Revoluciòn Calendista: il Pd senza un progetto rischia di estinguersi

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Carlo Calenda, semplice iscritto al Pd da meno di un anno, è riuscito grazie a una spiccata abilità comunicativa (e/o alla generosa attenzione dei media) e al suo essere estraneo al gruppo dirigente del Partito Democratico, a mettere in campo una proposta politica, una lista di centrosinistra alle europee inclusiva che lascia “fuori” Forza Italia e Leu, che al momento è tra le poche ad alimentare discussioni e dibattiti nella stagnante e litigiosa stagione dove sono seppelliti sia il Pd che i relitti della sinistra storica.
L’attivismo di Calenda nelle ultime settimane ha incrociato proprio la lunga fase congressuale del Partito Democratico raccogliendo consensi, critiche e risposte enigmatiche dai tre candidati alla segreteria Pd e da altri storici esponenti del centrosinistra italiano.
Ho pubblicato uno stralcio l’intervista rilasciata ieri 4 febbraio al Corriere della Sera, il Manifesto per la costituzione di una lista unica delle forze politiche e civiche europeiste alle elezioni politiche e alcuni commenti su questa iniziativa. Inoltre un “bignami” del pensiero calendista.
Gian Franco Ferraris
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di Maria Teresa Meli intervista a Carlo Calenda pubblicata dal Corriere della Sera – 4 febbraio 2019

Calenda: «I dem? Senza un progetto ampio rischiano di estinguersi» L’ex ministro: Siamo europei piace ai nostri elettori

Calenda, la «sua» lista unitaria non piace al Nazareno?
«Forse non piace a Bettini e alla Toia che hanno espunto dal documento dei parlamentari europei ogni riferimento a Siamo Europei. Piace però all’82% degli elettori del Pd e alla quasi totalità di quelli di +Europa e Italia in Comune, secondo un sondaggio commissionato proprio dal Pd».

Al di là dei giri di parole, i dirigenti del Pd la vogliono lasciare fuori.

«Qui la questione è se vogliono lasciare fuori 150 mila persone, tra cui ci sono centinaia di sindaci e amministratori locali, da Sala in giù. Ci vuole chiarezza. Per questo ho chiesto ai candidati se Siamo Europei è ancora il loro progetto o se ce n’è un altro diverso».

«Tutti e tre i candidati hanno preso posizione confermando il sostegno, sia pure con diversi gradi di entusiasmo, e questo è positivo e importante».

Però si tengono ben stretto il Pd.
«Nessuno glielo vuole toccare. Il nostro lavoro con Siamo Europei è costruire una mobilitazione popolare a favore di un’Europa nuova, più giusta e più forte parlando con i cittadini al di là delle appartenenze di partito».

Lei conferma che non voterà alle primarie?
«Sì. Non voterò. Andrò ai gazebo però. E spero proprio che, come ho proposto, ai gazebo si possa aderire al Manifesto di Siamo Europei. Se vogliamo che molta gente venga è bene che ci sia una proposta che non parli solo di segretari e liste congressuali».

Secondo lei il Pd da solo non basta più? 
«Il Pd non basta più per niente. Al di là dei training autogeni che si possono fare durante le assemblee, il Pd ha un gigantesco problema di credibilità nel Paese. Quindi o si mette a disposizione di un progetto più ampio e convincente o rischia davvero di estinguersi».

Dicono che faccia tutto ciò per candidarsi…
«Se fosse così avrei semplicemente accettato l’invito a candidarmi che mi è già stato fatto sia da Martina che da Zingaretti. Anzi se il progetto non sarà convincente e innovativo escludo di candidarmi».

Alle Europee, dunque, ma come?
«Con una lista unitaria in cui il Pd ci sia con le persone che hanno fatto bene in Europa, penso per esempio a Gualtieri e De Castro, insieme ad altre che vengono da mondi e culture politiche diverse. L’importante è che si condividano i punti del manifesto e che non si cerchino alleanze nazionali con Lega e 5S».

