Di fronte alla crisi occorre riscoprire Karl Polanyi

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di Nicola Melloni – 8 gennaio 2019

Durante il meltdown finanziario del 2007-08 sono stati in molti riscoprire Marx e poi a rivalutare Keynes. Ma bisogna ripartire anche dall’economista austro-ungherese per ripensare la relazione tra società e mercato

Durante il meltdown finanziario del 2007-08, sono stati in molti – purtroppo spesso confinati in circoli intellettuali, a volte anche inaspettati – a riscoprire Marx. Il dibattito sull’austerity e le politiche economiche ha portato alla rivalutazione, più tra gli economisti che tra i policy-makers, di John Maynard Keynes, che sembrava sepolto da decenni di egemonia neo-liberale. Per cercare di comprendere l’attuale crisi politica – che di quegli avvenimenti è figlia – sarebbe forse il caso di ripartire anche da Karl Polanyi, economista e sociologo austro-ungherese, il cui lavoro sta avendo un parziale revival nell’accademia anglosassone, ma che rimane sconosciuto tanto al grande pubblico quanto alla leadership politica.

Il suo contributo intellettuale più importante, La Grande Trasformazione, spiega come i mercati privati di controllo sociale (unfettered market) abbiano creato, già a partire dal XIX secolo, instabilità, rabbia e rivolta per poi sfociare, nell’Europa tra degli anni Venti e Trenta nel collasso dell’ordine politico liberale, tanto a livello nazionale che internazionale, nella crisi della democrazia e infine alla guerra. Già questo dovrebbe suggerire l’attualità del suo lavoro.

Il mercato è innaturale

Il punto chiave della critica di Polanyi è che il mercato non ha nulla di naturale ma è una creazione umana, pensata politicamente e realizzata attraverso lo Stato. La trasformazione della società tradizionale in società di mercato è avvenuta attraverso la mercificazione forzata da parte dello Stato di 3 merci “fittizie”: terra, moneta, lavoro. Fittizie nel senso che non si tratta di merci create per essere vendute ma che hanno invece un ruolo sociale decisivo nella nostra vita quotidiana. La loro “commodification” – messa in vendita sul mercato come non fossero altro che scarpe o profumi – finisce col destabilizzare la società.

Si tratta di un mondo dove le relazioni economiche sono stabilite e garantite dal potere politico non in accordo ai bisogni sociali, ma piuttosto alle esigenze del mercato. Dove quindi, in effetti, la vita è subordinata al mercato. Questo movimento verso un “mercatismo” estremo, secondo Polanyi, è però contrastato da un contromovimento: non solo il mercato non è naturale, ma è talmente innaturale da provocare una reazione nella popolazione che si oppone alla mercificazione dei rapporti sociali. I mercati sono, inerentemente, destabilizzanti del tessuto sociale, creano condizioni di vita precarie, violente e coercitive. Polanyi scrive in un’Europa devastata dalla guerra, dove crisi economica, povertà e disagio hanno trovato prima una reazione solidaristica – i sindacati, la socialdemocrazia e il comunismo – e poi una fascista che, approfittando della paralisi istituzionale delle democrazie e dello scontento popolare incapace di trovare una adeguata risposta politica, si affida al mito della comunità nazionale come anti-tesi (parzialissima, invero) all’egemonia del mercato: «la paura attanaglia la popolazione e la leadership viene infine affidata a coloro che offrono una soluzione semplice, qualunque sia il prezzo da pagare». Se questa parte suona incredibilmente attuale, è perché Polanyi parla di quel mondo che non è poi tanto dissimile dal nostro. Il mercato porta instabilità, povertà, mette a rischio la democrazia e la pace.

Dal Welfare State alla società di mercato

La lezione di Polanyi era stata fatta propria – quantomeno superficialmente – dalle democrazie occidentali nel Secondo dopo Guerra.  Il cambiamento politico e sociale che era alla base della democrazia moderna – con il suffragio universale che sostituiva l’egemonia borghese, vero sponsor del “libero mercato” e i movimenti di massa che innervavano una relazione dialettica nella dinamica politica – si rifletteva in una grande trasformazione nella quale lo Stato, democratico e non più rappresentante delle sole élite, cercava di re-imporre un controllo sociale sulle forze di mercato. Il fresco ricordo della relazione “società di mercato-instabilità-rischi per la democrazia” fu la base teorica del Welfare State. Non solo i limiti della proprietà privata coincidevano con quelli dell’interesse generale – come da art. 42 della Costituzione Italiana – ma i sindacati assumevano rilevanza costituzionale nella maggioranza delle Costituzioni democratiche, come chiaro freno alle tendenze sfruttatrici e quindi più destabilizzanti del capitalismo. In questo senso, almeno parzialmente, si può pensare a un ritorno a quel mondo descritto da Polanyi  in cui «l’ordine economico è semplicemente una funzione di quello sociale, nel quale è contenuto». Inevitabilmente, questa relazione tra società ed economia si riflesse anche a livello internazionale: con gli accordi di Bretton Woods del 1944 si instaurava un regime che John Ruggie definì, richiamando apertamente Polanyi, di «embedded liberalism», cioè di un liberalismo definito e modellato dalle esigenze sociali, di un mercato al servizio della società.

