Di nuovo sull’Islam e noi

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di Franco Cardini  8 aprile 2019

Andrea Muratore mi ha inviato alcune domande per un’intervista alla quale ho stimato opportuno rispondere. Ecco il risultato:

In Europa e Islam – Storia di un malintesolei tratteggia con dovizia di particolari l’alternarsi delle fasi di incontro, scontro e scoperta reciproca tra due mondi, l’europeo e il musulmano,  mai veramente distinti. Che lezione può darci questa storia?

FC – Che mondo occidentale moderno e Islam hanno le stesse radici (la cultura ellenistico-romana e la fede abramitica), che hanno a luogo convissuto con reciproco vantaggio finché l’Occidente moderno, armato delle armi fornitegli dalla rivoluzione mentale e tecnologica dei secoli XIII-XVIII, non ha determinato e gestito a suo vantaggio l’economia-mondo impiegando sistematicamente i suoi nuovi mezzi concettuali e tecnici: antropocentismo, eurocentrismo, individualismo, primato dell’economia e della tecnica, sviluppo dello sfruttamento capitalistico intensivo, progressiva cancellazione in ogni campo della “cultura del limite”.

Con questi princìpi si sono battute e sottomesse l’una dopo l’altra le civiltà musulmane imponendo loro il regime coloniale e la più o meno inevitabile occidentalizzazione coatta. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: terrorismo, crisi della civiltà occidentale (non “scontro fra culture”), avanzata dei fondamentalismi.

– Oriente e Occidente hanno più volte avuto nel Mediterraneo un punto d’incontro fondamentale. Il “grande mare” gioca ancora oggi un ruolo di prima grandezza?

FC – Senza dubbio il Mediterraneo – nonostante il grande Fernand Braudel ne abbia dimostrato la vitalità anche in età moderna – ha subìto un’eclisse fra Cinque e Ottocento mentre il traffico nautico e l’asse della civiltà si spostava sugli oceani. Le cose sono tuttavia mutate dal 1869, l’anno dell’inaugurazione del canale di Suez, e ancor più stanno mutando adesso con il progresso della One Belt, One Road Project, di matrice cinese, che sta reinvestendo in pieno il Mediterraneo: anche se ciò comporterà per forza di cose crisi e riallineamenti anche sui piani politico, economico, diplomatico e militare. Fino a che punto ad esempio la crescita d’importanza della presenza cinese nel Mediterraneo è compatibile con il vecchio assetto della NATO, e quando cominceranno i governi europei a prenderne atto e a comportarsi di conseguenza?

– Come ha potuto formarsi una galassia islamofobica che ha, in maniera tanto distorsiva, propugnato l’idea di un inevitabile scontro di civiltà? Come sono state scordate le lezioni della storia?

FC – Tutto ciò è accaduto anzitutto data la  la necessità, da parti di governi e di ceti dirigenti dal secondo dopoguerra ad oggi, di far dimenticare gli errori compiuti dalle potenze vittoriose dei due conflitti mondiali prima con la pace di Parigi del 1919-20, che ha posto le basi per un secolo di conflitti nel Vicino e nel Medio Oriente, e quindi con la politica di scontro frontale scelta soprattutto dagli Stati Uniti d’America già nella decisione di contrastare la politica asiatica dell’URSS (la guerra di Corea). Non dimentichiamo che il Patto di Varsavia, l’alleanza politico-militare tra URSS e i paesi suoi “satelliti”, è stata la necessaria risposta al patto NATO, a sua volta determinato dal fatto che gli statunitensi, rompendo una loro consuetudine politica che datava dalla cosiddetta “dottrina Monroe”, hanno preso a impegnarsi sempre di più come potenza egemone non solo sul Pacifico, ma anche sull’Atlantico. Una volta disintegrata però l’Unione Sovietica, anche grazie all’impegno politico, diplomatico e culturale statunitense e allo strumento propagandistico degli ideali della “società del benessere”, vale a dire del consumismo, quella politica si è procurata altri nemici, sempre più agguerriti nella misura nella quale essa, provocando una sempre maggior concentrazione di ricchezza, determinava un generale impoverimento die popoli. Alcuni ambienti musulmani hanno cominciato a progressivamente reagire a questa situazione: dal 1979 si è profilato il complesso dei movimenti, delle sitanze religiose e degli ideali politici che hanno mosso il cosiddetto “fondamentalismo islamico”, peraltro una realtà complessa, articolata, per più versi contraddittoria. D’altronde le potenze occidentali sottoposte all’egemonia statunitense hanno largamente provato di aver bisogno, per sopravvivere a se stesse conferendosi valori etici e culturali che evidentemente non sono più in grado di promuovere, di un “nemico metafisico”. L’Occidente contemporaneo, dopo aver battuto il “Male assoluto” nazista e l’”Impero del Male”  comunista e sovietico (espressione coniata da Ronald Reagan nel 1983), aveva bisogno d’inventarsi un altro nemico, il “Terrore islamico” (espressione diffusa nel 2001, dopo l’11 settembre, e poi adottata dal governo di George W. Bush jr. a proposito del premier irakeno Saddam Hussein, precipitosamente  derubricato da alleato nella tensione contro l’Iran a “nuovo Hitler” nella seconda guerra del Golfo persico). L’adozione del passepartoutideologico costituito dal libro The clash of civilizations di Samuel Huntington e i  movimenti neoconservativee theoconservative statunitensi, facilmente impiantati anche da noi, hanno fatto il resto, favorendo un ridicolo clima da “nuova crociata”.

