Così Kim trovò la sua via sul sentiero dei nidi di ragno

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Le sue gesta da partigiano ispirarono il celebre personaggio del romanzo di Calvino. Nel dopoguerra fu pioniere della moderna medicina del lavoro. La storia non banale di Ivar Oddone, che in guerra scoprì “l’Altro” e iniziò il suo viaggio. Pubblicato su pagina99we del 6 dicembre 2014.

Quali sono le forze che muovono l’esistenza di un individuo? Verrebbe da rispondere – in un elenco tra l’evidente e l’ovvio – il carattere, la Storia (con le sue incisioni sul vissuto) e infine la più importante di tutte: la sorte. Ma forse, ragionando sulla straordinaria biografia di Ivar Oddone (1923-2011) – dapprima partigiano, poi pioniere della moderna medicina del lavoro italiana – si dovrebbe dire, prendendo in prestito le parole di Italo Calvino, che il suo motore fu «l’enorme interesse per il genere umano». Si può costruire la propria biografia sull’«enorme interesse per il genere umano»? Proviamo a verificarlo. E partiamo da un elemento unico che riguarda l’esordio di Oddone nelle gesta del mondo, e coinvolge pure Calvino, lo scrittore che lo narrò e in parte reinventò in un personaggio letterario.

La lingua del combattente

Nel punto geometrico del Novecento dove storia e letteratura s’incontrano, e la carta nomina la vita in ogni riga di narrazione che offre, si può apprendere un giovane che ebbe il privilegio di abitare un romanzo. Se apriamo Il sentiero dei nidi di ragno (1947), opera prima di Calvino e uno dei classici della nostra letteratura sulla Resistenza, la formula iniziale che troviamo è una dedica: «A Kim, e a tutti gli altri»; dove Kim è proprio lui (o a lui si ispira): Ivar Oddone, coetaneo e amico dell’autore, e tra i protagonisti della lotta partigiana in Liguria cui prese parte lo stesso Calvino.

Col nome di battaglia di “Kimi” (riporta il Dizionario della Resistenza in Liguria) Oddone, «studente in medicina, è tra i primi antifascisti a salire in montagna», dove aderisce al gruppo di Inimonti nell’imperiese. Commissario di distaccamento fino al luglio 1944, «assume il ruolo di vicecommissario della brigata Belgrano». Partecipa, tra le altre, alle battaglie di Chiappa in Val Steria (dove la squadra al suo comando elimina la postazione fascista San Marco) e di Montegrande. In seguito, e fino al 25 aprile 1945, è commissario politico della divisione Felice Cascione.

Questo lo scheletro dei fatti militari dalla vita di un ventenne precipitato in grandi responsabilità, che affrontò con uno spirito che proprio il romanzo di Calvino ci aiuta a comprendere: «C’è un enorme interesse per il genere umano, in lui – ecco di nuovo la formula che descrive Kim nel Sentiero –. (…) Il medico dei cervelli, sarà (…). Non è simpatico agli uomini perché li guarda sempre fissi negli occhi come volesse scoprire la nascita dei loro pensieri e a un tratto esce con domande a bruciapelo, domande che non c’entrano niente, su di loro, sulla loro infanzia».

Fra personaggi memorabili come il bambino Pin, il Dritto, Lupo Rosso (l’ultimo dei protagonisti del romanzo, al secolo Sergio Grignolio, è morto il mese scorso), il Cugino s’aggira questo giovane, figlio di «padri borghesi», preso da un fervore mentale incessante, dedito a governare e comprendere le ragioni che hanno spinto operai e contadini, ma anche disertori e sbandati a combattere la guerra civile contro il nazifascismo. «Quando discute con gli uomini, quando analizza la situazione, Kim è terribilmente chiaro, dialettico», racconta Calvino. E ancora: «Gira ogni giorno per i distaccamenti con lo smilzo sten appeso a una spalla, discute coi commissari, coi comandanti, studia gli uomini, analizza le posizioni dell’uno e dell’altro, scompone ogni problema in elementi distinti, “a, bi, ci”, dice». Il suo punto d’arrivo è «poter ragionare» come i suoi compagni, «non aver altra realtà all’infuori di quella» che comprende loro tutti. Non è altro che la costruzione di un linguaggio comune, indispensabile a un agire di gruppo, quello che cerca Kim/Oddone.

Anni dopo (1964), nella prefazione alla riedizione del Sentiero, Calvino tornò sulla “nascita” del personaggio Kim: «Con un mio amico e coetaneo (…) passavamo le sere a discutere. Per entrambi la Resistenza era stata l’esperienza fondamentale (…). Ci pareva, allora, a pochi mesi dalla Liberazione, che tutti parlassero della Resistenza in modo sbagliato, che una retorica che s’andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario». L’amico era Ivar Oddone e «l’unico personaggio intellettuale di questo libro, il commissario Kim, voleva essere un suo ritratto». Discutendo, i due giovani polemizzavano «contro tutte le immagini mitizzate» e, ricorda ancora Calvino, desideravano ridurre «la coscienza partigiana a un quid elementare, quello che avevamo conosciuto nei più semplici dei nostri compagni, e che diventava la chiave della storia presente e futura».

