E ADESSO, PASSATA LA PANDEMIA, COME ANDREMO A RICOMINCIARE?

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: David Nieri / Franco Cardini
Fonte: Minima Cardiniana

E ADESSO, PASSATA LA PANDEMIA, COME ANDREMO A RICOMINCIARE?
Che nulla sarà come prima, è probabile: ma bisogna vedere in che senso. Magari potrebbe cambiare tutto, nel senso che tra un po’ di tempo, quando ci saranno i mezzi per avviare veri e propri consuntivi, scopriremo che nel mondo i ricchi sono diventati più ricchi – magari diminuendo di numero – e i poveri aumentati di numero e cresciuti in povertà; e molti che non s’immaginavano di esserlo si scopriranno tali.
Oppure, lato B, che tutto resterà come prima, è probabile. Cessata la ventata dell’autoincensamento – quanto siamo stati bravi, disciplinati, altruisti eccetera –, ritirati i tricolori dai balconi e cessati i cori di “Bella, ciao!”, la faremo finita con le autocongratulazioni e ci accorgeremo di essere rimasti quelli di prima: cioè, per dirla con papa Francesco, la cultura dell’indifferenza avrà di nuovo la meglio e i tempi nei quali ci sentivamo eroi, perché due volte la settimana portavamo al spesa alla vecchietta del quarto piano, saranno dimenticati.
Sarebbe bello cercare, almeno cercare di aver imparato qualcosa dal Coronavirus. E allora spettiamoci il peggio, ma prepariamoci per quanto sta in ciascuno di noi a un possibile meglio. Le osservazioni e le indicazioni di David Nieri, pur con molto realismo e non senza qualche durezza, finiscono con l’indicarci qualche possibile strada da percorrere; e molte da evitare.