Un preambolo comune? Una lista unitaria?
«O c’è una bandiera, una lista comune, dietro la quale ci possono essere anche i simboli di partito, che comunque non vanno nascosti, oppure io non sono interessato a correre. Questo lo vorrei dire con grande chiarezza».

Pensa che questa lista avrebbe delle chance?
«Assolutamente. Se facciamo una cosa credibile e innovativa, e molto dipenderà dalla qualità delle liste, possiamo prendere più del 30%».

Anche +Europa sembra frenare. E allora?
«E allora potrebbe essere un disastro vero. Peraltro il rischio che +Europa e Italia in Comune non prendano il quorum è altissimo. Tutti devono decidere se è il momento di difendere la loro ristretta identità e fare atto di testimonianza, o invece perseguire la loro missione e combattere una vera battaglia per la democrazia liberale e per tenere l’Italia in Europa e in Occidente. Se identità e testimonianza avranno la meglio allora saremo sconfitti e l’Italia con noi».

Il suo progetto non può prescindere da chi sarà segretario.
«Tutti quanti hanno detto che sono d’accordo sull’impostazione di Siamo Europei. Dopodiché mi pare che Martina lo sostenga più degli altri».

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MANIFESTO PER LA COSTITUZIONE DI UNA LISTA UNICA DELLE FORZE POLITICHE E CIVICHE EUROPEISTE ALLE ELEZIONI EUROPEE

L’Italia e l’Europa sono più forti di chi le vuole deboli!

Siamo europei. Il destino dell’Europa è il destino dell’Italia. Il nostro è un grande paese fondatore dell’Unione Europea, protagonista dell’evoluzione di questo progetto nell’arco di più di 60 anni. E protagonisti dobbiamo rimanere fino al conseguimento degli Stati Uniti d’Europa, per quanto distante questo traguardo possa oggi apparire. Il nostro ruolo nel mondo, la nostra sicurezza – economica e politica – dipendono dall’esito di questo processo.

L’Unione Europea è il risultato della consapevolezza storica e della volontà dei popoli europei. Un continente attraversato dalle guerre è oggi uno spazio pacifico e comune di scambi culturali, politici, economici, governato da regole ispirate a valori di libertà, tolleranza e rispetto dei diritti. L’Unione Europea è la seconda economia e il secondo esportatore del mondo. Un mercato unico di cinquecento milioni di persone, regolato dai più alti standard di sicurezza e qualità, che assorbe ogni anno duecentocinquanta miliardi di esportazioni italiane. Il nostro attivo manifatturiero è oggi doppio rispetto a quello che avevamo prima dell’euro e la nostra manifattura, seconda solo a quella tedesca, è legata da una inscindibile e strategica rete di investimenti, collaborazioni industriali, tecnologiche e commerciali con le altre economie europee. In Europa si concentra la metà della spesa sociale globale a fronte del 6,5% della popolazione mondiale.

L’Unione è dunque un grande conseguimento della storia, ma come ogni costruzione umana è reversibile se non si è pronti a combattere per difenderla e farla progredire. I cittadini europei sono oggi chiamati a questo compito.

L’Europa è infatti investita in pieno da una crisi profonda dell’intero Occidente. La velocità del cambiamento innescato dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica, e parallelamente gli scarsi investimenti in capitale umano e sociale – che avrebbero dovuto ricomporre le lacerazioni tra progresso e società, tra tecnica e uomo – hanno determinato l’aumento delle diseguaglianze e l’impoverimento relativo della classe media. Ciò ha scosso profondamente la fiducia dei cittadini nel futuro. L’incapacità di gestire i flussi migratori provenienti dalle aree di prossimità colpite da guerre e sottosviluppo ha messo in crisi l’idea di società aperta. La convergenza tra queste turbolente correnti della storia ha minato la fiducia di una parte dei cittadini nelle istituzioni e nei valori delle democrazie liberali.

