Delizie della public history

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di Franco Cardini – 9 dicembre 2018

Credo sappiate che cos’è la public history: è quella cosa che una volta era la “storia divulgativa”, e quando i professori universitari volevano offendere o umiliare un collega dicevano: “Fa storia divulgativa”, oppure (peggio) “E’ un divulgatore”, che suonava un po’ come “E’ un magnaccia”. Eravamo abbastanza pochini a replicare che se avevamo vinto una cattedra universitaria ciò dipendeva dal fatto che una commissione di competenti aveva stabilito (magari sbagliando: ma quello era un altro discorso) che di prove di competenza scientifica ne avevamo date a sufficienza; per il resto, se qualcuno di noi decideva di scriver anche di storia in modo più semplice e per un pubblico più vasto, o magari perfino di provarsi a buttar giù un romanzo storico, erano un po’ fatti suoi; e, come non si rimproveravano mai i colleghi che preferivano spendere il loro tempo libero dalla ricerca e dall’insegnamento allevando gechi delle Comore, o giocando al golf, o stando spaparanzati in poltrona a veder filmini porno in TV, allo stesso modo sarebbe stato bello lasciar in pace quelli l’hobby dei quali è scriver di cose “divulgative”. Viceversa, oggi ci si è accorti che la aule universitarie si svuotano mentre tutto quel che sa di storia o di qualcosa che le somiglia è diventato terribilmente in e ci si fanno su spettacoli che richiamano piazze intere e via dicendo. Allora, sono in parecchi ad aver scoperto quel che alcuni di noi (e io fra gli altri) dicevano da tempo: che, cioè, specie di questi tempi, e visto il livello di questa “società civile”, fare “divulgazione” e farla bene è un dovere civico.

PERO’, QUANDO SI HA A CHE FARE CON I LETTORI CÓLTI…

Certo, la faccenda ha i suoi risvolti negativi. Nel  Minimum Cardinianum della settimana scorsa, mi sono dovuto occupare di un lettore (presumibilmente colto e preparato) che pieno d’indignazione aveva scritto alla “garante dei lettori” de “La Stampa” lamentando il fatto che il professor Cardini non sapesse nemmeno una cosa che “sanno anche i bambini”, vale a dire che il presidente Woodrow Wilson era democratico anziché repubblicano: ecco, servirsi della propria cultura bignamesca sperando che ciò prenda in castagna un “addetto ai lavori”, è un cattivo modo di entrare nel circuito della public history.

E allora Vi prevengo: nel mio ultimo libretto di “storia divulgativa”, pardon, di public history,  cioè Le crociate. Tra guerra e religione, pubblicato dalla Giunti e distribuito nelle edicole insieme con il “Corriere della Sera” e con “La Gazzetta dello Sport”, alla “quarta di copertina” un figuro che lavora all’editing ha facinorosamente sostenuto che nel 1195 l’imperatore bizantino Alessio Comneno fece una cosa che involontariamente fornì la causa scatenante della cosiddetta prima crociata. Bene: Vi assicuro che tanto io quanto gli amici della Giunti sappiamo tutti perfettamente che ciò avvenne un secolo prima, nel 1095. Si è trattato di un refuso che ha resistito alle revisioni. E ora prego tutti i colleghi insegnanti in pensione e tutti i colonnelli dell’esercito e i ragionieri del catasto parimenti in pensione perché non si buttino a pesce sul computer di casa per scrivere indignati alla Giunti che il professor Cardini, sedicente esperto di storia delle crociate, non sa nemmeno ch’esse cominciarono alla fine dell’XI secolo e le ritiene nate cent’anni più tardi. Come, appunto, “sanno anche i bambini” (o almeno alcuni fra loro…).

Prego, inoltre, sommessamente tutti i lettori colti che avessero interessi o curiosità storiche di non spedirmi e-mail dove mi si chiedono bibliografie di avvìo per loro ricerche o loro curiosità. Ciò per due ragioni: 1. Un docente universitario non lavora come un “medico di base” delle ASL; 2. Questa è la mia professione, io (a parte i miei doveri di pubblico insegnante, che assolvo ancora nonostante sia in pensione) per il resto con la storia ci lavoro e ci lavoro per vivere: domandereste mai al Vostro salumiere, passando, un paio di etti di mortadella in omaggio?