Franco Cardini: Il punto sul Medio-Vicino Oriente

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Autore originale del testo: Franco Cardini
Fonte: Minima Cardiniana

di Franco Cardini – 7 luglio 2019

A scanso di geremiadi del tipo “non sapevamo-non volevamo-non avevamo capito”, rinfreschiamoci le idee. Tra le mosse più sconsiderate del presidente Trump vanno di recente ben tenute presenti il riconoscimento unilaterale del diritto d’Israele su Gerusalemme est, che le Nazioni Unite hanno formalmente contestato fino dal 1966 invitando il governo israeliano a rientrare nei confini della vigilia della “guerra dei Sei Giorni”, e anche sulle alture del Golan che, sempre secondo le Nazioni Unite, dovrebbero essere restituite alla Siria. La questione riveste particolare gravità sul piano del diritto internazionale in quanto gli USA sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con diritto di veto rispetto alle risoluzioni dell’assemblea: il che sottintende che, pur riconoscendo la legittimità di tali risoluzioni e impegnandosi a farle rispettare, il “veto” costituisce un’opposizione a qualunque forma di loro esecuzione pratica (il che, in caso di necessità, significherebbe l’uso della forza militare). Ora, visti gli effettivi rapporti di forza oggi in presenza e il carattere specifico delle posizioni israeliane, il “veto” statunitense ha comunque fino ad oggi evitato una guerra dalle conseguenze inimmaginabili. Ne è conseguito un equilibrio ambiguo, insoddisfacente, forse ingiusto, certo fondato sull’ossequio di fatto del diritto dinanzi alla forza: ma – con doloroso imbarazzo – per quanto è in me non me la sento di contestare le scelte di chi si è appellato al “male minore”. Ora però la scelta di Trump scompiglia questo quadro già fragile: a causa di essa una delle cinque potenze che dovrebbero essere garanti delle risoluzioni dell’ONU, e rimane tale anche quando con il loro “veto” ne proibiscono la traduzione in termini effettivi, rovescia il tavolo dell’equilibrio internazionale proclamando di fatto che l’Assemblea ha torto e il paese che le ha resistito ha ragione. E’ il promo e decisivo passo sulla via della distruzione dell’autorità dell’ONU.

Tutto ciò è stato possibile in quanto ormai da alcuni anni – e lo si è visto nel 2014 con la comparsa dell’ISIS/DAESH, una forza eversiva e terroristica espressione dei gruppi salafito-wahhabiti che fanno capo all’Arabia Saudita e agli Emirati – sta sempre più imponendosi la fitna, la “guerra intramusulmana” tra sunniti e sciiti scopo ultimo della quale è il colpire senza quartiere il fronte sciita e la potenza che ne è al tempo stesso garante e magna pars, l’Iran. Non tutti gli stati sunniti sono allineati su tale pericolosissima scelta, fatta invece propria dall’Israele di Netanyahu decisa a tutto pur di ostacolare quella normalizzazione dei rapporti con Teheran che, con Barack Obama, sembrava esser sul punto di venir conseguita. Un ostacolo all’ampliarsi del fronti antisciita poteva venire dall’Egitto, tradizionalmente avversario dell’Arabia Saudita: ma il rais Abdel Fatah al Sisi sembra ormai aver barattato la sicurezza interna, rappresentata dalla cessazione di qualunque resistenza dei “Fratelli Musulmani” (e la morte recente del loro leader Morsi non ha mutato le cose), presupposto della quale era l’appoggio loro fornito dall’Arabia Saudita) con la tranquillità  – per lui – nel quadrante Sinai-Mar Rosso: e per questo, ormai da anni, egiziani e sauditi sono uniti in un pesante sforzo bellico a danno degli yemeniti  sciiti houthi che tanto il Cairo quanto Riad considerano una spina nel fianco. Una guerra asimmetrica infame, aerei in gran parte americani ma anche francesi che bombardano incessantemente villaggi facendo centinaia di migliaia di vittime, tra cui moltissimi bambini. Tutto ciò sotto la nostra penosa indifferenza: tanto, poi, basta una bella dichiarazione di antifascismo in TV e un altro film sulla shoah, e siamo a posto con la coscienza bella nuova e ravviata. Dite, amici e/o compagni liberaldemocratici o “di sinistra” da salotto o da Centro Sociale che siate: ma non vi Fate mai un po’ schifo?

