Dove siete, partigia di tutte le valli? Per i 74 anni dalla Liberazione e per il centenario della nascita di Primo Levi

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di Stefano Casarino   21 aprile 2019

Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Primo Levi, avvenuta esattamente il 31 luglio 1919, e già ricordato e celebrato nella nostra Mondovì assieme al Giorno della Memoria sabato 26 gennaio al Teatro Baretti con un importante momento di riflessione, al quale hanno preso parte il sottoscritto e gli amici Daniele La Corte e Andrea Elena, e che ha visto il convinto sostegno dell’Amministrazione Comunale.

L’imminenza ora dell’anniversario della Liberazione è l’occasione per rimarcare che Primo Levi venne arrestato come partigiano e non come ebreo il 13 dicembre 1943.

Lo ricorda lui stesso, in modo essenziale, in un racconto, Oro, del suo Il sistema periodico del 1975:

Avevamo freddo e fame, eravamo i partigiani più disarmati del Piemonte, e probabilmente anche i più sprovveduti. Ci credevamo al sicuro, perché non ci eravamo ancora mossi dal nostro rifugio, sepolto da un metro di neve: ma qualcuno ci tradì, ed all’alba del 13 dicembre 1943 ci svegliammo circondati dalla repubblica: loro erano trecento, e noi undici, con un mitra senza colpi e qualche pistola. Otto riuscirono a fuggire, e si dispersero per la montagna: noi non ci riuscimmo.

Quest’episodio così succintamente raccontato è in tempi recenti divenuto

oggetto di una bella e approfondita ricerca storica, Partigia, Una storia della Resistenza, di Sergio Luzzatto (Mondadori, 2013).

È importante citare quanto è scritto all’inizio di quest’opera:

Conservo un ricordo, netto, preciso, di quando ero un ragazzino – avrò avuto dieci anni, forse undici o dodici – e mia madre ci leggeva ad alta voce le lettere dei condannati a morte della Resistenza.[…]Adesso che i miei figli hanno l’età che avevo io allora, mi riuscirebbe difficile spiegare loro perché quella situazione, quel gesto […] non avesse nulla di assurdo né di morboso. Mi riuscirebbe difficile eppure dovrei provarci, sarebbe importante che i miei figli capissero. Quando io avevo la loro età, la Resistenza era una cosa che si poteva sentire vicina, e decisiva: era il segnale di un inizio, il marcatore di un’appartenenza.

Mi permetto di fare due chiose a quanto scrive Luzzatto: non “sarebbe”, ma “è” importante che “i nostri figli capiscano”! Non rinunciamo mai a “provarci” a raccontare il dramma vissuto dal nostro Paese in quegli anni, il tremendo rischio che libertà e democrazia fossero per sempre perdute. Seconda osservazione: la Resistenza come “marcatore di un’appartenenza” è un’espressione felicissima, segnala un complesso di valori ai quali dovremmo, dobbiamo mantenerci sempre fedeli, altrimenti…

Torniamo a Primo Levi: sul tema della lotta partigiana, ben poco presente nelle sue opere in prosa, egli ritornò anche con una della sue (poche) poesie, intitolata Partigia, datata 23 luglio 1981, comparsa sulla terza pagina de La Stampa il 18 agosto 1981 e ora contenuta nella sua unica raccolta poetica, Ad ora incerta (1984).

Credo sia giusto trasciverla, perché non è molto nota e perché costituisce una duplice occasione di riflessione, sulla Resistenza e su Primo Levi.

Dove siete, partigia di tutte le valli,

Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,

quelli che restano hanno i capelli bianchi

e raccontano ai figli dei figli

come, al tempo remoto delle certezze,

hanno rotto l’assedio dei tedeschi

là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,

altri rosicchiano la pensione dell’Inps

o si raggrinzano negli enti locali.

In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,

lenti, ansanti, con le ginocchia legate,

con molti inverni nel filo della schiena.

Il pendio del sentiero ci sarà duro,

ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,

diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.