– D’altro canto, come giudica, sotto il profilo geopolitico e storico, la genesi e i frutti di quattro decenni di rinnovato radicalismo, che hanno sconvolto sia l’Islam che le sue relazioni con il resto del mondo?

FC – La grande crisi nasce nel 1979 dal susseguirsi di due eventi precisi e quasi contemporanei. Primo: l’impiantarsi in Iran della repubblica islamica nata coralmente da una grande rivoluzione di popolo contro la tirannia interna e l’umiliazione esterna imposta alla sua gente dallo shah Mohammed Reza Palhevi che aveva inaugurato un regime di dura repressione con introduzione coatta dei costumi occidentali in Iran e aveva nel contempo consentito agli statunitensi di spadroneggiare nel suo regno, provocando un sentimento di quasi unanime esasperata reazione dal quale fu cacciato a furor di popolo. Secondo: la necessità di cacciare i sovietici dall’Afghanistan e di metter fine all’esperimento socialista afghano, obiettivi che is sarebbero potuti ottenere in modo relativamente facile se gli afghani avessero accettato l’aiuto della repubblica islamica dell’Iran, vicina e disposta a muoversi (com’era nei voti del capo militare afghano comandante Massud, che pur era un musulmano sunnita mentre gli iraniani sono sciiti). Per “liberare” l’Afghanistan senza ricorrere agli iraniani, gli USA scelsero di appoggiarsi al loro principale alleato musulmano, il wahhabita re dell’Arabia saudita, che inviò in Afghanistan i suoi combattenti-missionari i quali immisero in quel paese un tipo d’Islam  fanatico e retrivo, estraneo alle tradizioni afghane e tipico invece appunto della sètta wahhabita, fino ad allora confinata nel sud dell’Arabia. Da allora il wahhabismo ha innervato l’intero Islam, dilagando e distorcendone il carattere, fino a giungere al punto al quale siamo adesso: i wahhabiti, egemonizzati dal primo alleato degli USA nel mondo arabo, intendono egemonizzare a loro volta l’intero Islam sunnita sostenendo una guerra civile (fitna) contro gli sciiti in genere e gli iraniani in particolare. Tale guerra ha purtroppo il supporto sia degli USA, sia d’Israele, per ragioni e considerazioni di carattere politico-strategico che personalmente ritengo infauste.

– A inizio secolo lei fu molto attivo nel propugnare una reazione ragionata e di prospettiva alla minaccia terroristica. Curò un volume coraggioso, La paura e l’arroganza, incentrato sul rifiuto delle “guerre al Terrore”, ritenute fonte di nuove e più gravi contrapposizioni. Quanto fu difficile far sentire la propria voce, all’epoca?

FC – Fu praticamente impossibile: come risulta dal fatto che un mio libro successivo, Astrea e i Titani, nel quale esponevo sistematicamente quanto ho sopra riassunto, fu praticamente fatto sparire dalle librerie e dai media.Nonostante sia molto ricercato e richiesto, al momento attuale Laterza  ritiene di non poterne pubblicare una nuova edizione. All’inizio della seconda guerra del Golfo io e pochi altri amici (Giulietto Chiesa, Marco Tarchi, il generale Fabio Mini pur ex comandante NATO e persona qualificatissima) sostenemmo prove alla mano che le temute “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein erano inesistenti. Fummo dapprima oggetto di ripetuti tentativi di ridicolizzazione, poi – visto che le nostre difese, trrasmesse dai media, risultavano efficaci – fummo posti a tacere con la solita tattica: il silenzio, l’emarginazione, mentre il coro dei soliti gregari del sistema andava ripetendo che i nostri argomenti erano “fiolomusulmani” (quindi “antisionisti”) e complottistici. Stessa fine aspettava le nostre numerose pubblicazioni, mai presentate e recensite: valga per tutte l’esempio del bellissimo libro di Marina Montesano Mistero americano, del 2004, edito dalla Dedalo, che smontava implacabilmente i luoghi comuni a proposito dell’11 settembre e che fu precipitosamente silenziato: provate a ritrovarlo oggi. E’ noto che Tony Blair è stato costretto da una rigorosa inchiesta parlamentare britannica a confessare che tutto il castello di carte delle prove riguardanti Saddam Hussein e le armi di distruzione di massa (ricordate la kermesse televisiva di Colin Powell, umiliante per il suo passato di eccellente soldato?) era il risultato di un accordo montato fra lui e Bush. Ma nessuno dei nostri anchor men televisivi, che allora appoggiarono coralmente quelle balle, si è fatto vedere dinanzi alle telecamere per chiedere ammenda del suo errore: hanno continuato a pontificare imperterriti.

