Leggendo Paola Cereda. Riportare a casa la metà di noi è il compito della ‘cura’

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di Alfredo Morganti – 6 luglio 2019

Ho letto con molto piacere ‘Quella metà di noi’, di Paola Cereda edito da Giulio Perrone e fresco di un sesto posto allo Strega. Ho anche assistito alla presentazione del libro in occasione del Film Festival del Pigneto, lo scorso 3 luglio. E devo dire che il libro propone molti spunti degni di discussione. Uno di questi riguarda senz’altro il personaggio di Matilde, la protagonista del romanzo. Matilde è una insegnante in pensione che decide di fare la badante, una donna che sa prendersi ‘cura’ prima dei bambini in classe e poi dell’ingegnere colpito da ictus presso il quale lavora. Un personaggio positivo, si direbbe, e tale viene difatti reputato da scrittrice e lettori. Questa ‘positività’ tuttavia la raffigura sin troppo linearmente, la ritrae in modo talmente ‘tondo’ e perspicuo che, se così fosse, verrebbe quasi da dire che si tratta di una figura per certi aspetti noiosa. E invece no. Matilde è un personaggio altamente problematico, e il suo carattere di ‘donna che si prende cura’ appare contraddittorio. Il rapporto con la figlia, difatti, è di aperta conflittualità, ma più per ‘merito’ di quest’ultima che suo. Matilde sembra remissiva, o meglio annoiata e persino distaccata nelle discussioni con la figlia. Il rapporto con le nipoti invece non esiste, e nel romanzo si limita a un approccio di circa un quarto d’ora nel quale le due ragazze se ne vanno deluse dall’appartamento della nonna. Certo, sia la figlia sia le nipoti appaiono davvero odiose nei loro atteggiamenti, ma questo non può essere sufficiente a motivare la totale mancanza di ‘relazionalità’ positiva tra di loro. Potrei dire che il ‘personaggio di cura’ Matilde ha cura di tutto (alunni, orticello scolastico, ingegnere) meno che delle persone verso cui la cura verrebbe più naturale (i membri della sua famiglia ma persino le sue colleghe, salutate il giorno della pensione con una festicciola sin troppo sobria, diciamo così). Direi che si tratta di una cura esplicitata in assenza di un vero e concreto “istinto” alla socialità. Anche il rapporto con Amedeo, per dire, si consuma nella clandestinità, nella solitudine della coppia, nell’irrelato, non ‘esplode’ socialmente come sarebbe dovuto.

Ma proprio questo, questa scissione, questa indecisione sociale del personaggio ‘di cura’, che potrebbe apparire come un limite di scrittura o una debolezza del personaggio stesso, in realtà appare un punto di forza nel romanzo. Matilde vive una scissione, lei è questa scissione. A onta della sua collocazione periferica e di una supposta marginalità, è un personaggio ‘moderno’, problematico, che elegge a forza narrativa e problematizza la propria debolezza strutturale e la scissione chela traversa. Matilde impersona il conflitto tra ‘cura’ e assenza di socialità, anzi raffigura una cura che vive e prende forma in una mancanza generale di relazioni. Voi direte, come ci si può prendere cura e assieme soffrire di un’incapacità di relazione? Ottima domanda a cui si può rispondere così: è tipico dei nostri tempi vivere la cura come scissione, palesare la faglia che separa la relazione individuale dall’interesse sociale effettivo. Oggi le forme della socialità sono in conflitto con l’attenzione verso le donne e gli uomini sofferenti, la società non vuole la ‘cura’, rimuove i corpi sofferenti, li cancella dall’attenzione perché producono ansia, preoccupazione, paura. La società sceglie di immunizzarsi verso la sofferenza, percepisce la tecnologia come una forma di difesa, come una rimozione del disagio che la vita ci riversa indosso, e si getta a capofitto nell’apparenza delle relazioni sociali e del loro rumore, dimenticando il silenzio di coloro verso i quali bisogna invece “piegarsi” per portare loro aiuto. Matilde, come “personaggio di cura”, è dunque un affresco dei tempi: simboleggia drammaticamente la potente scissione che c’è tra la gioia (o presunta tale) delle relazioni sociali e l’aiuto alle persone, indica la faglia che c’è tra un mondo che cerca il piacere e il godimento relazionale, da una parte, e chi ripiega internamente verso la propria azione di sostegno al disagio e alla sofferenza. Si badi, ciò non vuol dire che TUTTI coloro che svolgono compiti di cura siano a loro volta dei disagiati sociali; vuol dire che la ‘cura’ può presentarsi come negativo della socialità, come ripiegamento personale; vuol dire che la ‘cura’ tende a scindersi dal modo di intendere la vita delle persone in carriera, quella di chi cerca soddisfazione nei gadget tecnologici oppure nei piaceri della vita, quella di chi chiude gli occhi sulla sofferenza (o non la vede proprio) pur di garantirsi un qualche godimento sociale e personale. Pur di liberarsi dalle ansie e dalla fatica di vivere.

I grandi personaggi di romanzo non sono mai piatti. Anzi, tendono a presentare il conto delle proprie contraddizioni, perché è poggiando su queste ultime che le grandi storie appaiono davvero tali. Come non restare sorpresi, d’altronde, di una donna che è amorevole con gli studenti, con le piante dell’orto scolastico, con i miti dello sport, con il malato di cui si occupa, per poi apparire debole nelle amicizie, nelle relazioni con la propria figlia, manifestando un distacco pressoché totale verso le proprie nipoti? Qui non c’è solo una famiglia che

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si sfalda (e di cui sarebbe bello capire le ragioni profonde), qui c’è principalmente un mondo che si frantuma esternamente per ricucirsi solo internamente, grazie alla dedizione personale (individuale) che Matilde impegna nella ‘cura’ di chi ha bisogno. Lei è un personaggio scisso, pericolosamente piegato di lato, refrattario alle relazioni sociali, familiari e amicali, eppure esprime potentemente un ‘tipo’, quello che, proprio perché appare a disagio tra le persone, riesce a prendersene davvero cura, con la dedizione dovuta. Il ‘tipo’ che si applica al disagio e alla sofferenza perché li vive entrambi, e li pratica al punto da saperli maneggiare a dovere, affrontandoli positivamente. È il paradosso centrale del romanzo: solo chi subisce può attivarsi, solo chi è sommerso può riscattarsi, solo chi non ha nome può finalmente assumerne uno. La prova? L’ingegnere scambia e confonde i nomi della moglie e della domestica. È il segno che viviamo qualcosa di più profondo di una crisi, è la prova che sfioriamo ormai l’anomia. Il compito della ‘cura’ è oggi quello di ripristinare questi nomi, ed è quello che Matilde tenta di fare richiamando costantemente l’ingegnere ai giusti appellativi (che ci si riesca è un altro paio di maniche). Il nome, dunque, come chiave per portare conforto, conferire una identità, stabilire un posto nel mondo. Solo così la cura coglie l’obiettivo di renderci noi stessi nel gran caos che ci circonda. Solo così la cura retroagisce sulle relazioni sociali, restituendole dopo che si erano sfaldate. Solo così la scissione può risanarsi davvero, e noi tornare finalmente interi, riportando a casa ‘quella metà di noi’ che la scissione ci aveva tragicamente sottratto.