Dieci buone ragioni (più una) per votare NO al referendum costituzionale

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di Nicola Boidi  2 dicembre 2016

Da semplice cittadino che cerca di raccogliere notizie e informazioni  dagli specialisti (in primis giudizi costituzionalisti e professori  di diritto costituzionale , ma non solo) ho maturato la mia personale convinzione per cui voterò No alla proposta di  Riforma costituzionale Boschi domenica 4 dicembre, e vado sinteticamente ad formularla  in dieci punti o ragioni, più una, quella forse decisiva, che si trova nella «candida» dichiarazione introduttiva della firmataria, il ministro Boschi.

Premessa della Riforma costituzionale Boschi:

«Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo d’integrazione europea e in particolare l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea da cui sono discesi tra l’altro l’introduzione del semestre europeo e la riforma  del  patto di stabilità e crescita, e alle relative stringenti regole di bilancio, quali le nuove regole del debito e della spesa, le sfide derivanti dall’internalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale e l’esigenza di coniugare quest’ultima con le rinnovate esigenze di governo unitario della finanza pubblica connesse anche ad impegni internazionali, il complesso di questi fattori ha dato luogo a  interventi di revisione  costituzionale».

Sulla motivazione contenuta in questo preambolo alla riforma ritornerò in conclusione  del ragionamento che vado sinteticamente ad articolare negli altri dieci punti:

1) Voterò no innanzitutto per una questione di metodo: la Costituzione è un testo troppo importante per cambiarlo senza il contributo della minoranza parlamentare, unicamente a colpi di maggioranza. L’allontanamento dei dissenzienti nelle commissioni parlamentari non è stato un segnale in questa direzione.

2) Voterò no perché la riforma non pone fine  al bicameralismo paritario. Al contrario  inizia un bicameralismo pasticciato, ibrido che non significa velocità nel produrre leggi. Sarebbe stato meglio eliminare del tutto il Senato. Come sostenevano del resto personaggi della sinistra come Pietro Ingrao, che voleva mantenere però la centralità del Parlamento.

3) Voterò  no perché la riforma propone  il rafforzamento del Governo a scapito dei poteri del Parlamento e degli istituti di controllo e garanzia. La Repubblica si regge sul delicato equilibrio dei poteri. Se ne viene privilegiato uno a danno degli altri, si crea uno scompenso che può indebolire la democrazia. In presenza poi dell’attuale legge elettorale Italicum  votata con la fiducia (gli unici  precedenti sono la legge Acerbo durante il fascismo e la legge truffa degli anni 50), la maggioranza ottiene uno strapotere che si manifesta anche nell’elezione del presidente della Repubblica e dei rappresentanti della Corte Costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura.

4) Voterò no  perché non è una questione di governabilità. Questa dipende dalla capacità e coesione delle forze politiche, non dai regolamenti o dall’iter legislativo. Né tantomeno dal  “ping pong” tra le due Camere. Il passaggio dei decreti leggi  tra Camera e Senato avviene infatti solo nel 20-25% dei casi. Se mai il problema è che il governo  non riesce ad attuare le leggi che emana (l’80% di quelle votate dalle Camere sono di matrice governativa). Prendiamo la Buona scuola: è stata approvata oltre un anno fa, ma ancora mancano dieci (10) leggi delega affidate per l’appunto al governo.

5) Voterò no perché il nuovo Senato non rappresenterebbe le autonomie locali.

Non si costituirà un nuovo senato tipo il Bundesratt  tedesco (come si è sbandierato)  ma  si creerà un ibrido a cui partecipano senatori (consiglieri regionali e sindaci) eletti in modo diverso e in tempi diversi  Tutti tra l’altro con l’immunità parlamentare. I senatori sarebbero eletti (ancora non si sa come) dai consigli regionali. La frase che il comitato del Sì sbandiera per dire che l’elezione, dopo l’approvazione della riforma, sarà diretta è questa: “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”. Questa frase,  presa così,  non significa nulla. Se avessero voluto l’elezione diretta avrebbero potuto scrivere a chiare lettere, per esempio: “Durante le elezioni regionali i cittadini hanno anche la possibilità di scegliere i senatori”. Perché non l’hanno fatto e hanno solo inserito questa frase criptica?