– Ora che, a quasi vent’anni di distanza, le problematiche che allora si immaginava di sradicare repentinamente sono ancora, purtroppo, presenti, qual è il suo giudizio sugli avvenimenti concernenti la storia mediorientale più recente e il terrorismo?

FC – L’alleanza statunitense-israeliana-saudita, alla quale si sono accodati tanto la NATO quanto paesi arabi quali Egitto e Giordania, sta seriamente minacciando la pace, nel Vicino Oriente e nel mondo. Le false “primavere arabe” e quindi la crisi del 2011 in Libia e in Siria con tutte le sue conseguenze (ISIS prima fra tutte) ci hanno condotto a una situazione confusa e ambigua, con la “coalizione” statunitense-saudita-curda presentata come vittoriosa sull’ISIS (che in realtà è stata battuta in cinque anni da un’altra coalizione, quella siriano-russo-iraniana appoggiata dagli stessi curdi), la difficoltà di ridefinire i confini vicino-orientali dopo la loro pessima definizione franco-inglese del 1918-20 e la Turchia in una situazione ambigua. La lotta ai migranti dall’Africa condotta senza combattere le vere cause della migrazione (l’alleanza tra le lobbies multinazionali che depredano suolo e sottosuolo africano, i governi locali tirannici e corrotti loro complici e la copertura internazionale che Francia e Gran Bretagna forniscono loro utilizzando sistematicamente lo strumento del veto in sede di consiglio di sicurezza ONU a tutte le risoluzioni che potrebbero fornire qualche via d’uscita al problema continentale africano) è il secondo grande problema del nostro mondo.  Politica degli USA ed egemonia delle lobbies finanziarie internazionali sono le prime responsabili della situazione internazionale odierna.

– La guerra al Terrore riportò in auge l’idea di “Occidente”. Un Occidente pensato, tuttavia, per avere il baricentro atlantico. Il discorso sulle radici cristiane fu allora, e continua ad essere, notevolmente strumentalizzato. Ma quali sono le radici dell’Occidente?

FC – Due: prima la cultura ellenistico-romana ereditata dalla Cristianità occidentale (come del resto da quella orientale) e il messaggio storico e trascendente della Rivelazione abramitica passata dagli ebrei ai cristiani e ai musulmani (vi sono poi altre radici, quelle costituite dagli apporti dei popoli protagonisti delle migrazioni tra II e X secolo d.C.: celti, germani, uraloaltaici, slavi).

– Il cristianesimo cattolico sembra oggi vivere, in Europa, una fase di recessione, che si contrappone all’azione globale dell’attuale papato. Che ruolo gioca l’eclissi dell’identità cristiana nel declino globale dell’Europa?

FC – Un ruolo fondamentale. L’Europa è senza dubbio nata come idea d’unione in un contesto che non era più quello della “Cristianità romana”: c’era già stata la Riforma e il “processo di secolarizzazione” era molto avanzato. Con tutto ciò, i patti di Westfalia del 1648 – nei quali è stato proposto di vedere il primo lontano nucleo di una possibile idea di concordia se non di unità politica tra i popoli del continente – parlano di mutua inter christianos tolerantia.Ai primi dell’Ottocento il poeta Novalis proponeva un’dentità/unità di Cristianità e di Europa (Christenheit oder Europa). Da allora, la crescente laicizzazione-decristianizzazione ha fatto passi da gigante: ma l’Europa agnostica non sa trovare un centro concettuale attorno al quale aggregarsi; e il fatto che negli ultimi decenni abbia praticamente consentito di confusamente connettere la sua già problematica identità con il concetto di “Occidente” ha ulteriormente confuso le cose. Un’Europa priva d’identità cristiana e disinteressata dinanzi alla prospettiva di porsi come cerniera tra un Occidente “a testa americana” sempre più in crisi e un “Oriente” che si va invece aggregando attorno a quel formidabile centro propulsore che è la Conferenza di Shanghai che ormai unisce Cina, Russia e India rischia di giocarsi da perdente la sua ultima carta. Ma gli europei non sono preparati: negli ultimi sessant’anni non è nata una scuola europeistica, in grado di costruire l’identità patriottica europea nella coscienza e nel cuore dei giovani. Se fosse stato fatto, oggi avremmo un ceto dirigente robustamente, consapevolmente europeista, fatto di persone adulte ancora giovani che avrebbero considerato naturaliter Leonardo, Cervantes, Shakespeare, Goethe, Mozart e Balzac come loro concittadini. Così non è stato: ed è stata un’occasione perduta irrecuperabile. Noi stiamo preparando un analogo fallimento nel corso del prossimo mezzo secolo. Continuiamo così. Continuiamo a farci del male.

