Gianni Cuperlo: Diario della crisi. Diciassettesima puntata

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Domenica 25 agosto. Ieri sera sono andato alla chiacchierata serale di Luca Telese e David Parenzo su La7. C’erano anche Sofia Ventura, in collegamento Franco Bechis e verso la fine quel talento di Osho (pseudonimo).

Tema naturalmente obbligato e si è partiti con la notizia appena giunta: le parole del premier dimissionato, Giuseppe Conte, al G7 in svolgimento.

Le avrete sentite e risentite, comunque in sintesi ha detto di augurarsi che i leader delle forze politiche impegnati in una trattativa riescano a dare una risposta positiva alla crisi. Ha aggiungo che a contare non sono le persone ma i programmi e ha marcato un punto, lui (Conte) non rinnega nulla dell’azione di governo ma considera quella una stagione chiusa, cioè ha del tutto escluso un ritorno all’asse con la Lega.

Chiesto di un commento mi sono permesso questa riflessione. Le parole di Conte paiono a me disarmanti, potrei dire bene la chiarezza su Salvini, ma cosa significa “non rinnego l’azione del nostro governo anche se considero quella stagione chiusa”?

Non rinnego? Lecito, legittimo, per l’amor del cielo. Ma quel governo ha lasciato corpi sofferenti ostaggio del mare per settimane, ha violato i diritti, ha calpestato principi costituzionali, ha contribuito a precipitare il paese in una nuova crescita zero e lo ha isolato sul piano internazionale come mai in passato.

Che significa allora quella frase? Che si può chiudere una stagione e aprirne un’altra con una semplice piroetta di convenienza?

Penso anch’io che contino i programmi, e con quelli i valori che li ispirano. Ma poi le persone quei valori e programmi sono chiamate a interpretare, in qualche modo a incarnare.

Penso (ne abbiamo parlato tanto in questo diario) che il tentativo di dar vita a un nuovo governo con una diversa maggioranza vada perseguito. Il punto è su che basi, su quale impianto questa operazione può avvenire.

Perché il traguardo ha un senso solamente se restituisce una dignità al paese, a partire dal rispetto sacro dei diritti umani universali e della sua appartenenza a un campo internazionale che si contrapponga a ogni deriva illiberale cullata in questi mesi dal primo azionista della vecchia maggioranza.

E allora dietro quel “non rinnego nulla ma…” serve che il Movimento 5 Stelle si chiarisca in primo luogo con sé stesso: quale concezione della democrazia gli appartiene? Come pensa di correggere in termini radicali l’impostazione leghista che ha subito per quattordici mesi?

Meno di questo è la percezione diffusa sarebbe inevitabilmente quella di una manovra di palazzo concepita per allungare la legislatura e salvaguardare un certo numero di poltrone, governative o parlamentari che siano.

Mi sono anche permesso di rammentare quell’antico monito di Norberto Bobbio alla sinistra lacerata (come sempre) dalle sue fratture interne. Diceva “discutono del loro destino senza capire che dipende dalla loro natura. Decidano la loro natura e avranno chiaro anche il loro destino”.

Ecco, forse oggi quello stesso ammonimento investe la forza che dal 4 marzo di un anno fa detiene una solida maggioranza di parlamentari. Ma il punto, al di là dei numeri (che certo contano), è capire dentro quel movimento quale anima alberghi.

Se questo chiarimento vi sarà allora il tentativo e la responsabilità che ne conseguiranno andranno intesi come uno sviluppo della realtà e una evoluzione preziosa di quel partito.

L’alternativa è il voto e come più volte abbiamo ripetuto qui sopra delle urne non possiamo e non dobbiamo avere paura. Perché la sinistra non può temere la prova principe della democrazia, la sfida aperta per la conquista (nel caso nostro riconquista) del consenso popolare.

Oggi si prosegue nel lavoro e nelle verifiche. Ci saranno nel pomeriggio al Nazareno sei gruppi di elaborazione sul programma (solo del Pd) e poi si proverà a capire meglio cosa succede.

Vi consoli il fatto che salvo improbabili colpi di scena (e comunque vada a finire) dovremmo essere alla quartultima puntata del diario.

Buona domenica e a domani