Euripide: dare voce alle schiave

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Nella Rane, quando Euripide cerca di accampare a proprio merito di aver dato la parola nei suoi drammi a tutti, anche alle donne e agli schiavi, il vecchio Eschilo gli risponde che per questo avrebbe meritato piuttosto la morte. Ma come – ribatte Euripide – io agivo da democratico. E qui interviene Dioniso, che è il giudice della contesa – un giudice che sappiamo assolutamente parziale, che si è già espresso a favore di Euripide, anzi che è sceso negli inferi proprio per riportarlo sulla terra – e gli dice: lascia stare la democrazia, non è roba per te. Aristofane che mette in scena questa contesa – e che è un deciso avversario di Euripide – sembra dirci: attenzione, cari spettatori, non fate l’errore di questo autore, una cosa è la democrazia e un’altra l’uguaglianza, perché la democrazia funziona solo se ci sono gruppi, le donne e gli schiavi, che hanno meno diritti dei maschi liberi, se ci sono alcuni che sono meno uguali degli altri.
Quando Aristofane scrive questi versi probabilmente ha in mente, tra le molte tragedie di Euripide, Ecuba, la cui protagonista è donna e schiava. Ma non smette mai di essere regina.
La tragedia comincia – come Amleto – con lo spettro di un uomo che racconta da chi e come è stato ammazzato. E’ Polidoro, il più giovane dei figli di Priamo ed Ecuba, che i genitori hanno mandato alla corte di Polimestore, per salvargli la vita nel caso Troia fosse caduta. Ma il re tracio, quando vede la città bruciare, decide di violare il patto di ospitalità: fanno gola le grandi ricchezze che Priamo ha dato al figlio e poi è sempre meglio schierarsi con i vincitori, con i nuovi padroni dell’Egeo.
Ecuba non sa ancora cosa è successo a Polidoro, ma è turbata per la sorte dei propri figli. La flotta greca non riesce a partire, non c’è un alito di vento e il mare è completamente piatto. I soldati sono in subbuglio. Appare un altro spettro, questa volta è quello di Achille, che dice che i greci potranno partire solo se sarà vendicato, se sarà uccisa la donna che è stata la causa della sua morte, Polissena, un’altra delle figlie di Priamo ed Ecuba. La bellissima giovane ha finto di ricambiare l’amore di Achille solo per carpire il segreto della sua invulnerabilità: è solo grazie a lei se Paride ha potuto scoccare la freccia mortale che ha colpito il tallone del guerriero greco.
Neottolemo vuole che sia rispettata la volontà del padre, Agamennone naturalmente rifiuta, perché Achille gli è nemico anche da morto e perché non vuole uccidere la sorella di Cassandra, la donna che ama, anche se è una schiava. Odisseo però – è lui che al solito deve risolvere queste questioni – riesce a convincere Agamennone e i greci che il sacrificio deve essere compiuto: come all’inizio c’è stato, in un’analoga situazione, quello di Ifigenia.
Come al solito la morte non avviene in scena, ma è raccontata da un messaggero, in questo caso Taltibio. E l’araldo descrive la morte di Polissena, che pretende di offrirsi volontariamente alla spada di Neottolemo: vuole morire da donna libera e non da schiava. Agamennone, che presiede al sacrificio, acconsente, e sembra che perfino Neottolemo vacilli nel momento di compiere la propria vendetta, e comunque fa in modo che la morte sia rapida e rispetta il cadavere. La schiavitù non esiste in natura, come crederà ancora qualche decennio dopo questa tragedia Aristotele: Polissena è nata libera e, nonostante quello che è successo alla sua famiglia e alla sua città, rimane sempre tale.   
Ecuba deve seppellire la propria figlia, invia un’ancella sulla spiaggia per prendere una brocca d’acqua di mare con cui pulire il corpo, ma la giovane torna con un tragico carico: il cadavere di Polidoro che le correnti hanno spinto fino lì. Ecuba sembra sul punto di impazzire, ma è proprio in questo momento che, anche se formalmente è una schiava, torna a essere la regina di Troia, quella che, morto Priamo, è chiamata a reggere il suo popolo, per quanto sconfitto e disperso. E’ la regina che tratta con il suo pari Agamennone e si accorda per vendicarsi su Polimestore, è la regina che, attirato il re tracio con l’inganno nella sua tenda, guida le donne troiane, ne uccide i figli e lo acceca, ed è ancora la regina che, di fronte ad Agamennone – che, sopraggiunto alle grida di Polimestore, è chiamato a giudicare l’accaduto – difende la sua vendetta, accusando l’uccisore di Polidoro di aver violato, per cupidigia, il patto di ospitalità. E proprio in forza di questi argomenti, il verdetto del re di Micene sarà favorevole alla donna.
Non esiste la schiavitù, ci dice Euripide. Un’idea eversiva per il pensiero comune dell’Atene di quel tempo, la cui economia si reggeva grazie al lavoro degli schiavi che, impiegati nelle botteghe e coltivando i campi, permettevano ai loro padroni di partecipare alla vita politica e sociale della città, e che, lavorando nelle miniere d’argento del capo Sunio, assicuravano alla città le risorse per armare la più potente flotta dell’Egeo. E – ci dice ancora – non è più accettabile che le donne abbiano meno diritti degli uomini. Un’idea eversiva per il pensiero comune dell’Atene di quel tempo, che infatti gli preferì sempre altri autori di tragedie. Un’idea che, dopo appena duemilacinquecento anni, sembra ancora eversiva.