Per la prima volta dal dopoguerra esiste il rischio concreto di un’involuzione democratica nel cuore dell’Occidente. La battaglia per la democrazia è iniziata, si giocherà in Europa, e gli esiti non sono affatto scontati.

L’obiettivo non è conservare l’Europa che c’è, ma rifondarla per riaffermare i valori dell’umanesimo democratico in un mondo profondamente diverso rispetto a quello che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni.

Un mondo che affronta tre sfide cruciali: il radicale cambiamento del lavoro, e dunque dei rapporti economici e sociali, a causa di un’ulteriore accelerazione dell’innovazione tecnologica; il rischio ambientale e la necessaria costruzione di un modello di sviluppo legato alla sostenibilità; uno scenario internazionale più pericoloso e conflittuale.

Le forze da mobilitare per la costruzione della nuova Europa sono quelle del progresso, delle competenze, della cultura, della scienza, del volontariato, del lavoro e della produzione.

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Commenti
di Carlo Calenda – 3 febbraio 2019
I 3 candidati alla segreteria del Partito Democratico hanno confermato oggi l’appoggio unitario al manifesto Siamo Europei. Bene ma non basta. Dobbiamo farlo conoscere e mobilitare ancora più persone, ho proposto che il PD lo faccia firmare durante le primarie del 3 marzo.
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In realtà pare che i dirigenti del Pd stiano cautamente prendendo le distanze dall’iniziativa di Calenda. Alessandro Di Matteo, sulla Stampa, ha notato che nei loro interventi i tre candidati alla segreteria – Zingaretti, Martina e Giachetti – hanno usato per Calenda e la sua iniziativa espressioni come «contributo utile e importante» e altre che nel linguaggio della politica sono «un modo gentile per cominciare a prendere le distanze».
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Enrico Letta: Lo aveva chiamato Fronte repubblicano. Poi è diventato un’altra cosa ma sempre fronte è: “Ho apprezzato molto il suo libro. L’unica cosa che non mi convince è il frontismo antipopulista, perché è il favore più grosso che puoi fare ai populisti: offri un nemico, l’unica cosa che li unisce”.
Lo ha detto alla Stampa l’ex premier Enrico Letta parlando di Carlo Calenda e del suo manifesto per le Europee. Sul possibile scenario europeo dopo le elezioni, Letta commenta: “Salvini è forte quando picchia sui migranti, ma quando chiede di fare deficit scassando le regole di bilancio resta solo, trattato dai suoi amici sovranisti come un “terrone spendaccione”.
Si vedrà che il fronte populista è tutt’altro che compatto. A meno che non abbia un nemico comune schierato a difesa di un’Europa in bianco e nero e con la forfora”. Su come trattare con i Cinque stelle, Letta osserva: “Non è più tempo di teorizzare che altri partiti sono “costole della sinistra”. Bisogna distinguere le leadership dalle motivazioni del voto. Ci sono milioni di persone che il 4 marzo hanno votato M5s, ma oggi sono in silenzio e chiedono qualcos’altro. Con loro bisogna parlare, con umiltà, non certo dicendo: avete visto che avevamo ragione noi?”.
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Massimo D’Alema «Apprezzo l’intenzione di Calenda, almeno ha messo in movimento le cose di fronte alle lentezze della sinistra, ha avuto il merito di alzare una bandiera. Ma non è sufficientemente chiaro: il discrimine deve essere il cambiamento. Non si può lanciare un appello e poi essere costretti a precisare che non è rivolto a Forza Italia. Se avesse un impianto programmatico netto non ci sarebbe bisogno di un chiarimento a piè di pagina».