Da allora, lo sappiamo, il mondo è cambiato e il movimento verso la società di mercato si è fatto più forte che mai. L’ideologia liberale ha imposto una visione secondo cui i mercati sono naturali, efficienti e senza alternative: chi si oppone è visto come un luddista o, peggio, qualcuno contrario alla modernità che – e nulla è davvero più ironico e falso di questo –  si batte per interessi particolari contro quelli generali. Il primo assaggio lo abbiamo avuto negli anni Ottanta, quando Margaret Thatcher si scagliò a testa bassa contro i sindacati e nella sua marcia verso la modernità distrusse comunità, villaggi, il tessuto sociale dell’Inghilterra industriale. E infatti il motto della Thatcher – non esiste la società, ma solo gli individui – è il manifesto più concreto di cosa sia la società di mercato. I cui risultati li vediamo nel  discorso di Peter Postlethwaite alla fine del film “Brassed Off” (in italiano elegantemente tradotto con l’appropriato titolo di “Grazie Signora Thatcher”) che ci riporta a un mondo polanyiano in cui non è il mercato, ma il potere politico a imporre, con la coercizione, un mercato sfrenato in cui i lavoratori, gli uomini, non sono altro che “danni collaterali”. Eppure in tutti questi anni, il contributo di Polanyi è rimasto sepolto nelle macerie della creazione distruttiva; proprio quando ci sarebbe servita una lente per leggere le convulsioni del nostro mondo. Dal potere della finanza che, lungi dal perseguire una allocazione efficiente (ma per chi?) del denaro, con continui momenti di boom and bust, liquidità esagerata seguita da credit crunch, destabilizza l’economia reale e la società; alle sempre più frequenti crisi ambientali, in cui non solo la terra diventa un asset economico da bucare e spoliare ma viene creato addirittura un mercato dell’aria per combattere (?!?) inquinamento e riscaldamento climatico. E infine, naturalmente, il mercato del lavoro e il suo contorno di precarietà, disoccupazione, povertà, alienazione, quando non totale dipendenza dal salario (negli Usa, ad esempio, l’assicurazione sanitaria è legata all’avere un lavoro). Nella società di mercato i diritti sono cancellati in nome delle esigenze di mercato. Pensiamo per un attimo al tema della casa che per molti versi ricorda quello della terra di Polanyi. L’abitazione è parte inderogabile della vita umana, eppure il suo mercato è completamente disancorato dalla sua funzione sociale. Lo Stato novecentesco si impegnò nella costruzione di case popolari: da una parte garantiva una vita dignitosa ai suoi cittadini, dall’altro si faceva strumento delle necessità del capitalismo industriale che richiedeva che ingenti masse di lavoratori si urbanizzassero. Nell’economia vagamente post-industriale di adesso, invece, le città, la geografia stessa, sono parte integrante della macchina del profitto. Non solo le case popolari sono state abbandonate e la costruzione di abitazioni è lasciata al mercato – che invece di abbondanza ha provocato scarsità – ma, attraverso strumenti come Airbnb si crea una maggiore concentrazione della proprietà e una espulsione della popolazione dalle città: gli affitti brevi sono più redditizi di quelli lunghi, le case sul mercato degli affitti calano, gli affitti salgono, e con loro, inevitabilmente, i prezzi di vendita. Ad arricchirsi non sono le famiglie in difficoltà, che secondo la mitologia di Airbnb, affittano una stanza per qualche notte, ma i grandi proprietari di case che tengono appartamenti sfitti per uso turistico. Non si tratta solo di un trend verso una maggiore diseguaglianza, ma anche e soprattutto della negazione di un diritto: quello a un tetto sulla testa che viene subordinato al profitto, alla mercificazione.

