Cosa ci dice l’addio di Renzi sull’identità del Pd

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Tanto tuonò che piovve, si potrebbe dire, ricorrendo alla saggezza popolare. L’addio di Renzi ha sorpreso soprattutto per i tempi, ma non si può dire certo che fosse inatteso. Ma possiamo analizzare questa vicenda sottraendola alle contingenze dei retroscena giornalistici? Cosa ci dice sul Pd, la sua identità, il suo modello organizzativo e, non da ultimo per importanza, il suo possibile futuro?

Da tempo l’ex-segretario ostentava apertamente un atteggiamento distaccato e infastidito, facendo trapelare, in modo nemmeno poi troppo sotterraneo, la sua crescente distanza da quella che, pomposamente, molti dirigenti del Pd continuano a definire una “comunità politica”, ma che di “comunitario”, propriamente, ha sempre avuto molto poco.

I dubbi sulle mosse

Semmai, i dubbi sulle sue mosse erano legati al possibile casus belli e, soprattutto – era la spiegazione, un po’ maliziosa, ma realistica, che molti si davano – ai sondaggi non troppo benevoli: del resto, tutte le indagini che, periodicamente, testano la “popolarità” dei vari personaggi politici segnalavano una perdurante, diffusa ostilità verso Renzi, piazzato regolarmente in coda a queste particolari classifiche: singolare parabola di un leader che voleva essere (e forse era apparso così, all’inizio) spontaneo e simpatico e che è divenuto sempre più artificioso e ripetitivo nella sua retorica e fortemente inviso, persino insopportabile, agli occhi di molti (con l’eccezione di un clan di fedelissimi, disposti a seguirlo perinde ac cadaver).

Questo suo sentirsi, come si suol dire, “con la testa da un’altra parte”, – questo suo esserci e non esserci, nel partito – era molto di più di un tratto caratteriale: era il segno della sua congenita incapacità di concepire un proprio ruolo che non fosse quello del comando solitario. Del resto, che non fosse capace di “fare squadra” era emerso chiaramente anche con la fase congressuale che si aprì nell’autunno del 2018, quando l’area renziana non riuscì ad esprimere una candidatura unitaria alle primarie del marzo 2019.

La bussola

A conferma di quanti – tra cui chi scrive – sostenevano la sostanziale assenza di una qualche forma di cultura politica che ispirasse l’azione del politico rignanese (definirlo “fiorentino” evoca una nobiltà di ascendenza machiavelliana di cui lui si autocompiace, ma che appare decisamente fuori luogo), gli eventi di queste settimane dimostrano come la sua bussola sia solo quella dello spazio di potere personale da ritagliarsi e da difendere strenuamente: può darsi che ciò susciti l’ammirazione degli osservatori disincantati che aderiscono ad una visione cinica della politica, secondo cui alla fin fine è solo il self-interest dei “politici” a guidare i loro comportamenti; ma chi pensa che una vera leadership politica sia quella che si nutre dei sentimenti, delle idee e dei valori di una reale comunità politica, e che si alimenta di una dimensione collettiva, non può che convenire con il giudizio lapidario che ha espresso Emanuele Macaluso, nella sua pagina su Facebook: Renzi è solo “un modesto prodotto della crisi della politica”.

Il nodo della questione

Detto ciò, potremmo fermarci qui, ma non avremmo affrontato il nodo della questione: come è stato possibile che un partito, che era nato sulla base di nobili e ambiziose premesse, sia precipitato in una condizione così critica? E ha senso ancora porsi l’obiettivo di “salvarlo” e rinnovarlo? E come, eventualmente, ciò sarebbe possibile?

Uno spunto significativo ce lo offre lo stesso Renzi, in un passaggio dell’intervista con cui ha annunciato il suo “lungo addio”: “il Pd nasce come intuizione di un grande partito all’americana, capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie”. Lasciando da parte il sotto-testo di questa affermazione (una egocentrica auto-investitura come “leader carismatico”), potremmo cavarcela dicendo che in fondo Renzi ha ragione e che proprio questa idea ispiratrice sia all’origine della crisi del Pd; ma non sarebbe una risposta corretta: queste parole di Renzi rivelano ancora una volta la povertà e l’approssimazione degli schemi di cultura politica che hanno guidato i suoi comportamenti, mostrano l’idea di partito che Renzi aveva in testa, ma non credo che questa immagine di ciò che il Pd voleva essere sia accettabile agli occhi di molti dei suoi stessi “padri fondatori”.