– Per quanto concerne gli incontri tra Cristianità e Islam la Chiesa ha, negli ultimi decenni, fatto notevoli passi avanti. Giovanni Paolo II, Benedetto XVI (sebbene molto spesso ingiustamente frainteso) e Francesco si sono spesi per un dialogo ecumenico. Come è la situazione nella galassia islamica?

FC – Incerta e confusa, attraversata da mille equivoci e da mille fraintendimenti. Le organizzazioni internazionali islamiche ci sono, ma sono vittime di tre fattori: la loro litigiosità interna, la loro velleità di voler tornare a un passato di gloria ormai irrecuperabile e l’egemonia al loro interno di forze finanziare ed economiche potentemente compromesse con il mondo fondamentalista e con alleanze internazionali ostili a un possibile futuro europeo di unità politica.

– Quanto potrà influire sui rapporti tra Oriente e Occidente l’ascesa continua dei movimenti pentecostali ed evangelici che hanno notevolmente influenzato i partiti populisti negli ultimi anni? Che questioni sono poste in essere dal sionismo cristiano di Bolsonaro in Brasile, degli evangelici statunitensi e dei governi dell’Est Europa?

FC – Sono tutte forze che, da prospettive diverse e magari estranee se non ostili far loro, giocano contro qualunque prospettiva di unità europea e di revisione innovativa degli attuali pericolanti, stantii e desueti equilibri come quello “mediterraneo” garantito o comunque sostenuto dalla NATO. I partiti sovranisti e populisti sono efficaci nel distruggere quel poco che più o meno di un’Europa potenzialmente unitaria esiste (e che è del resto insufficiente e inadeguato), ma al suo posto non hanno ancor espresso alcun progetto alternativo e se formeranno dei governi saranno vittime quindi del divide et impera dei tecnocrati Chief Executive Officiers C.E.O.) delle lobbies multinazionali che – lo hanno dimostrato benissimo illustri studiosi, quali Stieglitz e Chomsky – li asserviranno. L’antieuropeismo di chi sostiene di voler distruggere questa Unione Europea non ha finora proposto ad essa alcuna alternativa valida: è antieuropeismo tout court, a involontario oppure forse fin troppo cosciente servizio di quanti intendono distruggere in tutto il mondo il primato della politica per sostituirlo con quello della finanza e della tecnologia che peraltro, purtroppo, è esso stesso un “primato della politica”: ma di una politica empia, disumana, diabolica, mirante solo all’avere che ha come scopo l’avere, al profitto che ha come scopo altro profitto e altro ancora. Una politica scopo della quale è la riduzione del genere umano a un’immensa multitudine di schiavi asserviti a un pugno di Paradisi Artificiali, roccaforti della ricchezza e della potenza, castelli-cattedrali di una minoranza privilegiata. E questo progetto sta già creando una miriade di aspiranti-scudieri e di aspiranti-menestrelli. Guardatevi attorno: guardate questi ragazzi tutti sempre “connessi”, tutti assorbiti dalla  Matrix dei loro Paradisi informatici, impegnati al massimo in masters fasulli e  gli orizzonti culturali dei quali sono, al massimo, quelli di divenire uno chef alla moda. E’ da loro che usciranno le migliaia di C.E.O. che costituiranno la manovalanza semiprivilegiata e pseudofelice dei Signori del Terzo Millennio: a meno che la robotica non renda anche loro del tutto inutili. Noi marciamo verso questo terribile domani, conseguibile forse in un paio di generazioni. Unica consolazione: grazie a Dio, la storia è imprevedibile. Dietro l’angolo c’è sempre quel che Vilfredo Pareto chiamava l’Imponderabile, Fernand Braudel la congiuntura, i maghi di Faraone ezbà Elohim (in ebraico “il Dito di Dio”). Grazie a Dio, nella storia prima o poi arrivano gli unni, scoppia la Peste Nera,  si verifica la Rivoluzione dei Prezzi, o comunque nasce qualcosa che modifica il “necessario” corso degli avvenimenti.