Cosa resterà dell’Expo?

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di Luca Billi 08 febbraio 2015

Naturalmente spero che l’Expo di Milano vada bene, che arrivino nel nostro paese milioni di visitatori, che – al di là dell’insopportabile retorica renziana – questa fiera campionaria imbellettata ridia un po’ di fiato alla nostra traballante economia, ma sinceramente non riesco proprio ad unirmi al coro degli entusiasti, a quelli che celebrano le magnifiche sorti e progressive legate a questa manifestazione. L’Italia è sempre più un paese senza speranza – perché sostanzialmente senza regole e senza vergogna – e non servirà questa Expo a cambiare le cose.
Fino ad ora ci sono molte ragioni per criticare questa manifestazione. Tutti sappiamo che è stata l’occasione per nuove, e sempre più fameliche, ruberie di stato. D’altra parte alle mafie e ai tanti grassatori che si trovano nella pubblica amministrazione serviva un grande evento, previsto da tempo, per lucrare un po’ – un bel po’, a sentire le prime stime – sul bilancio pubblico. D’altra parte anche loro hanno bisogno di avere una qualche certezza: per incrementare i ricavi delle loro attività non possono contare soltanto sui disastri naturali, che in Italia si sa che avverranno, ma purtroppo non sono calendarizzabili con precisione. E infatti l’Expo è stata considerata alla stregua di una calamità naturale: finanziamenti straordinari, controlli molto blandi, procedure di assegnazione degli appalti fatte molto in fretta e poco trasparenti, tutto finalizzato a rubare e far rubare. Dopo tutto l’Expo del 2015 è stata assegnata all’Italia soltanto nel marzo del 2007: non c’era davvero il tempo per fare le cose per bene.
Un’altra caratteristica curiosa dell’Expo di Milano è il fatto che al suo interno non si applicano alcune regole che valgono nel mondo “di fuori”, un po’ come succedeva nel Medioevo con le cattedrali. Infatti le autorità pubbliche hanno previsto che, a fronte delle 640 persone assunte a tempo determinato, lavoreranno 18.500 volontari con un turn over di circa 500 ogni due settimane, per almeno 5 ore di lavoro al giorno. Questi volontari avranno la funzione di “supporto al visitatore in coda in caso di bisogno” e potranno essere utilizzati come guide all’interno dei padiglioni: in pratica ogni 29 persone impiegate, 28 lavoreranno gratis. Peraltro tra i pochissimi che saranno retribuiti il contratto prevalente – almeno fino al 60% degli assunti – sarà quello di stage o tirocinio, che prevede un salario mensile di 516 euro, oltre al buono pasto di 5,29 euro. Confindustria, entusiasta, parla già di “modello Expo” e probabilmente questa sostanziale sospensione del principio che chi lavora ha diritto di essere pagato sarà una delle poche cose che rimarrà dell’Expo al nostro paese. Pensate che a Parigi, finita l’Exposition universelle del 1889, è rimasta la Tour Eiffel; a noi rimarrà un qualche decreto Poletti.
Al di là di tutte queste cose, ossia della sostanziale disonestà delle nostre classi dirigenti, che sfruttano ogni occasione per arricchirsi, ai danni di tutti gli altri cittadini, il problema è che l’Expo nasce vecchio. Se non già morto. La prima Esposizione universale – chiamata Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations – si svolse a Londra nel 1851, a cui ne seguì una sostanzialmente analoga nel 1855 a Parigi, per cercare di superare il grande successo della precedente edizione londinese. L’Esposizione universale è stata di fatto per tutto l’Ottocento – e fino alla scoppio della prima guerra mondiale – la celebrazione della rivoluzione industriale, di quel progresso che allora sembrava inarrestabile. Le scoperte scientifiche, le nuove possibilità offerte dalla tecnologia, stavano creando un mondo nuovo, con una rapidità impensabile solo qualche decennio prima. L’Esposizione universale era l’ostentazione orgogliosa – e ovviamente retorica – di tutti questi cambiamenti, della modernità, e di quella nuova classe – la borghesia – che quel mondo stava saldamente dominando, dopo averne spodestato le vecchie classi. Questa ostentazione ormai non più senso sia perché abbiamo imparato – stiamo imparando – a nostre spese che quel progresso è avvenuto a danno del pianeta e anzi rischia di mettere in crisi la vita della nostra specie sulla terra. E adesso sappiamo che quel progresso è stato uno degli strumenti – il più potente – con cui una minoranza – sempre più ristretta – domina, in maniera sempre più spietata, sulla stragrande maggioranza degli altri uomini. E quindi noi non abbiamo proprio nulla da festeggiare e da celebrare.
Ovviamente i corifei dell’Expo ci stanno spiegando che questa manifestazione è cambiata. Questa edizione di Milano, come è noto, è dedicata al tema dell’alimentazione. Per dare il senso che questa manifestazione non è solo un’occasione per fare affari – o per rubare – oggi il nostro sedicente governo presenta la Carta di Milano, un documento che ha l’ambizione di definire la linea politica dell’Expo. Curiosamente il testo base di questo documento, che dovrebbe contenere alcune linee guida per i governi su un tema così importante, è stato redatto, per il governo italiano, da una fondazione finanziata dal più importante gruppo industriale italiano che si occupa di agroalimentare. Ovviamente è lecito che un grande gruppo industriale come Barilla esprima una propria opinione sulle politiche per l’alimentazione, ma personalmente trovo pericoloso – oltre che profondamente squilibrato – che la sua posizione diventi quella “ufficiale” del nostro paese, e del mondo.
Le grandi esposizioni della fine dell’Ottocento hanno contribuito a portarci alla prima guerra mondiale, vedremo dove ci condurrà l’Expo.