Tra gli operai

«Calvino ebbe una grande intuizione – spiega Alessandra Re, vedova di Oddone e come lui psicologa del lavoro –, seppe leggere molti dei tratti che poi rimasero delle costanti nella maturità di Oddone». Non solo la curiosità per gli altri, ma anche il sentirsi parte di una spinta storica e costituente (la «storia presente e futura») che nacque dalla vittoria sul fascismo e che portò Oddone a aderire al Pci e, sul piano teorico, al marxismo e alla lezione di Antonio Gramsci.

Smessi i panni di Kim, si laureò in medicina a Torino ed esercitò come assistente, fino alla fine degli anni ’60, nella clinica medica universitaria. Proprio al principio di quel decennio Oddone – adesso un adulto quarantenne – diventa protagonista di un’altra fase storica. È il momento che segna l’ascesa e le più importanti conquiste della classe operaia. Siamo nella stagione del boom, ma anche del “supersfruttamento” della forza lavoro. Un sistema concentrato sulla produttività e la ricostruzione dell’Italia dopo la guerra ha trascurato quasi del tutto la condizione umana degli operai, e la loro sicurezza. Si susseguono incidenti e stragi nelle miniere e nelle fabbriche.

Alla fine degli anni ’50 la media degli infortuni è impressionante: 171 per mille occupati, ma nell’industria metallurgica 231 ogni mille addetti. Nelle grandi fabbriche del Nord esplode la domanda di avanzamento salariale, sociale e dei diritti, compresi quelli alla salute e alla sicurezza. Si abbandona la «monetizzazione del rischio», l’idea che gli infortuni siano un tributo da pagare al progresso, tutt’al più da risarcire in termini economici. Anche il sindacato cambia strategia sull’ambiente di lavoro.

La nuova parola d’ordine è che «la salute non si vende»: impiegherà più di dieci anni ad affermarsi ma – grazie all’opera di un gruppo di attivisti tra i quali Oddone è protagonista – è qui e ora che inizia il suo percorso. Per esempio nel 1961 a Torino dove, per iniziativa della Cgil, la Camera del Lavoro istituisce una commissione medica mista cui affida il compito di affrontare la questione della nocività attraverso, in particolare, una “indagine-intervento” negli stabilimenti di Farmitalia. Si tratta di raccogliere informazioni e conoscenze da sfruttare per impostare una nuova medicina preventiva.

Della commissione fanno parte sindacalisti, studenti, assistenti sociali, medici; lo stesso Ivar Oddone, che si dà un obiettivo preciso: bisogna ascoltare gli operai (perché «non c’è salvezza senza che essi lo vogliano», dice), raccogliere le loro esperienze, i disturbi di cui soffrono, quali protezioni adoperano, così da poter delineare un quadro epidemiologico da un lato, e dall’altro creare le condizioni della «non-delega», ossia affermare nelle fabbriche la convinzione che la gestione delle condizioni di lavoro non va lasciata alla proprietà. Questa “alleanza” tra tecnici e operai è destinata a seguitare: nel 1964 con la realizzazione di un centro di medicina preventiva “partecipata” presso l’azienda elettrica municipale di Torino; e poi col varo di un progetto insieme alla Quinta Lega Mirafiori (l’organizzazione dei metalmeccanici in Fiat Auto) per l’elaborazione di una linea sindacale contro malattie e infortuni.

«Per raccogliere le testimonianze», ricostruisce Stefania Tibaldi, «si realizzarono una serie di interviste agli operai: Ivar Oddone voleva analizzare nei dettagli il loro lavoro, i tempi e i ritmi che dovevano rispettare, le posizioni che assumevano, la fatica che provavano, la monotonia, la ripetitività dei gesti, il significato e gli obiettivi delle loro lotte e soprattutto l’influenza dell’ambiente di lavoro sulla loro salute». «Ma non era facile», spiega Alessandra Re, «in fabbrica, allora, non si poteva entrare, le prime indagini venivano condotte ai cancelli, dopo il turno». Questa mole di “azioni-ricerche” sul campo portò Oddone alla pubblicazione della famosa dispensa L’ambiente di lavoro (1969, milioni di copie diffuse e tradotta in molte lingue), uno strumento che rivoluzionò la formazione sulla sicurezza e salute, raccolse i fattori nocivi in poche categorie e adoperò soluzioni grafiche innovative che comunicassero con immediatezza i pericoli e le pratiche da seguire.

