Mattarella non sarà la “cup of tea” di Renzi

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di Luciana Castellina,   da il manifesto del 5 febbraio 2015

Se anzi­ché valu­tare il discorso del nuovo Pre­si­dente della Repub­blica fos­simo qui a giu­di­care quello del segre­ta­rio del par­tito in cui mili­tiamo, o di un primo mini­stro da soste­nere, avrei voluto molto di più. Avrei richie­sto che il sacro­santo dolore espresso per il bam­bino ebreo ucciso a Roma nell’odioso attacco alla Sina­goga fosse accom­pa­gnato non solo, come pure ha fatto Ser­gio Mat­ta­rella, da un invito al rispetto di tutte le reli­gioni, dun­que anche di quella musul­mana, ma da un richiamo espli­cito ai bam­bini pale­sti­nesi mas­sa­crati quasi quo­ti­dia­na­mente a Gaza.

Avrei anche voluto che cri­ti­casse aper­ta­mente gli inter­venti mili­tari ita­liani in giro per il mondo, e non si fosse limi­tato a citare, sia pure con fer­mezza, il sem­pre dimen­ti­cato arti­colo della Costi­tu­zione che ban­di­sce la guerra come stru­mento di solu­zione dei con­flitti inter­na­zio­nali. Anche se ho apprez­zato l’invito, que­sto espli­cito, a pun­tare sulla coo­pe­ra­zione e il soste­gno alla costru­zione di società demo­cra­ti­che. E però stiamo par­lando del primo discorso del nuovo Capo dello Stato, che ha isti­tu­zio­nal­mente un ruolo cir­co­scritto, ed è bene che sia così.

Non può, e non deve, inter­ve­nire diret­ta­mente nelle scelte poli­ti­che del paese che spet­tano al Par­la­mento e ai governi che que­sto esprime. Del resto la scelta di que­sta carica è ope­rata da un arco di forze più ampio di quello di una sem­plice mag­gio­ranza e rap­pre­senta comun­que una mediazione. Se tengo a mente tutte que­ste cir­co­stanze debbo dire che io sono abba­stanza con­tenta delle parole del pre­si­dente Mat­ta­rella. Nei limiti della sua fun­zione ha infatti man­dato un mes­sag­gio chiaro su alcune que­stioni di fondo. Ha innan­zi­tutto insi­stito sin dall’inizio del suo discorso sul grande males­sere della società ita­liana e sulla lace­ra­zione del tes­suto sociale pro­dotte da ingiu­sti­zia, disoc­cu­pa­zione, emar­gi­na­zione, soli­tu­dine e angosce.

Non ne ha par­lato gene­ri­ca­mente, ma per espri­mere un giu­di­zio cri­tico, sia pure, come non poteva che essere, indi­retto, sulle scelte poli­ti­che in atto, richia­mando il peri­colo che le misure adot­tate in virtù della crisi eco­no­mica non abbiano ad intac­care la Costi­tu­zione, di cui ha ricor­dato con enfasi gli arti­coli più con­trad­detti dal sistema in cui viviamo: il famoso arti­colo dove si dice che non basta enun­ciare i diritti, ma occorre anche rimuo­vere gli osta­coli che ne impe­di­scono l’attuazione. Prima di tutto l’obbiettivo dell’eguaglianza, que­sta parola diven­tata quasi ille­gale nella società capi­ta­li­stica glo­ba­liz­zata. Come garante della Costi­tu­zione, il Pre­si­dente ci ha detto una cosa sem­plice e chiara: garan­tirla vuol dire appli­carla. Senza retorica.

Sulla ele­zione di Mat­ta­rella, una volta avve­nuta, tutti hanno cer­cato di met­tere il cap­pello. E gran parte della stampa ha dato corda agli autoe­logi. A comin­ciare da quello di Renzi. Cui va certo rico­no­sciuta la sua qua­lità più forte, la rapi­dità, gra­zie alla quale ha capito che se tirava ancora un po’ la corda, il suo par­tito rischiava di fran­tu­marsi. E così, per una volta, è stato a sen­tire quello che sug­ge­riva la sua oppo­si­zione interna. La scelta di que­sto Pre­si­dente della Repub­blica penso sia una vit­to­ria di Ber­sani, della sini­stra interna al Pd, di Sel. Di cui il nostro primo mini­stro ha alla fine dovuto tener conto, deci­dendo di cor­rere il rischio di una incri­na­tura del patto del Naza­reno, piut­to­sto che quello, più peri­co­loso, di una troppo grave ferita nel suo par­tito. Pur­troppo non credo che que­sto com­porti un qual­che muta­mento di rotta del governo sulle sostan­ziali que­stioni che sono sul tap­peto, ma è bene sapere che lot­tare, o almeno resi­stere, qual­che volta serve.

Che Mat­ta­rella non sia, come dicono soa­ve­mente gli inglesi, la “cup of tea” di Renzi si è già visto: basti pen­sare a quanto ha detto nel suo discorso inau­gu­rale: non bastano gene­ri­che esor­ta­zioni a guar­dare al futuro per cam­biare. Né si può gover­nare a botte di voti di fidu­cia igno­rando la dia­let­tica par­la­men­tare. Debbo anche dire che ho apprez­zato il fatto che il nuovo pre­si­dente non abbia mai detto la parola “riforme”, che copre ormai qua­lun­que controriforma. L’altra straor­di­na­ria men­zo­gna sban­die­rata in que­sti giorni è quella sulla Dc. E’ vero che Luigi Pin­tor, dopo aver scon­so­la­ta­mente ripe­tuto «mori­remo demo­cri­stiani», quando arrivò Ber­lu­sconi finì per aggiun­gere, in un suo edi­to­riale, la parola «magari». Per­ché al peg­gio non c’è mai fine. Ma usare Mat­ta­rella per ria­bi­li­tare il mezzo secolo di governi della balena bianca è un altro paio di maniche.

L’altro giorno, il 9 gen­naio, ho ascol­tato alla radio una tra­smis­sione in cui si rac­con­tava quanto era acca­duto, 65 anni prima, a Modena: la poli­zia di Scelba aveva spa­rato ad altezza d’uomo con­tro il paci­fico pic­chetto ope­raio che pre­si­diava l’acciaieria Orsi per pro­te­stare con­tro mas­sicci licen­zia­menti. Ne uccise 7 e ne ferì gra­ve­mente decine. Mi sono doman­data quanti gio­vani sapes­sero di quell’eccidio, e dei tanti che nelle cam­pa­gne e nelle città hanno segnato per decenni l’esercizio del potere demo­cri­stiano. Oltre alle discri­mi­na­zioni di ope­rai e intel­let­tuali, alla cen­sura, all’intreccio clien­te­lare fra par­tito e stato, all’abnorme debito pub­blico, quello con cui tutt’ora fac­ciamo i conti.

L’on. Pomicino ha colto l’occasione dell’elezione del nuovo pre­si­dente della repub­blica per com­men­tare sod­di­sfatto: nella prima Repub­blica c’erano due grandi par­titi, il Pci e la Dc, il primo ha sba­gliato sem­pre, la seconda ha fatto sem­pre le cose giu­ste. Per for­tuna Mat­ta­rella è stato molte e essen­ziali volte dalla “parte del torto”. A comin­ciare dal varo della Legge Mammì, che ha per­messo a Ber­lu­sconi di arri­vare dove è arrivato.Con tutte le sue ben note reti­cenze e ambi­guità la sini­stra Dc non può esser con­fusa con le peg­giori male­fatte di quel par­tito. Altro che glo­ri­fi­ca­zione della prima Repubblica!