D’Alema: “L’elettorato si è abituato al maggioritario. E tra Berlusconi-Renzi, che volevano mettersi d’accordo senza dirlo, e Salvini–Cinque stelle hanno scelto”

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intervista a Massimo D’Alema di Alessandro De Angelis  10 giugno 2018

Presidente D’Alema, sono venuto qui con l’idea di non parlare di Renzi, perché mi pare che il problema sia più ampio. È l’estinzione della sinistra.

Allora, se il tema è questo, vuole parlare di Renzi. Sennò, in alternativa, le propongo di parlare di calcio. Siamo alle fasi conclusive dei mondiali…

Renzi è ancora così decisivo? A me sembra che sabato all’assemblea si è consumato il funerale del Pd.

Parliamoci chiaro, finché non c’è un altro leader che vince il congresso e dice “abbiamo sbagliato” in questi anni, le ripeto non solo un’altra persona ma un’altra politica, c’è lui: dimezzato, ma lui. Trovo sconcertante che a tre mesi dallo tsunami elettorale ancora non si sia aperta una discussione seria sulle ragioni della sconfitta e sulle strade per ricostruire la sinistra.

Sa cosa mi colpisce più di tutto? Che non c’è più un popolo. E pare non scattare più neanche l’evocazione del pericolo. Oggi succede che non solo non riempi le piazze, come dopo la nascita del governo Berlusconi, ma perdi nelle zone rosse dopo che Salvini ferma le Ong, annuncia le espulsioni etniche e minaccia che venga tolta la scorta a Saviano. Perché oggi Salvini non è percepito come un pericolo?

Ma guardi, il popolo non esiste a prescindere da una classe dirigente e da progetto politico. Il popolo non è un oggetto sociologico, è una costruzione politica. Oggi il Pd è prigioniero di equilibri del suo establishment e anche Liberi e uguali vive in una dimensione analoga e fatica a prendere corpo un processo costituente. In questi casi si porta la discussione in mezzo alla gente, non la si introietta in modo paralizzante. E la discussione dovrebbe essere su come ricostruire il campo della sinistra. Invece non c’è una riflessione, una visione, nulla.

Né da una parte né dall’altra, a sinistra.

Lei fa il paragone col ’94. Allora ci fu una linea, un gruppo dirigente, una discussione politica. Le piattaforme con cui ci presentammo Veltroni e io erano strutturate, robuste, con una solidità politica. Qui non c’è nulla. Parliamoci chiaro, le cose non sono rimaste ferme dal 4 marzo. Salvini non ha vinto le elezioni, perché alle elezioni è arrivato terzo, ha vinto il dopo elezioni, per effetto della sua capacità di iniziativa politica. Il Pd gli ha consegnato il paese persino teorizzandolo, favorendo la saldatura con i Cinque Stelle. E ora Salvini ha la pistola carica. Nel momento in cui il governo dovesse andare in crisi, si può presentare con tutta la coalizione di destra che è il blocco più forte, anche per l’assenza di ogni dialogo tra Cinque stelle e la sinistra.

Questa è la sua prima intervista dopo il negoziato di governo. Ma davvero pensa, vedendo come si è sviluppato, che fosse possibile un accordo con i Cinque stelle che hanno offerto un contratto all’uno e all’altro, come se destra e sinistra fossero la stessa cosa?

Io non sto dicendo che andava necessariamente fatto l’accordo. Sto dicendo un’altra cosa: che si sarebbe dovuto aprire il confronto con i Cinque stelle, cioè fare politica. Noi, ai tempi, non facemmo l’accordo con la Lega, ma facemmo politica verso la Lega, incuneandoci nell’alleanza tra Bossi e Berlusconi e favorendo, come ben ricorda, quella separazione che ci consentì di vincere le elezioni la volta dopo. È storia, diciamo.

Però, adesso, io non vedo tutte queste contraddizioni. Pensi alla vicenda dell’immigrazione che investe questioni e valori di fondo.

