La percezione al posto della realtà. La neopolitica

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di Alfredo Morganti – 10 giugno 2018

Di Maio lo ha candidamente ammesso. Il fenomeno dell’immigrazione è più percepito che reale. Non siamo di fronte ad alcuna invasione, i numeri raccontano cose diverse dal fuoco attizzato nel paese a destra come a sinistra contro presunte scorrerie di neri che minacciano persino i nostri confini. Si sa, ormai si fa politica avendo presente un Paese percepito, non quello esistente in concreto. Fenomeno non recentissimo, se è vero che, molti anni fa, partecipando a una riunione sull’ATAC l’allora responsabile della comunicazione ci spiegò che bisognava intervenire sulla percezione che gli utenti avevano del servizio, piuttosto che intraprendere la strada lunghissima di un miglioramento effettivo del medesimo, o comunque lavorare parallelamente sui due fenomeni.

La neopolitica non si è limitata a prendere atto del peso che la percezione ha sulla nostra vita pubblica (oltre che su quella privata), adeguandovi le proprie strategie, no. La neopolitica ha deciso scientificamente di operare entro i confini del mondo mentale e percettivo, piuttosto che spendersi in quello reale. D’altronde sono i media a rappresentarci la realtà, a selezionarne i lati più interessanti e più spendibili sul mercato dell’informazione, a operare una trasfigurazione tecnico-ideologica del mondo in accordo con la molteplicità di poteri che governa la nostra esistenza. E dunque, perché, sfondare questo velo tecnico, ideologico, se esso è già lì, stagliato, ben definito e pronto a essere utilizzato a buon mercato e ‘agito’ per la conquista del potere? Perché uscire dal virtuale, se esso è uno strumento di possesso delle anime altrui ben più efficace dello sforzo immane da ingaggiare entro le contraddizioni della realtà reale?

Ma poi, esiste una realtà reale? I 106 (centosei) immigrati che vagavano per il Mediterraneo, a cui l’Italia negava persino un porto d’attracco, meritavano di essere la prima notizia di un TG? O erano solo un frammento di mondo, che ci rimandava e rigonfiava un’idea balzana di invasione (un’invasione dei poveri, peraltro, quando si è vista mai)? Ma li avete visti i numeri? Lo avete visto che i flussi migratori marittimi sono in diminuzione netta già da un anno? Ben prima che il mattatore Salvini si insediasse al Viminale? Chiara Saraceno, giorni or sono, spiegava come gli arrivi da mare siano ben poca cosa rispetto a quelli da cielo e da terra, rispetto a chi entra in Italia con un visto turistico e ci resta. Lo sappiamo, lo dicono tutti che il fenomeno è molto più limitato di quanto appaia, di quanto sia percepito, eppure la cosa non sposta granché le strategie né l’opinione pubblica. L’obiettivo dei neopolitici è il consenso, la rapida conquista e la tenuta del potere, la politica come veloce arrampicata, come fenomeno da free climber. Cavalcando la percezione si agguanta Palazzo Chigi al volo, altro che percorsi accidentati e realistici.

È così da quasi 30 anni: Berlusconi fece il 30% in quattro e quattr’otto, Renzi addirittura il 40% alle Europee dopo primarie da circo equestre e 80 euro di mancia (‘Adesso!’ fu il claim, ricordate?), Salvini ha acceso gli special del flipper in un batter d’occhio, chiudendo porti, definendo una pacchia la fuga dalla guerra, chiamando crociera un viaggio sui gommoni. Resta il particolare insignificante che un Paese come l’Italia, con la sua complessità, articolazione sociale, situazione economica non può essere risolto nella semplificazione percettiva di chi interpreta la politica come sfida, avventura, peripezia, evento. Affidando alla comunicazione non il giusto, non il dovuto, ma tutto, proprio tutto. Ora, io penso che la sinistra debba rovesciare il guanto di questa situazione, ma senza cadere nel fondamentalismo opposto (solo la realtà è tutto, bisogna mettere il dito nel costato della sofferenza sociale, ascoltare sino alla prostrazione le grida e le urla del disagio: ideologia peggiore tra tutte). Rovesciare il guanto vuol dire pensieri lunghi, tempi articolati, percorsi finalizzati e per tappe, presenza nei media e nella realtà, comunità invece di greppie, ribaltamento del senso comune ma senza raccontare favole o sogni da tv commerciale. Il nuovo partito dovrebbe essere figlio legittimo di questa ri-dilatazione dei tempi, dei modi, dei pensieri. A cui non c’è alternativa.