Draghi a Meloni: “Scelga alleati europei in linea con l’Italia. I pupazzi prezzolati dei nemici non batteranno la nostra democrazia”

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Ilario Lombardo
Fonte: La Stampa

Draghi a Meloni: “Scelga alleati europei in linea con l’Italia. I pupazzi prezzolati dei nemici non batteranno la nostra democrazia”

ROMA. Questa volta non lascia alcun margine di ambiguità. Quando gli chiedono se è disponibile a un altro mandato, il «no» in risposta è secco, pulito. Sembra quasi che non aspetti altro, Mario Draghi, quando lo pronuncia per mettere una volta per tutte in chiaro che è meglio non tirarlo dalla giacchetta, come stanno facendo soprattutto Matteo Renzi e Carlo Calenda.

In politica non esistono i «mai» ma alla luce di quel «no», Draghi dopo Draghi è un progetto, di tanti, che il diretto interessato fa a pezzi. L’ex banchiere non sembra abbia voglia di tornare a Palazzo Chigi. Di parlare, però, ne ha molta. E nell’ultima conferenza stampa prima del voto non si sfila dal dibattito a tratti isterico della campagna elettorale. Né si sottrae quando si toccano i punti più delicati del confronto tra i partiti. Anzi, sembra quasi consegnare agli italiani il profilo di un partito ideale, che sia in grado di continuare l’opera del suo governo, il governo di «un Paese forte, leale all’Alleanza atlantica e all’Europa, che ha saputo fare una manovra di sostegno all’economia senza fare debito, che ha saputo far crescere il Pil».

Toni e parole sono diversi da quelli del suo discorso a Rimini di meno di un mese fa, davanti alla platea di Comunione e liberazione, quando nel tentativo di infondere ottimismo disse che l’Italia ce l’avrebbe fatta a superare le difficoltà, «di qualunque colore sarà il prossimo governo». Allora l’impressione generale fu quella di un passaggio di consegne a Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia che il 25 settembre potrebbe conquistare il palazzo di governo. Da allora però qualcosa è successo. Fatti che non possono essere ignorati. Il cablo dell’intelligence americana sulla corruzione russa di partiti e leader in giro per il mondo e poi il report del Parlamento europeo che espelle l’Ungheria dalla categoria dei Paesi democratici. Gli unici due partiti italiani ad aver votato contro la relazione sono Fratelli d’Italia e Lega, il primo e il secondo azionista della coalizione di centrodestra. Draghi ha sentito Meloni difendere Orbàn e vuol mettere in chiaro cosa pensi di una leader che si candida a prendere il suo posto. «Noi abbiamo una diversa idea di Europa, difendiamo lo Stato di diritto. I nostri alleati sono la Germania e la Francia che difendono lo stato di diritto. C’è da domandarsi come uno si sceglie i partner? Certamente sulla base di una comunanza ideologica ma anche sulla base della tutela degli interessi degli italiani. Bisogna chiedersi chi mi aiuta a proteggere gli italiani meglio? Chi conta di più tra questi partner? Datevi voi le risposte». Draghi mette in guardia Meloni dalla sua stessa tesi, scardinando il cuore della narrazione di Fdi sull’Unione, che non va divisa in un’Europa di serie A e una di serie B, mentre Enrico Letta sostiene che l’Italia dovrebbe prendere le distanze dal sovranismo autocrate di Budapest e stare con i suoi alleati naturali. Che anche secondo Draghi restano Francia e Germania. Gli alleati non sono tutti uguali, per valori, per rapporti di forza, per interesse.

Come su Orbàn, anche su Vladimir Putin dovrebbero essere spazzate via tutte le ambiguità, secondo il premier. E qui si apre l’altro capitolo delle considerazioni di Mario Draghi a nove giorni dal voto. Martedì sera il dipartimento di Stato americano ha rivelato l’esistenza di una lista di forze politiche di una ventina di Paesi destinatari dei finanziamenti occulti di Mosca. Il premier conferma che il segretario di Stato Usa Anthony Blinken gli ha assicurato al telefono che non ci sono partiti italiani, ma «si è anche riservato di verificare se ci fosse evidenza in altri documenti e si è impegnato di comunicarlo tramite canali istituzionali». Questa è solo la premessa. Perché, secondo Draghi, non serve aspettare le prove di questa montagna di soldi partiti dal Cremlino, per dimostrare che «negli ultimi venti anni il governo russo ha effettuato una sistematica opera di corruzione nel settore degli affari, della stampa, della politica, in molti Paesi europei e negli Stati Uniti».

Il premier dice di essere fiducioso, di credere negli anticorpi della democrazia italiana: «È forte, non è che si fa abbattere da nemici esterni, dai loro pupazzi prezzolati». A chi si riferisce non lo specifica. La frase, però, è durissima, e la pronuncia con toni sprezzanti, segno forse che a un passo dall’addio a Palazzo Chigi ormai Draghi sente di non essere più vincolato alla diplomazia delle parole su cui, chi governa, spesso è costretto a stare in equilibrio. Lo fa anche quando torna a parlare delle sanzioni e dice che, contrariamente alla maggioranza degli italiani, «c’è anche quello che ama i russi alla follia e vuole toglierle e parla tutti i giorni di nascosto con i russi». Il riferimento a Matteo Salvini è chiaro. Ancora più esplicito quando il premier sostiene che «le sanzioni contro Putin stanno funzionando» e di non condividere la linea del leghista che le vuole rimuovere. C’è un ultimo sassolino che si toglie ed è dedicato al leader del M5S Giuseppe Conte, sul conflitto in Ucraina: «Nei rapporti internazionali occorre essere trasparenti, ci vuole coerenza, non capovolgimenti o giravolte». «Non si può – attacca caustico- votare a favore dell’invio di armi all’Ucraina e poi dire che non si è d’accordo; o ancora peggio inorgoglirsi della controffensiva ucraina dopo che si è contro l’invio delle armi: si voleva che si difendesse a mani nude?». Non è una semplice conferenza: è una resa dei conti.

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