Gabetti: Oggi chi vuole cambiare vota le Appendino

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colloquio con Gianluigi Gabetti      20 giugno 2016

Partigiano di Giustizia e Libertà. Protagonista dell’economia italiana. Amico di Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia. Gianluigi Gabetti spiega le ragioni della rivoluzione torinese

Ha lavorato con i protagonisti dell’economia italiana: con Raffaele Mattioli alla Comit, con Adriano Olivetti, con Gianni Agnelli. Ha conosciuto bene Enrico Cuccia, Cesare Romiti, Sergio Marchionne. Ha fatto la Resistenza nelle file di Giustizia e libertà. Nessun torinese potrebbe spiegare meglio la città e la sua scelta di cambiamento.

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La Appendino? Mi sembra simpatica

Se penso che Grillo è il patriarca dei nuovi sindaci, mi viene un brivido. Ma ho l’impressione che queste due giovani donne siano diverse dal loro mentore; in particolare che sia diversa Chiara Appendino. Non la conosco di persona, ma mi sembra abbastanza simpatica. E poi la sua storia è legata a quella dell’Unione industriali: il padre vicepresidente di Prima Industrie, un’azienda che lavora molto bene; il presidente Gianfranco Carbonato, che guida la Confindustria piemontese. E la cultura industriale per Torino non è un fatto di elite e neanche di borghesia; l’essenza stessa della città.

I sindaci di sinistra hanno assecondato lo sviluppo

Non vero, sostiene Gabetti, che Torino sia stata governata per oltre vent’anni da un’alleanza tra quel che restava delle forze egemoni del ‘900, la Fiat e il Partito comunista. Torino in questi anni ha saputo reagire alla crisi. E lo sviluppo economico che abbiamo avuto molto legato alla scelta della Fiat di restare in città. Il Politecnico, la ricerca, la tecnologia sono un’eredità della grande fabbrica, di continuo alimentata da nuovi investimenti, da nuove leve di ingegneri, dall’indotto. I sindaci di centrosinistra hanno semplicemente avuto il merito di assecondare questo sviluppo, anzichè frenarlo.

Oggi il voto a sinistra spesso è conservatore

Ma perchè allora Fassino ha perso? Va riconosciuto che Fassino una persona perbene. Onesta, onestissima. Ma alla sua ombra, come all’ombra di qualsiasi amministrazione, cresciuto un sistema burocratico fatto di concessioni, licenze, permessi che frenano il dinamismo, che fanno sentire escluso chi non fa parte delle congreghe. Oltretutto lo stesso sistema governa pure la Regione; forse un cambio era inevitabile. Oggi il voto a sinistra è spesso un voto conservatore: non c’è un Gramsci che butta tutto all’aria. C’è Renzi: un borghese. Chiamparino era più comunista di Fassino; ma era anche più empatico. E poi ha governato la città in un momento diverso, gli anni dell’Olimpiade, della scoperta della vocazione turistica.

Va rivalutata la figura di Carlo Alberto

Gabetti rimasto colpito da un passaggio del discorso di Chiara Appendino nella notte di domenica. Il riferimento alla Resistenza, che a Torino fu fatta anche da monarchici e liberali; e più ancora l’evocazione dell’assedio del 1706, quello di Pietro Micca. Fu la grande vittoria del principe Eugenio, che aveva già combattuto i turchi all’assedio di Vienna ed era entrato a Belgrado — rievoca Gabetti —. Anche se era al servizio degli austriaci, Eugenio era pur sempre un Savoia. Il 1706 il preambolo del Risorgimento: una pagina di cui i torinesi vanno giustamente fieri. Il protagonista di quella stagione non fu solo Cavour: un genio, il primo ministro di un piccolo Stato alpino che trattava alla pari con Napoleone III e Palmerston, che governavano imperi. Va rivalutata anche la figura di Carlo Alberto, che combattè da solo contro il più potente esercito d’Europa, e ovviamente di Vittorio Emanuele II: i Savoia non hanno avuto solo demeriti, al di là della compromissione di Vittorio Emanuele III con il fascismo. Il fascismo è stato per Torino il momento più buio del Novecento. E quando il Paese non ha più avuto la monarchia, ha avuto gli Agnelli. Ovviamente non stata la stessa cosa; ma nell’Avvocato, come prima nel Senatore, l’impronta sabauda era molto importante. La tradizione industriale si saldava a quella militare.

Se Torino è rimasta viva sulla scena mondiale, lo si deve alla Fiat

Appunto: non le fa impressione che la città più strutturata d’Italia abbia scelto gli antagonisti? Non dobbiamo per commettere l’errore di sovrapporre la Torino dei soldati e la Torino degli operai, e tanto meno la Torino di oggi. La città è cambiata più volte nel tempo. Conobbe il declino nei decenni in cui non era più capitale politica e non ancora capitale economica. Se il nome di Torino è rimasto sveglio e vivo sulla scena mondiale, lo si deve alla Fiat. La comunicazione e l’innovazione, l’editoria e lo sport, il design e le tecniche di gestione: tutto è legato all’industria. Per questo è importante avere un sindaco che al mondo dell’industria non è estraneo, che ha gli strumenti per capire la storia della città e pensarne il futuro.

Torino è cambiata in meglio

Gabetti trova che Torino in questi anni sia cambiata, e in meglio, senza perdere la propria identità: vero è che i torinesi ne parlano poco; ma sanno benissimo cos’è. Bisognerebbe preoccuparsi se ne parlassero troppo. Il punto è dare uno sbocco ai giovani, aprire nuove prospettive, offrire chance. Forse Fassino ha pagato un prezzo anche per il governo nazionale, che secondo me non è così male ma certo ha scontentato la sinistra del partito. Soltanto Milano va controcorrente. Chi vuole cambiare le cose oggi, a Torino come altrove, non vota per i Fassino; vota per le Appendino. L’amore per la mia città è tale che spero abbiano visto giusto.