Il “mercato perfetto”

Le cose sono ancora più cupe quando parliamo di lavoro: deregolamentato, svilito, parcellizzato, perché l’obiettivo finale è solo e comunque il profitto, non i bisogni sociali. Approfittando della crisi che ha creato una nuova disoccupazione di massa, non solo non abbiamo invertito un trend in atto da oltre un ventennio, ma lo abbiamo addirittura inasprito: come nei sogni di un liberista radicale, ci avviamo verso un “mercato perfetto”, dove non c’è più disoccupazione, se non volontaria, perché non c’è più impiego, dove tutti sono imprenditori di se stessi, senza garanzie, senza leggi, senza contratti. Un mercato istantaneo dove il lavoratore diventa un automa senza diritto al riposo, alla vita sociale e famigliare. Cosa è, in fondo, Uber, se non la piattaforma del futuro dove l’umanità tutta è chiamata a un modello di lavoro avulso dalle esigenze – e dalle regole – della società?  Questo trend lo abbiamo visto anche nel recente dibattito sulle aperture dei negozi nei giorni festivi: non esiste diritto al riposo, al tempo in famiglia, perché quelli che ormai vengono definiti interessi (quando non privilegi…) dei pochi non possono frapporsi all’esigenza (anzi, ironicamente si potrebbe dire: al diritto!) dei molti di comprare e consumare. A parte la fallacia del ragionamento economico a monte (si consumerebbe di più se i negozi fossero sempre aperti, invece di pensare al consumo come funzione del reddito) non si percepisce – o se lo si fa, lo si nasconde – che quegli stessi consumatori, in ambito sociale, sono lavoratori con meno diritti. È, in fondo, lo stesso discorso di Robert Reich sullo sdoppiamento della persona: come investitore beneficia di ritorni azionari più alti a fronte di licenziamenti che aumentano i profitti; ma come lavoratore hai perso il posto. Come consumatore aumenta il proprio welfare coi prezzi bassi dati dalla riduzione salariale; sempre che non sia poi quello stesso lavoratore a subire tagli in busta paga. Finché non si arriva al ricatto a là Marchionne: salario in cambio di diritti, l’annullamento come cittadino per soddisfare le imprescindibili esigenze del mercato, e del profitto, proprio quel paradosso che un secolo di democrazia partecipativa e centocinquant’anni di lotte avevano cercato di risolvere.

L’incompabilità tra società di mercato e democrazia

Quello che però possiamo dedurre è che, nonostante la grancassa mediatica ci dica l’esatto contrario, la società di mercato è incompatibile con la democrazia. Un tema su cui Polanyi non si era spinto ma la logica del ragionamento è che in una società di mercato il cittadino viene rimpiazzato dal consumatore/produttore/investitore. Una democrazia senza cittadino, non è una democrazia. Restano diritti individuali pseudo-liberali (sposare chi si vuole, vestirsi come si preferisce, guardare i film che preferiamo, sempre che il mercato ne consenta la produzione) ma vengono meno quei diritti sociali che sono alla base, per l’appunto, della società. E poi fingiamo di sorprenderci se, nell’atomizzato mondo liberale, i comportamenti anti-sociali diventano la norma? L’attuale crisi politica, in fondo è proprio questo: le tendenze estremizzanti della società di mercato non hanno più una base sociale di supporto: non sono solo poveri e lavoratori a uscirne sconfitti, ma è la middle-class, quella che, nelle teorie liberali, dovrebbe essere il pilastro di democrazia e mercato, a iniziare la rivolta. Eppure questa protesta rimane inascoltata, perché la democrazia è diventata governance avviluppata nelle regole dettate non dalle forze sociali, ma da quelle del mercato.

Ancor prima di dibattersi sulle politiche macro-economiche, sull’euro, sovranismo o internazionalismo, il compito di una sinistra moderna è ripensare la relazione non tanto e non solo stato-mercato, ma società-mercato. Ripartendo da che tipo di mondo vogliamo, da quali sono le esigenze del vivere comune, quali sono i bisogni dell’uomo – e dunque entro quali muri richiudere le forze del mercato. Perché come già negli anni Venti e Trenta di cui parlava Polanyi, il pericolo per la nostra democrazia viene proprio da lì.

*Nicola Melloni si occupa della relazione tra stato e mercato e tra cambiamenti economici e politici. Dopo un PhD a Oxford ha insegnato e fatto ricerca a Londra, Bologna e a Toronto. Scrive per Micromega e Il Mulino.