È indegno il modo in cui Salvini alimenta paure e sentimenti razzisti, anziché mettere in campo una strategia per governare l’immigrazione e ridurne l’impatto sui ceti popolari nel nostro paese come pure sarebbe certamente possibile. In questo si misura tutto il cinismo e la brutalità della destra. Ed è evidente che i Cinque stelle sono in una posizione di debolezza e di subalternità. Però dire che sono la stessa cosa è un’analisi sbagliata, superficiale, propagandistica, che non fa fare un solo passo in avanti.

Questo governo secondo lei non rappresenta un unico blocco di destra?

No. Io non sono colpito che Salvini lanci una campagna contro gli immigrati. È significativo invece che il governo faccia l’accordo con i sindacati della scuola e vari un provvedimento, per quanto discutibile e migliorabile, contro il precariato. Queste due misure ti danno la percezione di quale varco ha lasciato la sinistra, nella sua assenza di iniziativa politica.

Mi pare un po’ generoso sul decreto dignità che lascia inalterato l’impianto del jobs act sull’articolo 18. È davvero poca cosa.

E infatti dico che è insufficiente. Però mi colpisce che qualcuno si pone il problema della precarietà del lavoro, mentre il Pd continua dire che va tutto bene. Ripeto, colpisce il mix. Si è consentito a questo governo di sommare, contemporaneamente, razzismo contro gli immigrati lasciando la possibilità di rappresentare gli interessi sociali della sinistra. Ed è qui che si deve recuperare. Se vuoi incalzarli perché quel decreto è insufficiente per essere credibile devi dire che hai sbagliato sul job act. Questo è il punto. Perché la riflessione in questi anni è fondamentale. Dopo la più grande sconfitta della storia della sinistra, è patetica una classe dirigente che continua a fare propaganda senza indicare una prospettiva. Occorre fare i conti in modo severo e impietoso con questi anni, non con gli anni Novanta: come è avvenuta la demolizione dei blocchi sociali, delle alleanze, come è che tutto questo è precipitato.

Le risponderebbero quelli del Pd: stiamo facendo opposizione.

L’opposizione non c’è: ci sono proclami, propaganda, una assurda campagna contro gli elettori di sinistra come se la colpa fosse loro e non di chi li ha persi. La crisi della globalizzazione doveva spingerti sul terreno delle protezioni dei ceti popolari, sei andato sulla dimensione opposta, di un rilancio del blairismo, separandoti dal popolo più profondo, e con chi se la prende Renzi? Con gli elettori che non l’hanno capito e che “se la sono presa con il Matteo sbagliato”.

Sempre a Renzi torniamo. Io penso che una sconfitta di queste dimensioni investa tutta la classe dirigente del centrosinistra…

(Interrompe) Concordo: chi è stato complice, chi non lo ha sconfitto, chi non lo ha combattuto con sufficiente determinazione e durezza.

Lei che critica si fa?

La terza che le ho detto, di non averlo combattuto con sufficiente durezza. Adesso però a me interessa il tema politico. E il tema è la costruzione di una alternativa. Solo una riflessione, seria e rigorosa, aiuta a trovare la strada del futuro. Altrimenti, in assenza di un gruppo dirigente degno di questo nome, la crisi della sinistra viene elaborata e pensata dagli altri, come i maitre a penser che riempiono le pagine dei giornali.

E questo, mi perdoni la battuta, è un classico del suo repertorio.

È un discorso serio. Lei, immagino, legge i giornali. Ebbene quale è la principale preoccupazione del pensiero corrente? Evitare che l’appannamento di Renzi elimini quello che concordemente i grandi organi della borghesia italiana pensano sia il suo merito, ovvero aver sradicato il Pd dalla tradizione della sinistra italiana e anche del cattolicesimo democratico, e averne fatto una forza politica nuova e senza identità. Ecco, il Corriere vuole un soggetto con un’identità liberal-democratica, una sorta nuova Forza Italia senza conflitto di interesse o con un conflitto limitato a banca Etruria. Repubblica un partito d’azione un po’ più grande. Io invece credo che la risposta sia altra. Osservo che le forze politiche più vitali, nella sinistra europea sono quelle che hanno riscoperto le ragioni della sinistra, quelle di una critica alle iniquità della società capitalistica.