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Carlo Calenda “Ha fatto una scelta diversa. Ora lui e Bersani devono godersi la meritata pensione”

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Pietro Grasso – 26 gennaio 2019

Il pregio del Manifesto di Calenda è aver aperto un dibattito; il difetto averlo impostato su presupposti confusi e discutibili. Un fronte indistinto – che lui definisce liberal-democratico – in una competizione proporzionale sarà facile bersaglio della propaganda gialloverde, facendo loro il regalo di trasformare le elezioni europee in un referendum sull’Europa.

Da giorni ripete “no a quelli Leu”, eppure tra i promotori c’è Enrico Rossi, fondatore di Mdp, che con altri ha dato vita a LeU. Sostiene poi che debba essere escluso chi cerca alleanze nazionali con Lega o M5S. LeU non ha questa intenzione, ma ritengo sia stato un errore politico grave non avviare dopo le elezioni un dialogo col M5S: per vedere le carte di un possibile bluff e per non consegnare larga parte di elettorato grillino alla Lega, come è avvenuto (stessa posizione di Martina, altro entusiasta firmatario).

Vista la stima che nutro per Calenda voglio rassicurarlo: non aderirò al suo manifesto.

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Daniela Preziosi su “Il Manifesto del 5 febbraio 2019

Psicodramma Calenda: «Con me solo Martina»

#DemocrackPrimariePd. L’ex ministro sfida il partito: gli altri candidati stupidamente non condividono il mio manifesto, decideranno che strada prendere.

«Tutti e tre i candidati alla segreteria Pd hanno appoggiato il manifesto ‘Siamo europei’, ma solo Martina ha messo sui social un appello a condividerlo. Gli altri stupidamente la considerano una mia iniziativa». Il giorno dopo la convenzione nazionale Pd che ha proclamato i tre candidati che passano ai gazebo – nell’ordine di arrivo Zingaretti, Martina e Giachetti – Carlo Calenda dà dello stupido – di fatto – a Zingaretti e Giachetti. Ha capito che, nonostante i minuetti democratici, la sua iniziativa rimbalza su un muro di gomma. Nessuna bocciatura al «manifesto europeista» a cui i tre candidati hanno detto sì, a parole.

MA L’EX MINISTRO si era misteriosamente autoconvinto che tutte le anime del Pd sarebbero confluite entusiaste – prima di eleggere il segretario – nel suo listone, la sua ’ideona’. E invece all’Ergife ha scoperto che c’è un’altra piattaforma, presentata dall’europarlamentare Patrizia Toia e firmata dall’intero gruppo dem a Bruxelles. Non «un’azione ostile», ha giurato poi Toia a Repubblica, ma «noi eurodeputati abbiamo il dovere di parlare nel nostro Pd di Europa». Le due iniziative «sono conciliabili», assicura, Calenda «ha una alta opinione di sé» ma «questo è il momento del noi».

APERTAMENTE DUNQUE nessuno critica Calenda. Ma nell’area Zingaretti l’insofferenza per l’attivismo dell’ex ministro cresce. Qualcuno fa dell’ironia, come Massimiliano Smeriglio, coordinatore di Piazza Grande («L’unico manifesto che conosco è quello di Ventotene»). Qualcuno apprezza, come un politico di lungo corso, Enrico Gasbarra («Ripartire da Ventotene mi sembra un buon proposito»). In più a Calenda hanno raccontato che nella piattaforma degli europarlamentari sarebbe stato Goffredo Bettini, un consigliere di Zingaretti, a far cancellare ogni riferimento al suo «manifesto». A sua volta il presidente del Lazio dal palco dell’Ergife lo ha pregato: «Carlo, se vuoi la pace, prepara la pace. Se vogliamo l’unità prepariamo l’unità che vuol dire ascoltare le differenze, sennò ci ritroviamo sempre gli stessi con vestiti diversi».

A CHIEDERE CHIAREZZA è Arturo Parisi: «Basta capirsi evitando di prendersi in giro», dice, «definire la proposta di Calenda come un utile contributo non è sufficiente». In sostanza a Zingaretti verrebbe chiesto, prima di diventare segretario, di consegnare le chiavi delle liste del 26 maggio. All’ex ministro, iscritto Pd ma dichiaratamente estraneo al congresso.

