Il “discorso del bivacco” che non finisce mai

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di Alfredo Morganti – 6 aprile 2016

Il famoso ‘discorso del Bivacco’, quello dell’insediamento di Benito Mussolini come Capo del Governo alla Camera (16 novembre 1922) andrebbe letto e riletto nelle vere scuole di formazione politica. Non solo per ragioni storiche. Ma anche per mettere in luce alcune ‘costanti’ cruciali della vita politica italiana, che in quel discorso appaiono nella loro massima lucentezza. Ci sono passaggi davvero illuminanti, che mettono a nudo tendenze decennali.

È qui, in questo discorso, che Mussolini definisce il Parlamento un’ “aula sorda e grigia”, che lui avrebbe potuto far diventare, se solo avesse voluto, dice, un “bivacco di manipoli”. È qui che si esalta il popolo italiano per essersi dato “un Governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del Parlamento”, scavalcando un Ministero. Sono frasi in cui è sintetizzato tutto l’antiparlamentarismo italiano, l’odio verso i dibattiti e le rappresentanze, il bisogno costante di ‘scavalcare’, cancellare le intermediazioni, disintermediare appunto, affinché il popolo italiano (non tutto, ma il ‘migliore’) potesse esprimere direttamente la propria volontà e ‘darsi’ un governo. Autorità contro rappresentanza, insomma. Popolo contro Parlamento.

Un Governo, quello di Mussolini, che doveva raccogliere “in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare”: al di sopra dei partiti, delle loro sfumature, al di sopra delle parti, ‘uomini di buona volontà’ si dice, ‘tecnici’ per certi aspetti e comunque non più uomini schierati o ‘di parte’. Sono parole che esprimono una spinta potentissima a comprimere il conflitto politico, nella convinzione radicata e ‘narrata’ che la salvezza è fuori dai partiti, fuori dalla partigianeria del partiti, e quindi dei conflitti, delle risse, delle polemiche che inevitabilmente si sollevano quando scatta la discussione parlamentare e la lotta politica. A questo proposito, Mussolini conclude così il suo intervento: “Non gettate, o signori, altre chiacchiere vane alla Nazione. Cinquantadue iscritti a parlare sulle mie comunicazioni,sono troppi”. Basta con queste discussioni. “Lavoriamo piuttosto col cuore puro [l’amore che vince sull’odio?] e con mente alacre per assicurare la prosperità e la grandezza della Patria”. Si lavori! Si faccia! Bando alle ciance! Qui non si parla di politica, si motteggiava nelle fabbriche e negli uffici.

Non c’è solo una forte convinzione sulle funzioni centrali e e insuperabili del leader, del Capo che parla quasi esaurendo da solo il senso di una riunione. No. Qui c’è tutta la politica del ‘fare’ a cui anche oggi (da sempre) si inneggia. Il ‘fare’ interpretato quale effetto di una riduzione del potere di interdizione del Parlamento, dei partiti, delle ‘parti’ e della politica, in special modo quella istituzionale. C’è un passaggio del discorso che è lampante a riguardo: “Prima di giungere a questo posto, da ogni parte ci chiedevano un programma. Non sono ahimè i programmi che difettano in Italia: sibbene gli uomini e la volontà di applicare i programmi. Tutti i problemi della vita italiana, tutti dico, sono già stati risolti sulla carta: ma è mancata la volontà di tradurli nei fatti. Il Governo rappresenta, oggi, questa ferma e decisa volontà”. Tutto è stato già detto, “tutto dico”. Ora bisogna fare! Il Duce si raffigura come uomo del fare, uomo nuovo (rispetto al ‘parlamentarismo italiano), l’uomo che non ha programmi antecedenti da opporre, ma in special modo la sua ‘novità’, la sua ‘laboriosità’, il suo fare, la praticità che scavalca (disintermedia!) Parlamento, partiti, e dunque la politica tout court, che viene neutralizzata in nome di un impegno generico a favore della Nazione.

Nell’ultimo passo citato c’è anche un evidentissimo richiamo alla ‘novità’ degli uomini che giungono al Governo ‘scavalcando’ la prassi parlamentare e le regole istituzionali in nome di una ‘rivoluzione’. Anche allora si trattò di outsider, che presero d’assalto la Capitale della politica, il centro dell’ordine politico. In nome della novità, senza programmi (almeno apparentemente), senza richiami al passato, ma inneggiando al futuro della Nazione, ‘futuristicamente’ insomma. Outsider che chiedevano pieni poteri (“Senza i pieni poteri voi sapete benissimo che non si farebbe una lira – dico una lira – di economia” dice Mussolini), un rafforzamento dell’esecutivo diremmo oggi, e una certa compressione dei poteri rappresentativi e di intermediazione del Parlamento. Con la richiesta agli italiani di fare, di lavorare con disciplina (“Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole: economia, lavoro, disciplina”), di andare oltre le sfumature dei partiti (e anche “al di fuori delle minoranze che fanno della politica militante”, i politicanti appunto), di tecnicizzarsi, guardando al Governo “sostenuto dalle migliori, dalle più fresche generazioni italiane” (poteva mancare anche in questa forma il richiamo al nuovo?).

Ripeto, in quel discorso c’è tutto, in una sintesi concettuale e narrativa miracolosa. Tutto ciò che per decenni, per altri ventenni anzi, ha marcato la vita politica del Paese, come se quella cultura enunciata nel Discorso del Bivacco permeasse così tanto la coscienza nazionale da rendersi disponibile a chiunque (di destra o di sinistra) fosse pronto a interpretarla, evocarla, brandirla. Echi di quella politica del ‘fare’, disintermediante, antirappresentativa, tecnicizzata, nuovista, di uomini nuovi e outsider più che di programmi e di idee, pervadono la chiacchiera nazionale da oltre un secolo (da di più?), facendosi governo in almeno tre o quattro occasioni, senza distinzione tra destra e sinistra, ondeggiando anzi indifferentemente. E oggi sono ancora qui, a contrapporsi a una vera svolta, che dovrebbe essere contraddistinta invece da caratteri del tutto opposti a quelli che ora ho elencato.