DAVID NIERI
MA QUALI LIBERTÀ, PER I “NUOVI” E I “VECCHI” POVERI?
Alcuni giornalisti, nei giorni scorsi, lo hanno definito “virus mediatico”. Certo, se paragonato alle pandemie del passato, in termini di mortalità – almeno stando ai dati ufficiali pervenuti fino a oggi –, il Covid-19 non può “vantare”, per fortuna, numeri così impressionanti. In percentuale, su scala mondiale i decessi rappresentano lo 0,003%: su 7,8 miliardi di abitanti sono morte a causa – diretta o indiretta – del Covid-19 circa 260 mila persone, ossia 34 per milione di abitanti, ossia 3 ogni 100mila. In maggioranza persone anziane, oltre gli ottant’anni, con una o più patologie pregresse. Lungi da me, ovviamente, stabilire se le precauzioni e le misure intraprese dai vari governi siano state – e siano tuttora – quelle giuste. Certo, ci sono stati errori: soprattutto iniziali, di valutazione della gravità di un’emergenza che si è abbattuta come un ciclone sui sistemi sanitari di mezzo mondo.
Non eravamo preparati. Da diversi punti di vista: umano, sanitario, economico, sociale. Nel nostro paese, abbiamo accettato immediatamente e quasi impassibilmente il blocco totale imposto durante i primi giorni di marzo. Per un motivo molto semplice, un sentimento che ha minato fin dentro le fondamenta le nostre granitiche certezze: la paura, il terrore. La morte e la malattia sono diventati argomenti tabù al cospetto di una Modernità declinata secondo i canoni delle magnifiche sorti che ci vuole sempre giovani e aitanti. Produttori e, soprattutto, consumatori senza limiti di età. In quest’ottica, Mister Coronavirus ha immediatamente assunto le vesti di Professore e ha iniziato, fin dal suono della campanella dell’emergenza, a impartirci lezioni. Scomode, ma necessarie.
Prima di tutto, ci ha permesso di rileggere con attenzione le pagine del libro del progresso indiscriminato. Facendoci scoprire che, tra le righe, non sempre alla progressiva tecnologizzazione delle nostre vite, alla pressoché illimitata conquista dei diritti e delle sempre nuove libertà senza limiti ha corrisposto una migliore qualità di vita. Che al liberalismo sfrenato ormai radicatosi nella nostra quotidianità familiare e professionale non ha corrisposto un aumento del benessere. Che il welfare, ovvero lo stato sociale, ha invece registrato falle consistenti, proprio laddove avrebbe dovuto garantire all’individuo cure sanitarie e assistenza immediata. Le terapie intensive sono andate in tilt, generando il panico.
Ci troviamo di fronte a un punto di svolta? Difficile dirlo. L’impressione è che, terminata l’emergenza, il Professor Coronavirus abbandoni l’aula senza che i suoi studenti, indolenti, si portino coscientemente i compiti a casa. La sensazione è confermata da un dato di fatto, che si è presentato pochi giorni dopo l’imposizione del lockdown. E qui entra in gioco la “limitazione delle libertà”.
Sì, perché in effetti non è stato facile, per nessuno di noi, restare più di due mesi rintanati in casa senza possibilità di contatto con l’esterno se non per esigenze fondamentali o motivi di lavoro. Documentati. Nel piccolo, i mal di pancia sono stati spesso difficilmente controllabili, e in quest’ottica vanno considerati i molti assembramenti poco o niente rispettosi delle regole imposte. In un’epoca in cui un semplice appello alla disciplina è considerato alla stregua di un retaggio fascista, guai a osservare imposizioni che “limitino la libertà” dell’apericena.
Ma tali limitazioni hanno gradualmente assunto contorni di matrice “complottista” o quasi. Chissà, magari di complottismo non c’è nulla e molte tesi si riveleranno, se non vere, certamente fondate. Il problema è che il “problema” non risiede qui, a giudizio di chi scrive. Se molti governi e molte lobbies gestite dai Padroni del Mondo trarranno vantaggi da questa emergenza, approfittando dei tamponi o dei vaccini contro il coronavirus per microchipparci e controllarci, registrandoci come entità sempre più robotizzate grazie a una scheda memoria tipo hard-disk, lo vedremo. Certo, ci sarà chi da questa pandemia trarrà vantaggi, soprattutto economici. E, di conseguenza, chi da questo virus uscirà distrutto. Aumentando le fila già consistenti delle classi più indigenti del pianeta.
Perché è in questo senso che dovremmo considerare – o meglio, riconsiderare – il concetto di libertà. Libertà nel significato di dignità. Non sono affatto paragonabili la libertà di spritz in senso occidentale e la tanto auspicata libertà “essenziale” dalla fame – ancora da raggiungere – per quasi un miliardo di persone sparse in ogni angolo del globo (821 milioni, secondo gli ultimi dati comunicati dalla FAO). Libertà “di” e libertà “da”. Cambia una preposizione, cambia tutto. Libertà “di” parola, di opinione, libertà di tutto o quasi; libertà dalla miseria, dallo sfruttamento, dal terrore di vivere senza futuro. Due piani estremamente diversi che sembrano non incontrarsi. Tanto che viene da chiedersi che cosa significhi, davvero, libertà. Quale preposizione sia quella (più) giusta.
Abbiamo sofferto, e soffriamo, per poco più di due mesi di quarantena. Ci è sembrata una limitazione disumana, un’atroce sofferenza, a tratti addirittura gratuita. Non mi si fraintenda: non ci sono dubbi che questa sorta di “arresto domiciliare” abbia causato, e sicuramente causerà, enormi drammi sociali. Da un punto di vista essenzialmente economico. La “macchina produttiva” si è inceppata, il paese si è bloccato quasi completamente. Sarà altissimo, il prezzo da pagare. E ci dirà che dalla macchina produttiva dipendiamo e della macchina produttiva siamo, a nostra volta, semplicemente, ingranaggi passivi. È questa, dunque, la nostra libertà? È questo, ciò che abbiamo voluto? Non ci siamo accorti, per lo più in questi ultimi tre decenni, che, mentre la tecnologia compiva passi da gigante, il nostro benessere diminuiva progressivamente? Che dobbiamo correre quotidianamente, e sempre più velocemente, per soddisfare nuovi e immancabili bisogni creati da altrettanti beni – e non viceversa, secondo le più elementari leggi dell’economia – per poi non avere la possibilità di “consumarli” tutti? Degrado e depressione, miseria umana. Basta un nulla per distruggere. Ci vorrà molto per ricostruire, nella speranza di ricostruire meglio.
Perché intanto si fanno le code ai Monti di Pietà per impegnare l’oro di famiglia e, quindi, per disporre di contante da poter spendere in beni essenziali. Notizie molto fresche ci dicono che in soli tre mesi – ovvero, dal primo caso “ufficiale” di Covid-19 individuato a Codogno il 21 febbraio scorso – i poveri in Italia sono già un milione in più: persone che hanno perso il lavoro, per lo più piccoli commercianti, artigiani, lavoratori stagionali; che dall’inizio della pandemia sono aumentate del 40% le richieste di aiuto presso associazioni come la Caritas e il Banco Alimentare. Ci sono “nuovi poveri” che fanno la fila per un pasto alla mensa, insieme alla famiglia, magari con la mascherina rialzata sul viso per non farsi riconoscere, per vergogna. Eccola, la libertà. La dignità. Quella che non può toglierti un microchip, ma che ti toglie la nuova miseria che ti morde lo stomaco.
Si dirà: è lo Stato che non funziona, è il welfare che non esiste più. L’acqua calda, in questo senso, sarebbe una scoperta più interessante. Anni e anni di privatizzazioni selvagge e di graduale smantellamento dello stato sociale non si ricostruiscono in due mesi, come un ospedale da campo per la terapia intensiva. È quello che abbiamo voluto. È il prezzo della nostra “libertà” insensata. Che non può mai prescindere da un limite.
Pensiamoci bene, quando parliamo di “limitazioni delle libertà elementari”. Quello che è “elementare” per noi occidentali in poltrona – anche se un po’ lisa, ultimamente – non lo è per diverse centinaia di milioni di persone che non hanno cibo, non hanno acqua, non hanno istruzione, non hanno sanità. Pensiamoci bene quando per esempio usiamo i nostri marchingegni elettronici (smartphone, computer, playstation, videogames) che si alimentano grazie a batterie “ad alta prestazione” che utilizzano coltan e cobalto, minerali estratti nelle miniere del Congo da bambini che lavorano per 14 ore al giorno, pagati quasi nulla dalle multinazionali del progresso. Bambini che molto spesso, dentro quelle miniere, ci muoiono.
Pensiamo infine alla nostra libertà “virtuale”, quando basta un click per mostrarci in vetrina al mondo intero, che ben ci conosce, tanto da proporci anche la lista della spesa.
Solo qualche esempio tra tanti, troppi, infiniti. Per ribadire che non può esistere libertà senza il raggiungimento di una dignità che “libera da” e assicura il soddisfacimento dei “bisogni elementari”. Di tutti. Con o senza microchip.

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