L’azzardo agostano, la politica, le urne elettorali

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Era normale che prima o poi Salvini sarebbe stato indotto al cosiddetto ‘azzardo agostano’: il governo populista stava pian piano scivolando verso la legge di bilancio, con tutti i rischi che ne sarebbero derivati sul piano dei conti pubblici e delle politiche sociali. L’idea è sempre stata quella di mollare a un certo punto la patata bollente a un tecnico, magari sostenuto da tutto il Parlamento men che mai dalla Lega e dai suoi possibili alleati, autoproclamatisi paladini del popolo contro il ‘governo tecnico succube della Merkel’.

Era altrettanto normale che il piano di Salvini fosse contrastato dai 5stelle e dal centrosinistra. I primi timorosi del responso elettorale e degli esiti delle urne, il secondo pure, ma con un briciolo di tremenda consapevolezza in più sul destino possibile della democrazia nel nostro Paese. Se la destra punta alle elezioni con un piano extraparlamentare e anti-istituzionale congegnato a Milano Marittima, non ci si può limitare a dire: non abbiate paura del popolo alle urne, le identità si forgiano nella lotta o peggio nella apocalissi peraltro annunciata. C’è un che di antipolitico nella chiamata barricadera al voto, lo si sappia.

Era altresì normale che per contrastare il piano della destra e riportare la crisi entro i binari costituzionali, affinché il Presidente potesse dire la sua, era necessaria un’azione politica del centrosinistra a largo spettro, persino un po’ sfrontata, che comprendesse anche la possibilità di formare un nuovo governo con quei segmenti di Parlamento che fossero disposti almeno a parlarne, per primi i 5stelle. E se ci fossero state contraddizioni da portare alla luce, meglio ancora. Perché non esiste solo il giudizio del popolo, esiste pure la responsabilità politica e istituzionale, ben più dura e impegnativa peraltro della ‘maschia’ chiamata alle urne.

Proprio un’iniziativa di questo tipo (rispettosa dei passaggi istituzionali e del ruolo centrale del Parlamento) avrebbe attenuato gli effetti deleteri dell’azzardo agostano di Salvini, depotenziandone la portata eversiva e anti-istituzionale. Certo, il rischio che si possa puntare al governo per il governo, che taluni pezzi della classe politica (penso ai 5stelle oppure a parti del centrosinistra) potessero essere ammaliati dal desiderio delle poltrone o dell’autoconservazione personale o di clan esiste, come no. Ma non può essere questa remora etico-politica a deviare allegramente l’azione della sinistra verso lo scontro elettorale voluto impunemente dalla destra (e di cui la destra è da sempre fiera paladina).

Qual è il punto? Che questo momento di crisi sia davvero colto dalle forze democratiche come un’occasione. E non sia semplicemente assecondato da chi, anche a sinistra, chiama alla pugna elettorale salvifica, al lavacro, alla madre di tutte le elezioni, ad appena un anno dalle precendenti. “Occasione” per un rinnovamento delle forze in campo, occasione da non essere magari rimpianta negli anni a venire. D’altra parte, mai come oggi serve un vero rinnovamento dei soggetti in campo, una scomposizione e ricomposizione delle forze politiche che dia un segnale di discontinuità effettivo a tutti.

Il problema sono i tempi. Effettivamente troppo ristretti per le esigenze politiche che ho indicato. Il varco è strettissimo, il Presidente Mattarella per primo dice di fare presto, e tutto tende a proporre/imporre scadenze ravvicinate. Mentre invece i tempi del rinnovamento e della ‘metanoia’ sono necessariamente tempi medio-lunghi, se davvero si vuole ottenere una sorta di effettivo ribaltamento politico all’altezza della fase, capace di contrastare realmente il clima sociale avvelenato di questi decenni.

Che fare, allora? Be’, sarebbe utile che un processo di rinnovamento almeno partisse, che si individuassero i limiti dell’antecedente azione politica e di governo, sia del centrosinistra sia delle altre forze coinvolte. Conte, per dire, l’ha già pronunciata, almeno in parte, questa autocritica e lo ha fatto in Parlamento. Serve una scomposizione e ricomposizione anche della antecedente azione pubblica, centrosinistra compreso quindi, non solo delle forze politiche oggi in campo.

Mi chiedo se la nostra classe politica sia davvero in grado di compiere quest’azione di rinnovamento, se vi sia una cultura politica adeguata a questo scopo, se i tempi e la fortuna saranno benevoli. Il fatto conclamato è che, al di là delle scelte tattiche giuste o sbagliate, la strada del rinnovamento, la necessità di riaderire alle pieghe della società, di lavorare al rafforzamento delle istituzioni e di riprendere in pugno le mille contraddizioni che tagliano il Paese, è sempre più un’esigenza inderogabile per la sinistra. Nuovo governo oppure nuove elezioni, il succo dei nostri bisogni politici non cambia affatto.