Senza radici

Per capire meglio i termini della questione ci vengono in soccorso alcune affermazioni di Massimo D’Alema, nel corso di un dibattito alla festa di Articolo 1, così come riportate da un articolo di Daniela Preziosi sul Manifesto del 22 settembre: “l’idea del grande partito contenitore all’americana qui non funziona. Il centrosinistra sarebbe stato molto più forte di fronte all’onda d’urto della destra se avessimo ancora due partiti forti, uno di matrice socialista e uno di ispirazione cristiana. L’idea, pur generosa, del Pd, lo dico autocriticamente, non ha funzionato perché non aveva una radice storica e identitaria”. “Quindi non lo rifarebbe?” è la domanda della giornalista: “No”, è la risposta secca. E D’Alema aggiunge una considerazione che ci porta al cuore della questione: “l’idea della politica post-ideologica, sbagliando, l’abbiamo messa in circolazione noi, non i Cinque stelle, che ne sono una derivazione”.
Ora, scusandomi per l’autocitazione, questa analisi era stata proposta da chi scrive, anche su queste pagine,  e rimanda al modello di partito, e all’idea di democrazia che ispirò la genesi di quel partito.

Il partito all’americana

Dire che il Pd voleva essere un “partito all’americana” è molto sommario, e certo corrisponde ad un’idea a quel tempo molto diffusa, ma contiene solo una parte della verità: il Pd voleva essere soprattutto un partito “post-ideologico” perché si pensava che, oramai, si fosse entrati trionfalmente nell’era della “fine delle ideologie” e che quindi un nuovo, grande partito di “centrosinistra” si potesse reggere solo sulle “cose da fare”, su una convergenza programmatica a cui ciascuno poteva giungere sulla base della propria cultura politica e della propria visione del mondo. Idea suggestiva, ma che si è rivelata foriera di disastri: un partito non si regge, non si può reggere, solo sui “programmi”, vive e può vivere solo sulla base di un preciso profilo politico e culturale, di una “radice storica e identitaria”. Solo così – solo se esiste un cemento di idee e principi – possono convivere dissensi e differenze e possono essere governate anche le fisiologiche lotte di potere per il controllo del partito.

Il ruolo degli iscritti

Questa tara costitutiva del Pd è stata poi aggravata dal “combinato disposto” di un modello organizzativo che svuotava il ruolo degli iscritti (con l’elezione diretta del segretario affidata ad un corpo esterno e indistinto di elettori), e che si fondava su una forma di democrazia plebiscitaria, sull’idea della “contendibilità” e della “scalabilità” del partito.

Il disastro che tutto ciò ha prodotto lo abbiamo sotto gli occhi. Il regime correntizio che ha dominato nella vita del partito, e che suscita tante ipocrite e moralistiche lamentazioni, è solo l’epifenomeno di questa micidiale miscela: il partito “post-ideologico” e il partito “contendibile”, fondato su un regime interno in cui – teoricamente – chi vince alle primarie assume “pieni poteri”, e su una democrazia interna che non prevede nessuna sede collegiale, nessuno strumento, nessuna forma di partecipazione, che possano consentire una elaborazione collettiva della linea e del programma del partito.

Le correnti

Le correnti, in sé, non sono un male: lo sono quando si formano, sostanzialmente, solo sulla base di affiliazioni e di logiche di potere. Nemmeno nella DC accadeva questo: a quell’epoca, certo, le correnti erano macchine di potere ma si fondavano anche su reali basi di cultura politica e tendevano anche a rappresentare realtà sociali diverse, con una logica centripeta.
Nel convegno di Orvieto dell’ottobre 2006, vero atto fondativo del Pd, questa ambiguità era presente nelle tre stesse relazioni introduttive (per un’analisi più compiuta rimando al mio libro), quella di Pietro Scoppola, quella di Roberto Gualtieri e quella di Salvatore Vassallo. Mentre Scoppola teorizzava apertamente la fine della “forma-partito”, Gualtieri si sforzava di delineare un’idea di partito in cui le grandi culture politiche fondatrici non si eclissavano ma cercavano di restare protagoniste, operando una sorta di fertilizzazione reciproca. Ha vinto, di fatto, la prima tendenza, soprattutto perché rafforzata e accompagnata dalle concrete scelte organizzative che portarono alla stesura di uno Statuto dominato da un’idea plebiscitaria di democrazia.