D’altronde, il fronte arabo-sunnita è tutt’altro che unitario. Domina l’ambiguità. Tanto la Turchia di Erdogan quanto il Qatar sembrano poco disposti a sostenere il fronte arabo-sunnita egemonizzato da Egitto e Arabia saudita, al quale viceversa sembra essersi acconciato il re ashemita giordano Abdullah II.

Fino a poco tempo fa il nucleo problematico dell’equilibrio vicino-orientale era considerato comunque il programma nucleare iraniano, che però il governo di Teheran e l’agenzia internazionale di controllo, l’IAEA, assicuravano ridotto al minimo e, in pratica, interrotto (pur continuando l’Iran, che in quanto paese aderente al progetto internazionale di non-proliferazione  ne ha pieno diritto, a proseguire il suo programma di sviluppo del nucleare a scopi civili). Ciò era stato possibile in seguito agli “accordi di Vienna” del 2015.

Il punto è che, a quanto pare senza la minima ragione e la minima prova, il governo Trump non ha mai prestato fede a quel trattato che appunto a Vienna era pur stato firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Cina e Germania (quello che a Vienna venne definito il “gruppo dei 5+1”). Dopo la decisione statunitense di rompere unilateralmente il “patto di Vienna”, si è verificato un nuovo grave atto provocatorio: Trump ha spedito il 5 maggio scorso nel Golfo Persico la portaerei Lincoln al fine di verificare il rispetto internazionale di un embargo che il “patto di Vienna” aveva stabilito di gradualmente risolvere mentre l’attuale presidenza intende unilateralmente far rispettare. In risposta evidentemente ritorsiva, l’8 maggio Teheran annunziava l’intenzione di riprendere almeno parzialmente la produzione di uranio arricchito.

La situazione di stallo così verificatasi poteva essere risolta, o almeno ciò era presumibile, solo attraverso un’energica reazione degli altri componenti del “gruppo 5+1”. Ma nessuno si è mosso. Intanto, il 12 maggio, due petroliere saudite e altre due navi sono state fatte segno di misteriosi “sabotaggi”, da Riad e da Washington subito addebitati all’Iran. A rincarare la dose, il 13 giugno due petroliere – una giapponese, una norvegese – sono state danneggiate nel golfo di Oman da “sabotaggi” che gli Stati Uniti hanno addebitato all’Iran.

A questo punto il governo iraniano non poteva non rivolgersi alle potenze “distratte” con un appello ch’era un vero e proprio ultimatum vero e proprio ultimatum, emesso il 17 giugno scorso  e destinato a  spirare dieci giorni dopo, il 27 :  trascorso il quale, si avvertiva,  l’Iran si sarebbe sentita libero e in diritto di riprendere il suo programma nucleare senza accettare più limitazioni.  Chiara la linea diplomatica di Teheran: le provocazioni nel Golfo vengono respinte energicamente e si torna a chiedere agli USA la fine della guerra economica e alle altre potenze la desistenza dall’appoggiarla; in caso contrario, ci si ritiene liberi dal rispetto degli accordi viennesi che non è stato certo l’Iran a rompere.

Siamo ancora sul piano diplomatico ed economico? In apparenza e sul piano formale, senza dubbio: ma il contesto appare deteriorato in modo preoccupante. E sono sempre più numerosi gli osservatori attenti e competenti che ormai si chiedono se la guerra contro l’Iran sia già stata programmata da tempo in  qualche alto loco tra casa Bianca, Congresso e Pentagono. D’altronde, gli arsenali sono ormai stracolmi: e bisogna ben svuotarli per tornare a riempirli di nuovo. Sono le regole del gioco, il Cacciemmitte turbocapitalista. Non vorrete mica, per caso, interrompere il processo di produzione e andar incontro alla perdita di posti di lavoro, no?

Quanto ai bambini yemeniti, in fondo è come quelli africani sui gommoni: diciamo la verità, c’è un modo di destra e uno si sinistra per l’eterno, fondamentale, immarcescibile Chissenefrega. In ognuno di noi sonnecchia un piccolo Salvini. Se cercate la vera identità occidentale, eccovi serviti. E’ questa.