PER RISPONDERE ALL’ACCUSA di personalismo Calenda, ieri alla stampa estera, ’svela’ di essere molto corteggiato: sia Zingaretti che Martina gli hanno offerto di fare il capolista alle europee. Ma di che liste? Una cosa sono quelle del Pd eventualmente aperte al civismo e a chi ci sta (ma già Calenda ha fatto capire che ci sono degli indesiderabili a sinistra); un’altra è l’iniziativa di Calenda che guarda soprattutto fuori dal Pd, a lato destro sulla base di un generico europeismo senza proposte concrete. «Chi diventa segretario del Pd potrà dire ‘scelgo un’altra strada’ – conclude l’ex ministro – ma dovevano dirlo entro la Convenzione. Ora spero che rispettino la promessa». Per lui, sottolinea, «non ha senso parlare di centrosinistra», non basta, si candiderà solo «se si costruirà una lista unica e un fronte ampio. Se è un allargamento fittizio del Pd non sono interessato».

Un fronte ampio che però, al di là le firme raccolte, stenta a formarsi. In attesa del Pd, anche l’accoglienza di +Europa è stata fredda. E anche il sindaco di Parma Pizzarotti non ha dato ancora una risposta definitiva.

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Bignami del pensiero Calendista

Sul reddito di cittadinanza: “E’ tra i provvedimenti molto pericolosi. Non perché non sia giusto aiutare i più deboli, ma perché come si fa a dire a un’infermiera che percepisce 1300 euro al mese che deve pagare il reddito di cittadinanza da dare a chi non lavora? E lo paga con la cosa più iniqua, con l’aumento delle clausole Iva. Non è giusto. Non c’è niente di equo in tutto questo. Bisogna aiutare chi non ha, sì. Ma mai pensare che chi lavora e si spezza la schiena sia un privilegiato”.

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Sul caso Sea Watch: “Non ha niente a che fare con le politiche sull’immigrazione. Salvini prometteva di espellere 600.000 immigrati irregolari, ora non sa come fare. Tutto questo caos su navi che trasportano qualche decina di disperati vittime di naufragi è una fesseria”.

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Sull’immigrazione: “C’è da chiarire che chi dice di aprire i confini a chiunque è un pazzo. L’Africa nei prossimi 30 anni aumenta di un miliardo e duecento milioni di persone. I confini di un Paese sono sacri, bisogna controllarli, ma questo non ha niente a che fare col soccorrere chi è vittima di un naufragio.

Sull’immigrazione la sinistra negli ultimi decenni ha fatto un grande errore di comunicazione. L’idea di dire che l’accoglienza debba funzionare sempre e per tutti è completamente priva di fondamento. La Nigeria diventerà grande come tutta l’Unione Europea.  Non possiamo trasferire la Nigeria in Italia. Il nostro Governo ha fatto anche politiche dure per combattere gli sbarchi, che infatti avevamo ridotto dell’85%.C’erano decine di migliaia di persone pronte a salpare dalla Libia. Cosa avremmo dovuto fare? Oggi quasi il 20% delle persone che arrivano in Italia sono analfabete. Non va bene. Le famiglie si integrano meglio. Ma certi discorsi non hanno niente a che fare con la Sea Watch e lo spettacolo indecoroso montato da Salvini per nascondere le sue promesse mancate”.

carlo calenda tessera pd con maurizio martina

 Sulla Tav: “Si deve fare. Ma possiamo stare a discutere dopo che sono iniziati i lavori? Siamo un Paese che ha bisogno di infrastrutture energetiche e di trasporto ferroviario. Questo Governo ha fermato tutti gli investimenti. Non si fa così, questo non è un modo di governare seriamente un Paese. Noi abbiamo sicuramente commesso tanti errori, ma invito gli italiani a pensare alle cose”.
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