6) Voterò no perché i poteri delle autonomie locali sono ridotti senza risolvere i problemi. La riforma costituzionale del Titolo V del 2001, votata anch’essa a colpi di maggioranza (del governo Amato dimissionario ma poi fatta propria e  rafforzata dal successivo governo Berlusconi) è stata effettivamente un obbrobrio, creando  numerosi contenziosi tra Stato e Regioni in materia di legislazione concorrente, oltre che sprechi a non finire e il proliferare della corruzione. Ma non si risolve tutto riportando il potere al centro: gli enti e le comunità locali non avrebbero più voce in capitolo su questioni importanti per il destino delle stesse comunità.

7) Voterò no  peché i contenziosi Stato-Regioni continueranno. Seppure le disposizioni generali e comuni in materia di istruzione, salute, beni culturali, turismo ecc. tornerebbero in capo allo Stato, alle Regioni rimarrebbero competenze rilevanti. Paradigmatica in tal senso è la sanità . La programmazione e l’organizzazione dei servizi sanitari spetteranno ancora alle Regioni. Oppure prendiamo i beni culturali. La promozione sarà a carico ancora delle Regioni mentre la tutela e la valorizzazione a carico dello Stato. Vi immaginate quanti  contenziosi dovranno nuovamente essere considerati  dalla Corte Costituzionale?

8) Voterò no perché non è stato risolto il problema dell’equità sociale. Lo si vede a proposito della sanità. È un punto messo bene in evidenza dall’avvocata Anna Falcone, vicepresidente del Comitato del No. Nella revisione non si tocca mai il tema dell’equità, a proposito di federalismo fiscale per cui le Regioni che si trovano con meno risorse, continueranno ad esserlo anche in futuro. E allora: va bene far pagare la stessa siringa in modo uguale da Milano a Palermo, ma se mi lasci le cose come sono e il cosiddetto fondo perequativo (per aiutare gli enti locali più deboli) non me lo tocchi, allora rimarrà ancora una disuguaglianza in Italia dal punto di vista della salute.

9) Voterò no perché la riforma è scritta male ed è confusa. E non semplifica. Esemplare in tal senso l’articolo 70, quello dell’iter di formazione delle leggi. L’articolo è costituito da 432 parole, due pagine, sette commi. Dentro ci sono descritti almeno dieci tipi di procedure legislative. Non è solo un testo oscuro – che per i giuristi costituisce un vulnus perché impedisce l’osservanza della legge – ma è proprio l’opposto della semplificazione, altro concetto sbandierato durante la campagna referendaria.

10) Voterò no  perché non avvicina i cittadini alla partecipazione politica. È vero che il quorum dei referendum si abbassa (sulla base della maggioranza dei votanti alle ultime elezioni) ma si può indire solo se si raccolgono 800mila firme. Quindi solo soggetti forti e strutturati se lo possono permettere, altro che potenziamento della democrazia diretta! Stesso discorso per le leggi di iniziativa popolare: occorrono 150mila firme (invece delle attuali 50mila) anche se si prevede il “contentino” della discussione in aula, resa possibile, però, solo dai regolamenti parlamentari, tutti da fare… Ancora: nel nuovo articolo 71 sono previsti referendum propositivi e di indirizzo, una bella cosa, perché sarebbero davvero un tentativo di democrazia diretta. Peccato che per essere attuati occorre una legge di entrambe le Camere.

11) Infine voterò no perché il «cappello introduttivo» della Riforma costituzionale Boschi si avvicina nello spirito e nella lettera «singolarmente»  al documento stilato dalla JP Morgan, una delle più grandi banche mondiali di affari,  nel 2013:

«I sistemi politici e costituzionali del sud Europa presentano tipicamente le seguenti caratteristiche:1)  esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; 2) governi centrali deboli nei confronti delle regioni; 3) tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; 4) tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; 5) la licenza di protestare se vengono sgradite proposte di modificazione  dello status quo». L’invito della banca d’affari rivolta a quegli Stati è di conseguenza quello di rimuovere «quegli inutili orpelli » costituiti dalle carte costituzionali di spirito«eccessivamente socialista e antifascista».

La premessa Boschi e il documento della JP Morgan sono solo due indizi, e come diceva Ercole Poirot «due indizi sono solo due coincidenze e non costituiscono una prova» ma non vorrei dover aspettare l’indomani della vittoria del si per dover avere la prova provata del terzo indizio: il  Cui prodest ?