Contrordine amici, la #casta serve

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di Alfredo Morganti – 4 febbraio 2019

L’Espresso rivela che il #M5S starebbe sondando la possibilità di andare oltre i due mandati e consentire cioè la possibilità di candidature ulteriori alle due legislature. Si tratta, questa, di una pietra miliare del movimento, e non sarà facile convincere al dietrofront i suoi aderenti. Che cosa indica questa vicenda? Che non si può prendere una classe dirigente e buttarla via dopo 24 mesi di lavoro. Che la classe dirigente non è l’élite su cui sparare a pallettoni come una casta qualsiasi, ritenendo che il ‘#popolo’ da solo basti e avanzi. I 5stelle lo stanno sperimentando sulla loro pelle quanto sia necessario avere dirigenti capaci ed esperti, piuttosto che tribuni del popolo capaci di oratoria social e poco più. Insomma, il problema di una dialettica seria tra governanti e governati non è un residuo del passato, ma un tema corrente – non è roba da rubricare sotto la voce ‘casta’ ma una questione democratica sotto tutti i riguardi. Innalzare inni al ‘popolo’ (qualunque cosa esso sia) gettando alle ortiche la classe dirigente, è come amputare la democrazia di una gamba: l’intero edificio resterà zoppicante, tendente all’immobilità, sino al crollo inevitabile.

È chiaro a tutti quale sia il pericolo, quindi, eppure in pochi ne sono davvero consapevoli. La polemica continua contro la politica, i partiti, contro la classe dirigente, contro le #élite, le rappresentanze, i ceti burocratici, se ha il merito minimo e sotto-soglia di richiamare tutti a un rapporto più solido e ravvicinato con la base democratica del Paese, d’altra parte (e principalmente) mina progressivamente la sostanza di questo rapporto. Da una parte si affida il Paese all’inesperienza e talvolta all’incompetenza, dall’altra si rende sempre più acefala la democrazia. Il limite di mandato impedisce un maturare dell’esperienza, svaluta l’idea stessa di formazione e toglie persino autorevolezza, mostrando tutti i governanti come gente di passaggio, destinata prima o poi alla polvere. Una specie di suicidio politico, sotto certi aspetti, o meglio un omicidio premeditato, ove ci si riferisca alla vibrante polemica accesa dagli attuali governanti contro la classe politica che li ha preceduti ai vertici dello Stato.

Perché questo va anche detto, che i nuovi hanno utilizzato la polemica anti-casta come una sorta di grimaldello politico per ingaggiare contro l’antecedente classe dirigente una battaglia populista senza quartiere. Una buona parte del Paese, peraltro, si è ritrovata d’accordo e unita in questa lotta: imprenditoria, cosiddetta società civile, ceto medio terrorizzato dall’impoverimento, ‘padroncini’, periferia sociale e culturale, nuova destra, vecchi neoliberali. Un movimento spurio, eterogeneo, ma unito nella ‘sacra’ battaglia contro le élite politiche e i partiti. Rendere acefala la #democrazia, in sostanza, serviva anche a insediarsi nel vuoto che ne nasceva. E questo è successo. Oggi, tuttavia, anche a dimostrazione della cattiva fede politica, quegli stessi che sono subentrati alla vecchia classe politica ambiscono a diventarla permanentemente, e non solo per due mandati. Così che alla stupidaggine di limitare il numero delle legislature, subentra adesso la necessità per i nuovi dirigenti di prolungare il proprio insediamento, ristabilendo univocamente, a loro tornaconto, la dialettica élite-popolo che è venuta quasi a mancare.

Paradosso del #populismo, dunque: che si propone come giustiziere della casta ma poi tenta di rioccupare stabilmente le poltrone svuotate. In ciò, un fondo di verità. Come dicevamo, una democrazia (ma anche un apparato di potere qualsiasi) muore se tutto si riduce all’asse tra il ‘popolo’ e il suo ‘Capo’ ( o ‘Capi’). Sui corpi intermedi e le classi dirigenti si può anche sputare o tirare monetine, ma poi, quando le si affossa, il problema urgente è il loro tempestivo (ma complicato) reinsediamento. Per questo i populisti sono una contraddizione vivente, per questo meglio non fidarsi mai della loro doppiezza, nemmeno di quelli di sinistra.