Sia pur all’interno di una crisi generalizzata del socialismo europeo.

Guardi l’Europa: il partito laburista inglese è una forza vitale, non spenta; i socialisti spagnoli sono al governo perché una parte del gruppo dirigente ha rifiutato l’alleanza coi conservatori e dialogato con Podemos, quei pericolosi populisti contro cui il compagno Calenda vorrebbe fare il fronte nazionale; i socialisti portoghesi hanno fatto il governo con comunisti, critici verso l’Europa. Se ti guardi attorno, dunque, i partiti socialisti più vitali sono quelli che hanno riscoperto le proprie ragioni in chiave antiliberista.

A questo punto: ha ancora senso il Pd o è un’esperienza storicamente superata? Se in questi anni la mutazione genetica è avvenuta confida che, al suo interno, si possa aprire un confronto che porta a un cambio di leadership?

Confido nel Pd… Confido nell’aprirsi del processo costituente di Leu… Confido, diciamo. Max Weber diceva che l’etica della politica è andare avanti nonostante tutto. Nonostante tutto.

Nonostante lo spettacolo offerto dal Pd nella sua assemblea?

Renzi è stato imbarazzante, ha ragione Gentiloni.

Imbarazzanti anche gli altri? Ce ne fosse uno che si è alzato sfidandolo a viso aperto.

Che le devo dire…

Confida che Zingaretti o chi per lui possa vincere il congresso?

Confido che qualcuno che possa vincere ci sia.

Quale è stato il limite di Leu?

È stata una operazione tardiva e ha faticato a rendersi percepibile. Pensi che ho passato tutta la campagna elettorale a spiegare che non ero più nel Pd. E poi c’è un limite oggettivo di tutte le operazioni minoritarie. Mi dicevano: voi avete ragione, ma proprio perché vi do ragione, voto i Cinque Stelle. L’elettorato si è abituato alla cultura del maggioritario. E quando hanno capito che l’alternativa era tra Berlusconi-Renzi , che volevano mettersi d’accordo senza dirlo, e Salvini–Cinque stelle hanno scelto. Tutto il resto era finzione.

Leu è una esperienza finita?

No, anzi ritengo indispensabile organizzare una forza autonoma di sinistra che senza pretese minoritarie di autosufficienza si impegni a ricostruire un campo più largo di forze progressiste.

Scusi, ha sentito Grasso?

Ho perso i contatti, sono impegnato in altro.

In cosa?

Come Italianieuropei abbiamo fatto un seminario di riflessione sulla sconfitta dove hanno dialogato intellettuali, dirigenti del Pd di Leu, abbiamo dedicato due numeri della rivista all’analisi del voto e il prossimo a discutere su quale opposizione e per quali prospettive. Speriamo di contagiare qualcuno che abbia voglia di discutere.

C’è un punto, in questa sconfitta che lei sta analizzando, che riguarda la sua storia. Nel Pd chi viene dalla sua stessa storia balbetta, Leu è irrilevante. È la prima volta che quella cultura non esprime più un nucleo vitale.

Quella cultura non si è incarnata in una nuova generazione. È tramontata nella nostra senza trovare una nuova carica e una capacità di reinventarsi.

Sente delle responsabilità?

Sì, mi sento responsabile di non aver formato e selezionato una nuova classe dirigente.

Lei, presidente, ha fatto i conti con la sconfitta? Si presenterà più in Parlamento?

Ma io già non mi ero candidato nel 2013. Questa volta l’ho fatto per spirito di servizio, perché non potevo tirarmi indietro in una battaglia di testimonianza. Se avessi voluto tornare a ogni costo in Parlamento, avrei preteso una pluri-candidatura come hanno fatto molti altri. Come sempre non ho avuto cura della mia persona. Adesso la mia scelta ha un carattere più profondo. Voglio continuare fare il presidente di una fondazione culturale, avere una funzione di analisi, di stimolo, di ricerca. Punto.