E adesso?

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di Luca Billi 7 dicembre 2016

E adesso? è la domanda che sento in maniera ricorrente dalla notte del 4 dicembre. Me l’hanno posta, ovviamente in maniera provocatoria, dei renziani che hanno votato sì, sottintendendo che adesso sono cavoli nostri, visto che con il nostro NO abbiamo aperto la strada alla destra e ai populisti; ma mi hanno fatto la stessa domanda anche dei compagni che hanno votato NO, preoccupati per quello che succederà nelle prossime settimane, nei prossimi mesi. Naturalmente sono preoccupato anch’io, anche se comunque mi rincuora moltissimo che sia ancora in vigore la nostra Costituzione. Ricordo a tutti quelli che adesso si fanno venire dei dubbi che abbiamo il corso il rischio, reale, tangibile, concretissimo, che dal 5 dicembre questa Carta non ci fosse più. E quindi è meglio così. Per tornare a quella domanda devo dire che, almeno per me, non cambia proprio nulla, perché io, nel mio piccolissimo ovviamente, non sono all’opposizione di questo o di quel governo, ma di un sistema, chiamiamolo capitalista per intenderci, perché per me è quello il nemico e non le persone che di volta in volta lo rappresentano, si chiamino renzi o Berlusconi o in qualunque altro modo.
Per questa ragione io non sono mai stato – né mai sarò – del pd, e non lo voterò, qualunque cosa succeda, qualunque sia l’antagonista. Naturalmente – siccome un po’ di politica credo di capirne – mi rendo conto che c’è una differenza tra renzi e Bersani, tanto è vero che nel febbraio del 2013, per la prima – e certamente l’ultima – volta ho votato per il pd di Bersani. E ho commesso un errore clamoroso, tragico, perché poi quel mio voto è stato usato da renzi per tentare di stravolgere la Costituzione. Per questo sono stato così felice della vittoria del NO: perché con il NO quel mio errore di tre anni fa è stato in qualche modo riparato.
E per non correre più questo rischio e soprattutto per essere fedele alle mie idee – a cui tengo – stante l’attuale situazione, non voterò alle prossime elezioni politiche, perché nessuno dei tre schieramenti in campo assume come proprio obiettivo l’idea di opporsi in maniera radicale al sistema capitalista. Ovviamente non lo fa la destra – che sia guidata da Salvini o da Berlusconi poco cambia – perché la destra è capitalista o non è, lo abbiamo visto con le prime mosse negli Stati Uniti di Trump. Non lo fa il Movimento Cinque stelle, il cui orizzonte ideologico è da sempre confuso e nebuloso, ma che comunque non si è mai espresso per sovvertire il sistema capitalista. Purtroppo non la fa nemmeno il partito che colloca se stesso a sinistra, il partito che si dichiara socialista, perché anche Bersani, anche D’Alema, anche Pisapia con il suo “soccorso arancione”, non presuppongono mai l’opzione socialista e anticapitalista. Naturalmente un governo Bersani-Pisapia sarebbe meglio di uno renzi-Verdini o di uno Salvini-Meloni o anche di uno Cinque stelle, ma nessuno di questi – ripeto, a futura memoria, nessuno – avrà il mio voto. Non serviranno ricatti, non serviranno mozioni degli affetti, non serviranno spauracchi. Diventando vecchio, divento sempre più ostinato.
Naturalmente un partito come lo voglio io, socialista e anticapitalista, radicale e rivoluzionario, non esiste, anche perché, nonostante i tanti proclami, non l’abbiamo ancora fatto nascere. Quasi certamente non ci sarà se ci faranno votare in primavera, perché un partito non si crea da sera a mattina e comunque, anche se ci fosse, non entrerebbe nei giochi, non correrebbe per vincere. Sarebbe comunque già importante che una nuova – finalmente rappresentativa – legge elettorale, assicurasse anche a noi di essere rappresentati, ma sinceramente questo non è probabilmente l’esigenza prioritaria. Anche perché mi pare che il mondo non sia pronto a sovvertire il capitalismo: i vincoli imposti a un governo di un paese europeo sono talmente tanti e stringenti, che perfino quando una forza di sinistra ha la maggioranza, finisce per fare – quando va bene – delle politiche blandamente socialdemocratiche. La violenza con cui il capitalismo ha tarpato le ali al governo greco di Tsipras descrive bene in quali stretti vincoli possiamo muoverci, come canarini in una gabbia sempre più piccola.
Mi sto convincendo però che forse il tema non è neppure quello della nostra rappresentanza parlamentare, che sarebbe utile, ma non è indispensabile per fare opposizione. E allora forse ci dovremmo preoccupare meno degli equilibri all’interno del governo – e men che mai di quelli all’interno del pd – e cominciare a fare opposizione sociale, in modo da far crescere una cultura che adesso ci sembra largamente minoritaria, ma di cui pure ci sono segnali, perché ci sono molte persone che soffrono e che chiedono una soluzione per uscire da questa sofferenza. La sinistra è nata così, nasce sempre così, quando si cerca una soluzione per uscire insieme dalla sofferenza.
In fondo la battaglia per il NO al referendum è servita anche a far ragionare molti giovani sul valore della Costituzione del ’48: non è poco, forse è un inizio. Occorre fare una battaglia per lo Statuto dei lavoratori, contro l’abolizione dell’art. 18 e soprattutto contro le forme di precariato, a partire dall’uso indiscriminato e selvaggio dei voucher, che rappresentano per tanti giovani l’unico modo per entrare nel mondo del lavoro. La battaglia per la “buona scuola” non può essere ridotta alle rivendicazioni, pur legittime, degli insegnanti, ma deve coinvolgere la società su un tema centrale come quello della difesa dell’istruzione pubblica. La battaglia sui beni comuni, su cui si erano mobilitate tante energie, forse non del tutto disperse, rappresenta un’altra importante strategia della nostra opposizione sociale. Dobbiamo tornare a parlare del dramma degli strati più deboli della società, strati che spesso non conosciamo e che quindi dobbiamo tornare a conoscere. Credo che l’opposizione sia questo studio, questo lavoro sul campo, questa ricerca di soluzioni, alternative e rivoluzionarie, sia riconoscere che abbiamo un nemico, che si chiama capitale, e che la nostra vittoria passa necessariamente per la sua sconfitta, perché non c’è modo di trovare un accordo, abbiamo sperimentato che questa strada è fallimentare. E soprattutto che queste forme di lotta dobbiamo trovarle insieme, per tornare a dare un senso alla parola socialismo.
Quindi alla domanda e adesso? io so cosa rispondere: opposizione, sociale e socialista.