L’idea della disintermediazione

Il Pd, oltre all’idea “antipolitica” del partito “post-ideologico”, ha concorso a costruire un altro caposaldo dell’odierna egemonia populista: ha diffuso l’idea della disintermediazione, del rapporto diretto tra il leader e il popolo (nel nostro caso, il “popolo delle primarie”, entità sfuggente e mutevole, con cui non si può instaurare alcuna relazione di accountability). Le culture politiche fondatrici sono progressivamente evaporate, e così il Pd è rimasto un partito senza identità, definito solo per esclusione: si poteva dire solo “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Un’esagerazione? Non crediamo: senza citare le polemiche recenti sui militanti che cantano Bandiera rossa, basti citare una piccola, ma sintomatica polemica successiva alla nomina, da parte di Zingaretti, della nuova segreteria. Appena Peppe Provenzano, nuovo responsabile delle politiche per il lavoro, ha avanzato l’idea di una revisione del Jobs Act, il capogruppo al senato Marcucci si è molto scandalizzato: in tal modo, secondo lui, Provenzano rivelava semplicemente di avere “sbagliato partito”!
Ora, a questo punto, la domanda d’obbligo è una, naturalmente: si può fare ancora qualcosa? Sebbene l’addio di Renzi sia stato vissuto come una liberazione da molti, che magari potrebbero – come pare stia accadendo – tornare ad iscriversi al Pd, rimane un interrogativo di fondo: questo partito, così com’è, serve alla causa della democrazia italiana? E’ uno strumento su cui possono contare tutti coloro che sentono di voler dare un contributo alla rinascita della sinistra italiana?

La riforma del partito

Alla fine di luglio, all’Assemblea Nazionale del partito, Zingaretti era stato molto netto: “o facciamo una rivoluzione o non ce la faremo”; “la riforma del partito è necessaria perché lo strumento che abbiamo non è più utile a svolgere la sua funzione. Dobbiamo cambiare tutto”. E si erano prese alcune decisioni significative: la costituzione di una commissione, presieduta dall’ex-segretario Martina, incaricata di proporre una revisione dello Statuto; l’incarico a Gianni Cuperlo di istituire una fondazione unitaria di cultura politica (una scelta, ricordiamolo, esplicitamente scartata a suo tempo, essendo stato teorizzato invece il modello americano dei think tank…), e infine l’annuncio di una “costituente delle idee”, da tenersi in autunno.

Ora il Pd si trova coinvolto in questa nuova esperienza di governo, certamente inedita e densa di incognite: il punto critico è che il partito la affronta senza aver adeguatamente ridefinito il suo stesso profilo programmatico. Si evoca giustamente una “discontinuità” nell’azione di governo, ma rispetto a quale passato? Quello recente del governo gialloverde, certamente, o anche quello dei governi tecnici, prima, e di centrosinistra, poi, che – ricordiamolo – hanno condotto ad un disastro elettorale?

E il resto della sinistra?

Sarebbe evidentemente un grave errore se gli impegni assunti a luglio fossero rinviati a tempi migliori. Zingaretti sembra consapevole di questo rischio: “non possiamo “commettere l’errore drammatico di chiuderci solamente nella dimensione del governo”, ha detto in un’intervista al Corriere della Sera, “dobbiamo immergerci nella società e organizzarci in forme nuove”. Bene: che fare dunque?
Chi scrive non ha particolari titoli per dare consigli, ma un qualche suggerimento ce lo sentiamo di dare, al Pd ma anche a tutte le altre forze di una sinistra dispersa e frammentata (e non si può non segnalare il paradosso di una sigla “LeU” che vive solo nei gruppi parlamentari e che si ritrova anche al governo, senza avere una reale base politica e associativa a cui fare riferimento: è sufficiente che Articolo 1 si sia data una qualche struttura? Sinistra Italiana, cosa pensa di fare? Davvero i gruppi Senso Comune e Patria e Costituzione – che pure propongono interessanti iniziative di dibattito e di riflessione – pensano di costruire un altro partito? E quanti sono quelli che aspettano e stanno a guardare? ma questo è un altro discorso, che dovremo riprendere).

