D’Alema: “Se l’Europa non è in grado di reagire, vuol dire che non esiste più”

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Intervista a Massimo D’Alema di Stefano Citati – 16 maggio 2018 su Il Fatto Quotidiano

 

Scontri? Non c’è stato nessuno scontro. È stato un barbaro eccidio di ragazzi disarmati. Da una parte c’è l’imperdonabile cinismo di Hamas che manda ragazzi al massacro, dall’altra soldati israeliani che prendono di mira anche i bambini e poi festeggiano postando su Facebook i video dei colpi andati a segno. Le notizie da Gaza sono orribili, e innanzitutto colpisce il modo con cui vengono date sui media. Ogni volta che si tratta di Israele scatta una forma di autocensura. Nutro rispetto e amicizia verso Israele: il paese di Amos Oz, di David Grossman, Yitzhak Rabin. Ci si domanda come si è potuti arrivare ad un tale punto di orrore; come abbia potuto prendere il sopravvento la classe dirigente di Lieberman e Netanyahu.

Come si è arrivati a questo punto? E perché le reazioni europee sono state a dir poco blande?

Prima di tutto, va considerato che qualsiasi altro Paese al mondo avesse fatto una cosa del genere sarebbe stato messo sotto accusa. Perché lo scopo dell’esercito è solo quello di umiliare e terrorizzare la popolazione di Gaza, non certo di difendere Israele. E dall’altra c’è la disperazione di un popolo usato come massa di manovra da Hamas.

Un’impasse insuperabile?

Bisogna innanzi tutto fermare questo massacro. È necessario che la comunità internazionale, l’Europa usino parole chiare. È una situazione senza via d’uscita: la politica israeliana, con l’appoggio degli Usa, ha spazzato via ogni possibilità di uno stato Palestinese. Mi domando se non bisogna anche smettere di ripetere ipocritamente la formula ‘Due popoli, due Stati’. Lo stato Palestinese non c’è più, è stato occupato, colonizzato. I territori palestinesi sono ormai come riserve indiane. Il vero problema che si pone è quello dei diritti umani e civili della popolazione. Uno Stato palestinese non c’è più, c’è solo uno scenario sudafricano, in cui i palestinesi vivono in una forma di apartheid. L’Europa pare non voler capire che questa situazione rappresenta una minaccia diretta: l’odio che Israele e Usa attirano verso tutto l’occidente potrà portare a nuove reclute per il terrorismo, a nuove ondate di rifugiati, e saremo noi europei a pagare il prezzo di questa ferita aperta. Sicurezza e sviluppo economico del nostro continente sono legati in modo vitale alla pacificazione del Medio Oriente.

Quella americana è strategia o soltanto disinteresse?

Invece di pacificare gli Usa, in tutto lo scenario Medio Orientale, soffiano sul fuoco, alimentano i conflitti, incoraggiano la politica aggressiva saudita e quella espansiva israeliana. Ma allarghiamo il quadro: l’Amministrazione Trump non solo è uscita dall’accordo nucleare con l’Iran, ma addirittura minaccia di colpire con sanzioni le aziende europee che commerciano con Teheran sulla base dell’accordo recepito da una risoluzione dell’Onu e approvato dagli stessi Usa. Il nostro più grande alleato minaccia di colpire le nostre aziende: è il punto più basso di affidabilità raggiunto da Washington, ed è la violazione dei principi. Ora, capisco che i diritti fondamentali non vadano più di moda, nonostante costituiscano il nostro patrimonio di idealità e valori, ma l’Unione europea è minacciata direttamente nei suoi interessi. In questo momento non bastano rituali appelli alla moderazione delle parti come detto dalla Mogherini. Se l’Europa non è in grado di reagire, vuol dire che non esiste più.

E dunque cosa dovrebbero fare i vertici di Bruxelles?

Hanno l’occasione fin dai prossimi giorni di dimostrare di contare ancora qualcosa. Facciamo un parallelo tra Medio Oriente e Corea del Nord: l’accordo sul nucleare con l’Iran è sotto controllo da parte dell’agenzia dell’Onu per il nucleare, l’Aiea; mentre l’impegno coreano è ancora tutto da verificare. Ciò nonostante, gli americani vogliono un cambio di regime a Teheran, ma non a PyongYang, che non mi pare più democratico degli ayatollah. Il perché di questa diversità di comportamento? Perché gli Usa rispettano la Cina molto più di quanto fanno con l’Europa.

Quali sono gli atout di Pechino che l’Europa potrebbe “copiare”?

Il regime di Pechino ha mosso le leve in suo possesso nello stile felpato che gli è caratteristico: per esempio invitando a pranzo Kim Jong-un e ricordandogli i costanti aiuti che la Corea del Nord riceve e grazie ai quali sopravvive. Come ha probabilmente fatto notare a Trump che detiene buona parte del debito pubblico americano. Una dimostrazione di leadership e visione. L’Europa è ancora potentissima, ma non vuole farsi rispettare; Israele vive dei rapporti anche commerciali con l’Europa e questo potere va usato con discrezione, ma fermezza. Se vogliamo difendere l’accordo sul nucleare e evitare che in Iran prenda il sopravvento la parte più conservatrice e fondamentalista, bisogna offrire al governo di Teheran una sponda per la realizzazione dell’accordo, soprattutto sul piano della cooperazione economica. L’Occidente deve smettere di essere oscillante. Questo atteggiamento che ha lasciato il campo alla Russia che appare sempre più come la potenza coerente e affidabile, capace di dialogare con Siria e Iran e, al contempo, di ricevere Netanyahu. Di fronte alle scelte sconcertanti di Trump tocca all’Europa recuperare un ruolo centrale.

Fino a pochi anni fa la questione palestinese era un caposaldo dei partiti e della società civile in Europa: perché questo tema si è completamente liquefatto?

La crescente percezione della minaccia islamica ha corroso il sostegno sulla questione palestinese, che è divenuto marginale. Ora si tratta di recuperare anche questa emergenza umanitaria; in passato l’Italia fu in grado di proporre un piano efficace per ridurre la tensione in Libano, mettendosi a capo di una missione internazionale; ora, per di più senza governo, non credo abbia più la stessa capacità di leadership, ma penso sia necessario proporre l’invio di una missione di osservatori internazionali a Gaza che permetta di fermare questa tragedia.