i maschi, in cui il trono può essere trasmesso unicamente da padre in figlio, la donna è il granello di sabbia capace di distruggere un ingranaggio così ben oliato. Se Danae potesse diventare regina – sembra dire la Pizia – forse il regno di Argo sarebbe ancora più forte e florido.
Naturalmente il re Acrisio non è così saggio da capire cosa vuol davvero intendere l’oracolo: fa rinchiudere la sua unica figlia in una cupa torre dalla porte di bronzo, e vi mette a guardia una torma di cani feroci. Rinchiude nella torre anche una vecchia nutrice, così che Danae possa avere un po’ di compagnia: non sappiamo nulla di questa povera donna, neppure il nome, e soprattutto perché abbia dovuto condividere proprio lei questa terribile pena. Acrisio pensa così di aver sconfitto l’oracolo, ma – come sempre succede nel mito – gli dei si incaricano di punire la sua presunzione. Dato che la pena deve necessariamente prevedere di ingravidare una ragazza bellissima, Zeus stesso decide di assumere su di sé questo duro compito. Si trasforma in pioggia dorata e così supera gli ostacoli che Acrisio ha posto per tentare di fermarlo. A dire il vero Ovidio – che ci racconta questa storia in diverse sue opere – non è così chiaro su come sia avvenuto il fatto: certamente Zeus si è trasformato in pioggia per arrivare fino al letto di Danae, ma su come abbia fatto quello che doveva essere fatto il poeta è decisamente più reticente. Forse Zeus è tornato a essere Zeus e forse quell’oro è servito a blandire e a sedurre quella povera ragazza, che non avrebbe potuto comunque sfuggire al proprio destino. Il poeta augusteo sembra insinuare che Danae sia stata convinta da quell’oro, che non sarebbe stato quindi il mezzo per eludere gli ostacoli posti dal padre, ma il prezzo imposto dalla figlia. Una lettura non certo favorevole alla giovane donna. Ma si sa che raramente i poeti sono dalla loro parte.
Il mito racconta poi come da quel misterioso amplesso sia nato Perseo, che – tra le molte sue imprese, compresa quella di uccidere Medusa, un’altra donna che gode di cattiva stampa – toglie la vita ad Acrisio, anche se involontariamente – forse – e diventa re di Argo. Ma non è questo quello di cui devo parlarvi.
Un ignoto vasaio del Ceramico descrive la storia come veniva raccontata al suo tempo: c’è questa giovane donna seminuda – d’altra parte vive da sola, si può anche prendere qualche libertà – che osserva, con un qualche stupore, un pulviscolo che scende dal cielo e che la feconderà. Ma lei ancora non lo sa. L’anonimo autore di un’illustrazione di un’edizione medievale delle Metamorfosi racconta invece la versione di Ovidio: in un elegante letto a baldacchino vediamo, pudicamente coperti, Danae e Zeus, che raggiunta la giovane in forma di gocce, è ora un uomo pronto a giacere con lei.
Con il rinascimento l’attenzione si sposta su Danae. Correggio e poi Tiziano – che dedica due quadri a questo tema – mostrano questa donna che osserva una nuvola dorata e sa benissimo cosa le succederà. E più passano gli anni, e più si sviluppa il barocco, fino a Rembrandt, Danae appare come una donna che aspetta quella pioggia, e che è pronta a incassare. Questi pittori combinano la maldicenza di Ovidio e lo sguardo da voyeur: Danae è una donna pronta a vendere il proprio corpo. Evidentemente anche i pittori sono raramente dalla parte delle donne.
Significativamente in questi quadri compare quasi sempre quella vecchia nutrice, diventata ormai mezzana. Immaginiamo sia lei a incassare per conto della sua signora. E anche Artemisia Gentileschi non è molto tenera con Danae, né con la nutrice. Non è pioggia quella che sta cadendo sulle due donne, ma sono monete d’oro, e mentre Danae sembra godere di quel dono celeste, la vecchia alza la lunga gonna, in modo da raccogliere il maggior numero possibile di monete, prima che cadano a terra. Non c’è alcuna poesia in questo quadro della Gentileschi, ma solo cupidigia.
Occorre arrivare ai primissimi anni del Novecento per vedere una nuova, scandalosa, Danae: quella di Gustav Klimt. Danae è come compressa nella tela quadrata utilizzata dal pittore viennese, il suo corpo disegna una spirale, il cui centro è la mano della donna che stringe un lembo di stoffa. Mentre l’altra mano è nascosta dalla gamba. Un velo, una calza di seta quasi del tutto caduta, i capelli rossi sfatti, gli occhi chiusi: Danae sta provando piacere. Ma non ha bisogno di un uomo, né della pioggia dorata, Danae basta a se stessa: è cominciata un’altra storia. C’è anche qui l’oro – come sempre nei quadri di Klimt – ma non è una sostanza venale, è l’energia sensuale ed erotica che Danae è capace di trasmettere. A se stessa prima di tutto e a chi la sta guardando. Sappiamo naturalmente che il Novecento non è stato il secolo delle donne, come questa immagine di Klimt avrebbe potuto far sperare.