E il consiglio è semplice: occorre il coraggio davvero di ricostruire dalle fondamenta i soggetti politici, i partiti, della sinistra italiana. Uso il plurale, perché personalmente dubito che possa essere il Pd l’unico spazio per una tale riorganizzazione. Ma certo è decisivo quello che accade al Pd e nel Pd. E a questo tema vorrei qui dedicare alcune osservazioni.

Congresso e tesseramento

Ci possono essere varie strade che il Pd può provare a percorrere. Sono due quelle fondamentali, a parere di chi scrive. La prima è quella di trasformare la preannunciata “costituente delle idee” in un vero appuntamento congressuale, sulla base di documenti politici e programmatici su cui chiamare gli iscritti (non chi si trova a passare da un gazebo) a discutere e votare, sulla base di regole e principi di delega e di rappresentanza politica. Un congresso “a tesi”, si potrebbe dire.

La seconda strada è altrettanto importante, per molti versi preliminare: contestualmente alla costruzione di un percorso di elaborazione politica e culturale, occorre riaprire il tesseramento e azzerare quello, assai dubbio, che caratterizza molte aree del nostro paese (e non solo al Sud, per intenderci). E su questo punto va fatta chiarezza: il modo di essere del Pd, in tutti questi anni, ha funzionato secondo la famosa legge di Gresham, “la moneta cattiva scaccia quella buona”. Ovvero, c’è stato un ampio turn over tra gli iscritti nel corso degli anni, sempre meno quelli che aderiscono sulla base di motivazioni ideali e politiche, sempre più quelli che lo fanno in quanto sostenitori di questo o quel notabile locale (per una riprova empirica, si rilegga il rapporto finale di Fabrizio Barca nella sua indagine conoscitiva sul partito romano).

Peraltro, a dimostrazione di quanto poca cura sia stata prestata all’organizzazione, non sappiamo nemmeno chi sono gli attuali iscritti: non esiste un dato che ci dica, ad esempio, quanti sono quelli che non hanno rinnovato la tessera, rispetto al 2009 e agli anni successivi, e quanti sono quelli che l’hanno presa per la prima volta, e magari per una sola volta, in occasione di un congresso locale. Un ripensamento del profilo politico e culturale del partito non può dunque avvenire che sulla base di una contestuale ridefinizione della stessa base associativa del partito.

Pluralismo e democrazia

E infine, il tema del pluralismo. Possiamo dare oggi una risposta alla domanda, “ma che cos’è oggi il Pd?”, o cosa si vuole che sia? Vogliamo un partito liberal, o un partito che riscopra e rivendichi le proprie radici nella tradizione socialista, magari rinnovata alla luce delle nuove culture ambientaliste? E che ruolo ha – tema di grandissima importanza – la tradizione della cultura cattolico-democratica e cristiano-sociale? E’ evidente che, con l’attuale regime di governance del partito, la coesistenza tra queste diverse culture è impossibile o, al massimo, come accaduto finora, deve essere messa tra parentesi, perché nessun profilo può emergere come prevalente, pena l’implosione stessa del partito. Per poter vivere alla luce del sole, e anzi diventare davvero fecondo, questo pluralismo deve poter contare su un partito in cui vigano regole diverse di democrazia, che permettano davvero di costruire forme collettive di elaborazione politica e culturale. Anche per questo, la revisione dello Statuto non è un compito da rimandare alle calende greche, ma è il primo passo da fare. E non è affatto un obiettivo riduttivo, “organizzativo”: si tratta, scusate se è poco, di ripensare l’idea stessa di democrazia che ispira un partito che si dice “democratico”.