Come allora, staremo di sentinella

perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,

spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,

la mano destra nemica della sinistra.

In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:

la nostra guerra non e’ mai finita.

Il titolo è spiegato dallo stesso autore: Partigia era l’abbreviazione “invalsa in Piemonte […] con la connotazione di partigiano spregiudicato, deciso, svelto di mano”.

Quando scrisse questa lirica, Levi aveva sessantadue anni.

Era il momento del ripensamento di cosa era stata per lui e per i suoi coetanei la Resistenza, in un anno davvero difficile per l’Italia: quello della scoperta della loggia massonica della P2; dell’assoluzione in Corte d’Appello di tutti gli imputati della strage di Piazza Fontana; dell’arresto del capo delle BR, Mario Moretti; dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II.

Proprio in quell’anno uscì il film Anni di piombo, di Margarethe von Trotta, che darà perfettamente il nome ad un periodo tremendo, quello della fine degli anni Sessanta e dell’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso.

In quell’età di stragi e attentati, aveva ancora senso parlare di Resistenza? Secondo Levi, sì, al punto di immaginare una sorta di nuova chiamata alle armi, un ultimo appello a coloro che avevano combattuto l’orrore nazifascista: anche se ormai avanti negli anni, acciaccati, pensionati, diventati nonni, per loro non poteva e non doveva esserci congedo.

Soprattutto in quei tempi di tensione, di contrasto, di violenza che esplodeva assurdamente, perché ognuno era diventato nemico di ognuno, perché la mano destra era nemica della sinistra.

Quasi un quarantennio ci separa da quell’età, pochissimi sono oggi i Partigiani rimasti in vita, ogni anno il loro numero si riduce.

È la crudele legge dell’anagrafe e la nostra sorte, immedicabile, di esseri mortali. E quindi, che senso ha ora quell’appello di Levi?

Tanto più che ci siamo lasciati alle spalle, per fortuna, “gli anni di piombo”.

A parer mio, quell’appello continua ad avere un senso.

Se, e solo se, si rivolge a tutti noi e in particolare alle nuove generazioni, e lo si propone avendo chiara percezione dei rischi che questo nostro tempo contiene e che crescono sempre più.

Non a quei “Partigia”, ma a tutti noi suona, dovrebbe suonare attuale, quell’invito a stare di sentinella perché il nemico non ci sorprenda impreparati.

Quale nemico? Quello, subdolo e pericolosissimo, dell’intolleranza, del rifiuto della diversità, della democrazia e dell’umana solidarietà.

Basta informarsi di ciò che sta accadendo: dal 2016 al 2017 negli USA gli hate crimes, i reati determinati da odio razziale, sono aumentati del 17%; nella sola estate dello scorso anno in Italia sono stati documentati oltre trecento casi di discriminazione e di razzismo e secondo Agoravox in tutto il 2018 tali casi sono aumentati del 40%.

Sul web è possibile consultare il sito “Cronache di ordinario razzismo” (http://www.cronachediordinariorazzismo.org/) che puntualmente ci informa di tutto ciò. Infine, a metà marzo di quest’anno, un quotidiano polacco a tiratura nazionale ha esibito in prima pagina un articolo che spiega “come riconoscere un ebreo” grazie a «nome, caratteristiche antropologiche, espressioni, aspetto, tratti caratteriali, metodi operativi» e «attività di disinformazione».

Sono tutti segnali molto chiari e molto preoccupanti, che non riguardano solo l’Italia.

Per tutta la sua vita Levi è stato un testimone, ci ha spronato a non dimenticare, a non far cadere nell’oblio l’orrore creato dall’uomo a danno di troppi altri suoi simili.

A coltivare una memoria operosa, a tenere vigile l’attenzione e pronta la reazione a tutto ciò che di disumano si profila all’orizzonte: proprio questa è, secondo me, la prima e più forte forma di Resistenza, alla quale non si deve mai abdicare.

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