Matteo Salvini ha fallito

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Autore originale del testo: Francesco Costa
Fonte: Il Post

di Francesco Costa – 7 luglio 2019

I porti sono aperti. I migranti continuano a sbarcare, sia con le navi delle ong che con le ignorate e ben più preoccupanti imbarcazioni delle mafie. La gran parte delle norme dei “decreti sicurezza” sugli sbarchi si è dimostrata inapplicabile. Le navi delle ong che salvano dei naufraghi possono raggiungere i porti italiani ignorando i divieti, persino forzando i blocchi: i comandanti vengono scagionati, i sequestri vengono annullati. Nel frattempo nel Mediterraneo si muore come e più di prima, gli accordi bilaterali per i rimpatri non esistono, anche i magistrati più ostinati si sono arresi all’inesistenza o all’indimostrabilità di legami tra le ong e i trafficanti. I fatti di questi giorni dimostrano una cosa sola: la strategia messa in atto da Salvini per fermare gli sbarchi si è rivelata fallimentare. Lo dico a prescindere dalle opinioni di ciascuno sull’immigrazione: mi sembra che sia un fatto osservabile, di cui possiamo prendere atto a prescindere dal partito che abbiamo votato il 4 marzo del 2018. Magari ci avevate sperato, ma lo state vedendo anche voi: non ha funzionato. Il cielo è azzurro, in estate fa caldo e i porti sono aperti.

Lo ripeto: serve solo un briciolo di onestà intellettuale per prenderne atto, a prescindere da cosa pensiamo sull’immigrazione. Magari avete ragione a voler fermare gli sbarchi: non sto discutendo questo. Sto dicendo che qualsiasi tentativo di fermare gli sbarchi sarebbe dovuto partire dall’accettazione di due dati di fatto: che le norme internazionali pesano di più di quelle italiane, e obbligano chi salva dei naufraghi a portarli a terra a qualsiasi costo; che nel Mediterraneo nella grandissima parte dei casi il “porto sicuro” più vicino è l’Italia. Non la Tunisia, non la Libia, non Malta: fatelo per voi, non rendetevi ridicoli sostenendo cose del genere. Non bisogna essere degli elettori di Rifondazione per accettare questi dati di fatto: la realtà non ha cura delle nostre opinioni né dei nostri sentimenti. Qualsiasi politico avesse voluto fermare gli sbarchi sarebbe dovuto partire da questo dato di realtà, e sviluppare una strategia conseguente: per esempio facendo la voce grossa per stabilire dei meccanismi di ripartizione automatica dei rifugiati, vincolanti anche per quei paesi europei che sull’immigrazione hanno preso in giro tutti; per esempio impuntandosi su qualsiasi cosa pur di riformare lo scandaloso regolamento di Dublino; per esempio riattivando una vera missione europea di pattugliamento e salvataggio, per alleviare le incombenze economiche e logistiche sulla nostra Guardia costiera.

Matteo Salvini ha fatto il contrario, e per un po’ era sembrato che potesse funzionare. In un paese abituato a interpretare le norme in modo da dedurne qualsiasi cosa, e in cui le forze dell’ordine sono notoriamente più devote ai propri superiori che alla legge, era sembrato che si potessero davvero chiudere i porti con un tweet; che si potessero tenere sotto sequestro per giorni decine di persone su una nave della Marina militare; che le leggi internazionali si potessero semplicemente ignorare; che si potesse spacciare per “porto sicuro” un paese senza un governo, in piena guerra civile, in cui i migranti vengono torturati nei campi di concentramento e in cui quei campi di concentramento vengono occasionalmente bombardati. Matteo Salvini ha deciso di ignorare la complessità della realtà e fare “l’uomo forte”, approvando leggi che non si possono applicare, dichiarando chiusi porti che non si possono chiudere, dando del delinquente a chi viene scagionato, persino spingendo le forze dell’ordine a mettere in pericolo la loro incolumità: pensando che in un paese con istituzioni così screditate e deboli – a cominciare dal Parlamento e dalla magistratura – il punto di rottura delle leggi e dello Stato sarebbe arrivato prima del suo. Oggi la realtà ha presentato il conto: davanti alla sua conclamata impotenza “l’uomo forte” frigna dicendo che lo hanno lasciato solo, e cerca qualcuno a cui dare la colpa del suo clamoroso fallimento.