È lo stesso Oddone a ricordare quel periodo in una nota autobiografica: «Passavo il mio tempo nella sezione universitaria dell’ospedale. Talora anche le feste. Al mattino e al pomeriggio. Mi guadagnavo da vivere con un’ora nell’ambulatorio della mutua dalle 19 alle 20, poi facevo le visite a domicilio, poi la cena, poi scrivevo. La quinta lega Mirafiori era il mio terreno di ricerca». Prosegue Oddone: «Alcuni gruppi di operai mi posero un problema che non sapevo risolvere. Mi chiedevano delle informazioni sul rischio che la loro condizione di lavoro poteva rappresentare per la loro salute». Cerca di rispondere a quella domanda – ricostruisce Alessandra Re – «ma non riesce ad applicare le sue conoscenze ai “posti di lavoro concreti”, perché la medicina non ne possiede il linguaggio, non li conosce».

«Il primo problema era dunque di comunicazione», ricorda ancora Oddone. Per risolverlo, a Ivar serviva lo stesso «enorme interesse» del giovane Kim, quella disposizione (quasi una “lunga durata” biografica) a costruire nuovi codici tra persone e gruppi che fu un suo tratto tipico. Il medico doveva capire l’operaio, così come il commissario partigiano aveva compreso ciascun compagno di lotta. È in questo momento che abbraccia la psicologia, ne teorizza anzi la «priorità sulla medicina del lavoro – racconta Re –, capisce che è l’unica disciplina in grado di mettere in contatto l’esperto della salute e il portatore di rischio». Da qui, poi, doveva nascere un nuovo gruppo sociale, tecnico, politico: la «comunità scientifica allargata» – nelle parole di Oddone – di «operai, studenti, sociologi, psicologi, medici, economisti, sindacalisti, magistrati, legislatori» che «si incontrano per discutere di situazioni concrete e di modi per fare ricerca. Io definisco questi soggetti “esperti grezzi”. Uomini nodali (…) che tendono a strutturare diversamente le informazioni nella mente degli altri».

L’esperienza raggiunse il suo culmine nel 1973, quando un gruppo di delegati della Fiat Mirafiori, nel quadro delle 150 ore di formazione previste dal nuovo contratto, partecipò al corso di Psicologia del lavoro tenuto da Oddone all’università. Qui si concretò la comunità scientifica da lui teorizzata. Gli operai portavano le loro competenze, e gli esperti della salute le proprie. Anche attraverso pratiche di simulazione innovative (come le istruzioni al sosia) costruivano un sapere comune. Tra quei lavoratori c’era anche Gianni Marchetto (ex delegato Fiom), che strinse un’amicizia profonda col medico/psicologo e ancora oggi ricorda: «Trovai un linguaggio completamente nuovo per un operaio come me. Oddone era spregiudicato, autorevole, a volte autoritario. Aveva un carattere terribile. Eppure la formazione con lui ci servì a diventare individui autonomi, non solo operai consapevoli. Ci ha cambiato per sempre».

L’inizio del viaggio

Succede a ogni spinta che la sua propulsione si esaurisca. Oddone, però, ne ebbe fino alla fine. Elaborò progetti di mappatura del territorio tuttora applicati in Francia, esplorò le possibilità didattiche del web e del videogaming. Ma testimoniò anche il riflusso dell’epoca, i passi indietro nelle battaglie sulla sicurezza, la nuova metrica del lavoro nelle fabbriche Fiat (diceva di Marchionne: «Non vuole usare il cervello delle persone, ma i muscoli»). Il secondo millennio, insomma, gli portò rabbia e amarezza.

Quanto a Calvino – lo scrittore che per primo l’aveva capito e “predetto” – i due restarono amici. «Avevano un rapporto molto forte, diretto e libero», rammenta la moglie, «anche quando erano in disaccordo». Potremmo immaginarli di nuovo giovani, al principio della storia presente e futura. Potremmo immaginare Kim che, con le parole di Calvino, cammina «per un bosco di larici», o nella valle «piena di nebbie», o «su per una costiera sassosa come sulle rive di un lago», mentre ogni suo passo «è storia». Ma forse vale la pena di citare uno dei pochi episodi della Resistenza raccontati da Oddone (lo riferì sia alla moglie, sia a Marchetto) e che, a suo dire, l’avrebbe tormentato per anni.

I partigiani di Kim hanno catturato un gruppo di soldati tedeschi. Decidono di passarli per le armi. Un istante prima che il plotone apra il fuoco, uno dei prigionieri, già di spalle alla morte, alza il pugno, lo chiude e urla: «Heil Stalin!». Nella sua lingua. Una lingua straniera che però, in quel grido, riesce a creare un significato comprensibile ai partigiani, e assurdo, e paradossale. Perquisiscono il suo cadavere. Sul risvolto interno dell’uniforme trovano cucita una piccola falce e martello. «C’era un antifascista anche tra loro! – ricordava Oddone sconcertato –. Ma come potevamo riconoscerlo? Come?». Forse inizia da questo giorno il lungo viaggio del partigiano Kim alla scoperta dell’Altro.